I bambini di Rue Saint-Maur 209

I bambini di Rue Saint-Maur 209

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Per la Giornata della Memoria arriva in sala I bambini di rue Saint-Maur 209 di Ruth Zylberman, documentario dedicato alla rievocazione di un rastrellamento avvenuto nel luglio 1942 in un caseggiato di Parigi. Un’interrogazione problematica, nobile e commovente sui medesimi strumenti memoriali del cinema.

Cinema che mi guardi

La filmmaker Ruth Zylberman si mette sulle tracce dei sopravvissuti a un rastrellamento avvenuto nel luglio 1942 in un caseggiato della Parigi occupata, quando alcuni bambini furono tratti in salvo anche con l’aiuto di altri abitanti dell’edificio. Li rintraccia in varie parti del mondo cercando di intrecciare le loro memorie personali con la radiografia di un luogo carico di stratificazioni storiche… [sinossi]

In occasione della Giornata della Memoria I bambini di rue Saint-Maur 209 di Ruth Zylberman si colloca esattamente come un’operazione di rammemorazione colta nell’atto del suo farsi. Scegliendo un ampio caseggiato parigino come sineddoche di un’intera città occupata, la filmmaker si è messa sulle tracce degli abitanti del posto, e in particolare dei bambini che a seguito di un rastrellamento avvenuto nel luglio 1942 furono tratti in salvo dalle rispettive famiglie in buona parte lasciandoli in custodia e nascosti presso altre famiglie “ariane” dell’edificio che si prodigarono nell’operazione di salvataggio a rischio anche della propria sicurezza. Zylberman esordisce nel racconto prendendo innanzitutto dimestichezza con i luoghi coinvolti, tracciandone una sorta di cartografia storica, coadiuvata dagli anziani testimoni, da disegni e modellini d’arredamento. La bella idea narrativa è quella di un luogo come stratificazione di memoria, storia ed eventi, e come attivatore di relazioni/reazioni emotive. I rumori dei luoghi restano i medesimi a distanza di decenni, cosicché la memoria si traduce anche in qualcosa di estremamente concreto, innescato dalla riscoperta, su linee proustiane, di reperti puramente sensoriali.
In cerca di voci testimoniali in ogni parte del mondo, l’autrice ricorre a strumenti variegati, dall’intervista faccia a faccia alle risorse della videochiamata a distanza, sulle tracce innanzitutto di una mappatura di rapporti e relazioni di vicinato. È proprio qui che s’innescano le premesse di una rammemorazione collettiva, catturata dall’audioimmagine nell’esatto momento del suo verificarsi.

In pratica, I bambini di rue Saint-Maur 209 si profila come un’indagine sui meccanismi stessi del processo di memoria, nel tentativo di cogliere l’attimo in cui mente ed emozioni si confrontano col passato ritraducendolo in atto del presente. Così, di testimone in testimone Zylberman si confronta con la memoria lucida e razionale di alcuni, con la riscoperta del dolore di altri (c’è chi ha avuto un fratello collaborazionista, vergogna della famiglia; chi – forse uno dei momenti più efficaci – scoppia in un pianto improvviso e lacerante, una volta rimesso a contatto con stanze del ricordo probabilmente velate a se stessi), chi da anziano riscopre pure il piacere dell’età dei giochi e vede nell’atto di salvataggio di un neonato un moto di appropriazione puramente infantile. Spesso l’autrice deve confrontarsi con comprensibili reticenze (il dolore da riscoprire è dovuto a una delle tragedie più indicibili), che più volte si sciolgono in un successivo desiderio di ricordare e soprattutto condividere.
Nelle sue pagine più riuscite il film di Zylberman mostra un lancinante “qui-ed-ora”, in cui il passato si fa presente tramite lo stimolo della macchina da presa. È un film che, forse non del tutto volontariamente, interroga anche i limiti e le problematicità dell’atto testimoniale, specialmente se audiovisivo. Nella messa in scena di veri corpi e voci a confronto col proprio vissuto, e conseguentemente di veri atti emotivi nell’attimo del loro manifestarsi, il cinema conserva infatti maggiori criticità rispetto all’atto memoriale di altre forme documentali – la memoria scritta, ad esempio, “rimuove” i corpi, solca una distanza tra la voce e la sua carne, ivi compreso l’immediato groviglio emotivo. Qui invece, nella registrazione di esseri umani che ritornano a giorni atroci della loro vita, la macchina da presa interroga se stessa nello stesso istante in cui si trasforma in mezzo, e più volte da spettatori ci troviamo su un ambiguo crinale di ricezione e reazione emotiva – il momento più coinvolgente di cui parlavamo più sopra, lo scoppio improvviso in pianto di Henri, ci scuote e commuove ma ci lascia anche con una sensazione vagamente sgradevole di profanazione, poiché la macchina da presa e l’intervista spingono il testimone verso propri territori intimi probabilmente e volutamente inesplorati da anni.

In tal senso I bambini di rue Saint-Maur 209 crea memoria audiovisiva ma al contempo interroga gli strumenti propri del mezzo quando si confronta con la memoria stessa, discutendone implicitamente l’etica. Zylberman si mantiene asciutta, rispettosa ed essenziale davanti ai propri intervistati, ma in ambito di documentario quel che accade di fronte alla macchina da presa non è preventivabile, e si traduce semmai in scelta di montaggio finale. D’altra parte, la macchina stessa si rivela come stimolatore di ricordi e riconnessioni mentali altrimenti disperse; attivando tale processo il fare cinema contribuisce insomma al recupero stesso di memorie, come avviene a Henri, improvvisamente memore che all’epoca dei fatti veniva portato ai bagni pubblici per lavarsi (ed è significativo anzi che l’uomo recuperi tale ricordo nel momento in cui ritorna nel caseggiato a distanza di decenni). Così in sostanza il cinema può tradursi anche in strumento di autocoscienza. Scegliendo di mostrare tali emozioni in fieri, Zylberman ribadisce la necessità di fare memoria nonostante le sabbie mobili smosse, soprattutto se ciò è inquadrato in un processo che gradualmente si trasforma in collettivo. Il film si chiude infatti con la registrazione di un ritrovarsi dei suoi protagonisti nel cortile del caseggiato a distanza di oltre settant’anni, dove l’autrice lascia spazio a manifestazioni reciproche di affetto e gratitudine, e non secondariamente di perdono storico-nazionale. In quel finale il caseggiato di rue Saint-Maur si traduce in effettiva sineddoche di una nazione e della sua storia lacerata, capace però di ritrovare i fondamenti dell’umano nel calore e nella riconoscenza.

Qua e là meno convincente sotto altri aspetti (certe insistenze di confezione che virano verso superflue preziosità: le sovrimpressioni in bianco e nero, la gestione poco efficace del commento musicale), I bambini di rue Saint-Maur 209 mostra anche alcune scaltrezze narrative che di nuovo spingono i confini del cinema verso territori problematici – in un contesto di documentario Zylberman sembra utilizzare nel suo montaggio definitivo addirittura la tecnica del McGuffin, qui applicato alla famiglia Szulc di cui praticamente nessuno dei testimoni conserva memoria, così come ricorre nelle parole dei testimoni la figura della “muta”, temibile delatrice a sua volta abitante del caseggiato, che nei resoconti sembra disegnarsi in un profilo quasi da cinema di genere. Ma al di là dei suoi intenti inevitabilmente didattici il film scarta dal compitino corretto dedicato a un tema alto proponendo problemi di etica ed estetica.
Nobile, spesso francamente commovente, come del resto lo sono i ricordi, di per sé un inestricabile impasto di fatti ed emozioni, che ogni individuo ritaglia secondo una propria linea psico-emotiva. A fianco del suo ampio intento civile I bambini di rue Saint-Maur 209 sembra infatti anche interrogarsi sui misteri dell’animo umano, sulle ragioni intime per cui un individuo ricorda alcuni eventi e dettagli piuttosto che altri. La memoria, del resto, è un mistero e un processo praticamente infinito, ogni volta diverso nel suo trovare forma di parola, ogni volta nuovo innesco di ulteriori atti di memoria.

Info
Il trailer di I bambini di Rue Saint-Maur 209.
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