Riflessi in un vetro scuro. Shyamalan e il superuomo

Riflessi in un vetro scuro. Shyamalan e il superuomo

Si è discusso e si sta discutendo di Glass, capitolo conclusivo della trilogia scritta e diretta da M. Night Shyamalan. Una trilogia che solo in parte riflette sul fumetto. Ma Shyamalan in realtà mette in scena la disperata voglia di superomismo di un mondo che non ha più solide basi morali e si aggrappa solo all’idea mitica di grandezza.

Nel finale di Glass la città di Philadelphia (e probabilmente gli Stati Uniti d’America, e forse il mondo intero) assiste all’incredibile combattimento corpo a corpo tra David Unbreakable Dunn e la Bestia, una delle innumerevoli personalità che abitano l’involucro di carne e ossa di Kevin Wendell Crumb. Due esseri all’apparenza indistruttibili ma entrambi già morti quando il video con il loro scontro viene diffuso tramite internet dal figlio di Dunn, dall’unica sopravvissuta alla furia della Bestia e dalla madre di Elijah Price, l’uomo di vetro, Mr. Glass, colui che ha ordito il piano per far sì che quelle potenzialità sovrumane potessero emergere, fossero evidenti a tutti. La forza dell’oltreuomo dichiarata alla luce del sole, non più celata nell’ombra o protetta dall’anonimato. Il popolo deve sapere, la verità deve essere enunciata. Perché qualcuno trama nell’ombra, ovviamente.
Sul finale di Glass, com’è inevitabile, si concentrano le discussioni post-visione e si rinforzano le due fazioni critiche, pro e contro l’opera in sé, la trilogia di cui è il capitolo conclusivo e il corpus filmografico di M. Night Shyamalan, tra gli autori della Hollywood contemporanea uno dei meno compresi, a personale discrezione di chi scrive. Uno dei meno compresi, e dei più teorici; si potrebbe affermare che il cinema di Shyamalan rientri tra i meno compresi proprio in virtù della sua qualità teorica, ma si tratterebbe soprattutto di un gioco di parole, e di una semplificazione.
Ed è proprio l’istinto a semplificare la matassa dell’immaginario da un lato a spingere il pubblico in sala (Glass sul territorio italiano sta avendo riscontri senza dubbio interessanti al botteghino, per quanto si avverta una flessione rispetto ai dati di sbigliettamento e incasso di Split) e dall’altro a comporre lo schieramento evidentemente nutrito dei denigratori. Ne La volontà di potenza Friedrich Nietzsche scriveva: «Le posizioni estreme non sono sostituite da posizioni moderate, ma solo da altre estreme, però capovolte».

Non si cita Nietzsche a caso, per quanto l’impressione è che la rincorsa al pensiero del filosofo tedesco per rafforzare le proprie opinioni su Glass sia in parte frutto del riflesso condizionato – pavloviano? – che vuole il termine superomismo e l’aggettivo nietzschiano poco meno che sinonimi. È evidente che il concetto di übermensch si adatti con una certa misura al film di Shyamalan. Se il finale di Glass, l’ingresso nell’universo (per parafrasare un passaggio della sceneggiatura) comporta l’accettazione di un ruolo che vada al di là della logica umana, è vero che l’intero trittico, fin dal 2000, si muove nella medesima direzione. In Unbreakable Dunn accetta, infine, di non essere un uomo normale, e mette il proprio potere al servizio della comunità e dell’ordine, portando all’arresto di Price, terrorista responsabile di svariate stragi perpetrate con l’unico obiettivo di “trovare” il proprio antagonista, la persona “destinata” a fermarlo, a porre fine alla sua violenza. Split termina invece con una dimostrazione di potenza, quella della Bestia, la personalità che non ha ancora “preso la luce” di Crumb ma che i membri dell’Orda (tutti ospitati in Crumb) credono esista. L’atto conclusivo dei tre film, disseminati nell’arco di un ventennio, è sempre una rivelazione, ma ogni volta tesa in direzione di un obiettivo diverso. La rivelazione in Unbreakable è puramente narrativa e psicologica, intima: è la presa di coscienza/posizione (anche morale) di David Dunn, che decide di assecondare la propria forza, piegandola a una motivazione che diventa logica solo attraverso un atto di fede, per quanto non priva di appigli empirici. In Split, come già scritto, l’Orda ha già piena certezza dell’esistenza della Bestia, e attende solo il momento in cui quest’ultima potrà realmente manifestarsi in tutta la sua possanza. La rivelazione è dunque tutta per lo spettatore, pur filtrata attraverso lo sguardo di Casey Cook, la vittima risparmiata perché ha già conosciuto la sofferenza nell’arco della sua giovane vita. La rivelazione da atto interiore diventa dunque esposizione all’esterno, ma ancora solo per un circolo di iniziati.
È con Glass, e con l’ingresso nell’universo, che la rivelazione non può che essere realmente collettiva. Ed è qui che sorgono i problemi. Ed è qui che è necessario sostenere in difficile equilibrio l’atto di fede (spettatoriale) e la teoria della narrazione, i due estremi opposti – di nuovo Nietzsche – su cui lavora Shyamalan.

Ripartire dalla fine. La sequenza conclusiva di Glass è palese, non accetta all’apparenza non detti o ritrosie. Il mondo ha di fronte agli occhi la verità, unica e incontrovertibile, in barba agli oscuri membri della “setta del trifoglio tatuato”, gli agenti che attraverso il Grande Complotto impediscono al Popolo di essere edotto su ciò che è vero. Sugli schermi dei telefonini, dei computer, dei televisori le immagini del combattimento tra semidei diventano oggettive. Sostituiscono – o per i più volenterosi rafforzano – l’atto di fede. Non si scampa alla pura e limpida verità dell’immagine. Per chi si era lasciato cullare dall’intima ambiguità di Unbreakable un piccolo tuffo al cuore, dal retrogusto amaro del tradimento. Per i più feroci oppositori una dichiarazione d’intenti a favore della paranoia complottista, stando a sentire la quale oscuri poteri millenari controllano le vite degli esseri umani e delle supposte democrazie, e solo la Rete, col suo contro-potere “dal basso” e la sua diffusione orizzontale e non verticistica, può essere un argine a questa pericolosa egemonia.
Tutto vero, assecondando l’immagine. Impossibile da confutare, supponendo che ciò che è palese e ciò che è vero siano la stessa identica cosa. Ma è davvero così?
M. Night Shyamalan ha girato un film teorico, e lo ha esplicitato in modo così evidente e testuale da farlo ribadire in scena agli stessi personaggi. Un morente Elijah Price spiega alla madre come sia stato un errore considerare la loro vicenda un’edizione limitata, perché invece sarebbe stato più giusto definirla una “origin story, the whole time”. Terminologia da critica dei fumetti, perché la Trilogia a quel mondo fa riferimento. Il rimando si fa evidente e dichiarato solo in Unbreakable e Glass perché è lì che è presente il teorico della narrativa disegnata, Elijah Price. Unbreakable e Glass sono dunque riflessioni sul meccanismo della narrazione, mentre Split è l’unica narrazione pura, non filtrata, al punto che il film può essere collegato agli altri due solo tramite una sequenza-post scriptum, in cui si vede Dunn partecipare a una discussione in un bar sugli eventi che hanno visto protagonista Crumb, rievocando la figura dell’Uomo di vetro.

Dopo i titoli di coda di Glass, che in molti osservano in religioso silenzio attendendo e auspicando la presenza di una sequenza aggiuntiva, e quindi nei fatti accettando la prassi schematica del cinecomic per un film che nella sua genesi produttiva – e narrativa, se si rimanda alle “origini” del 2000, in era pre-superomistica – non appartiene a quel “cosmo”, non c’è nulla, a parte lo spazio per la discussione. La superficie di vetro del film è rotta, e dalle incrinature, dalla deformazione dell’immagine fuoriescono i più disparati punti di vista. Nulla di troppo sorprendente, in anni di polarizzazione sempre più estrema di consenso e dissenso, agevolata forse proprio da quella diffusione orizzontale attraverso il democratico web cui si faceva riferimento in precedenza.
Si torni per un momento a Nietzsche, che in Principio di una nuova posizione di valori, libro Terzo de La volontà di potenza afferma: «I fatti non esistono, esistono solo interpretazioni». Dov’è allora la verità? Nelle immagini che convinceranno tutti dell’esistenza di persone dotate di poteri fuori dalla norma? I fatti Shyamalan li mette in fila con evidenza, sottolineandoli, ribadendoli a ogni passaggio. Ma è forse lui a doverli interpretare? No, ovviamente. Alcuni spettatori e critici si sono lanciati in lunghe disquisizioni sulla presenza o meno nella chiusura di Glass di un vero “twist ending”, o colpo di scena, elemento imprescindibile della poetica espressiva di Shyamalan fin dai tempi de Il sesto senso, suo primo enorme successo commerciale. Certo, si scopre che la dottoressa Ellie Staple, la psichiatra che tiene sotto chiave i tre uomini, non è quello che dice di essere – o meglio, non ha dichiarato i suoi veri scopi. Ma è forse un colpo di scena? L’impressione è che il vero coup de théâtre del film sia un altro, e sia da ricercare proprio in quell’ultima sequenza, ambientata nella stazione. Mentre Casey Cook, Joseph Dunn e Mrs. Price si tengono per mano, sorridendo di fronte al colpo gobbo rifilato alla Setta del Trifoglio, si svolge il colpo di scena. Invisibile agli occhi, come il più dotato dei supereroi.

Dopo diciannove anni M. Night Shyamalan gira finalmente le carte, e ribalta completamente la prospettiva dalla quale osservare la trilogia nel suo complesso. Non tre film (o due più un punto di raccordo) sul mondo dei fumetti, o per meglio dire non solo. Anche chi trova nella parte centrale di Glass delle meccanicità, un ingranaggio narrativo non particolarmente oliato, ammette di aver ritrovato enfasi e godimento nel finale. Nel combattimento. Nella definitiva affermazione del superuomo sul “semplice uomo”. In Detti e contraddetti Karl Kraus, giocando con l’immaginario nietzschiano – e con la riscrittura voluta dalla sorella Elisabeth – si diverte ad affermare che «Il superuomo è un ideale prematuro che presuppone l’uomo». E dopotutto lo stesso filosofo in Così parlò Zarathustra scriveva «L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, – un cavo al di sopra di un abisso» (nell’edizione a cura di Mazzino Montinari). Ein Seil über einem Abgrunde. Ci si esalta, nel finale di Glass, si sogna con gli occhi perfino quello Showdown evocato da Price ma che è solo uno specchietto per le allodole, orchestrato tanto per la dottoressa Staple quanto per gli spettatori stessi. Agognano lo scontro, gli spettatori. Sognerebbero anche la distruzione delle torri di nuova costruzione nel centro di Philadelphia – dopotutto Unbreakable era arrivato nelle sale nel 2000, quando le Twin Towers erano ancora in piedi e la crisi dell’immaginario (auto)distruttivo di Hollywood era qualcosa di lontano e non percepibile. Ci si esalta, e non ci si rende conto di essere uomini, il cavo teso sopra l’abisso. Da un lato la Bestia, dall’altra il Superuomo. Nel centro l’abisso. Shyamalan spinge lo spettatore in quell’abisso, mostrandogli che ciò che vuole lui per primo è il palesamento del superuomo. Non si tratta di una riflessione sul fumetto e sulle sue dinamiche narrative. Si tratta di una riflessione sull’umanità occidentale contemporanea, così alla ricerca di un atto di fede, dell’apparizione di un übermensch da essere disposta a cedere tutto pur di potervi assistere. Nell’America trumpiana – ma il discorso ovviamente è più complesso e abbraccia l’intera sfera geopolitica occidentale – c’è una brama spasmodica di supereroi. E si è pronti a oltrepassare il limite del credibile (quanto è volutamente e profondamente artefatto il segmento che mostra questi fantomatici membri della Setta del Trifoglio? Quanto è priva di sfumature la loro rappresentazione? E perché nessuno ha voluto approfondire questo aspetto, relegandolo a una semplice “debolezza” in fase di scrittura?) se questo significa veder mostrato al mondo il potere furibondo di Dunn e Crumble.
Il teoreta, lo si è scritto già in precedenza, è Elijah Price. È lui ad aver colto da subito nel 2000 il potere nascosto in Dunn. È lui a comprendere come la Bestia debba essere liberata definitivamente. È lui ad aver ordito il piano, sfruttando a proprio vantaggio tutte le debolezze di chi gli è intorno. Elijah Price, colpevole di aver mandato a morte certa centinaia e centinaia di persone. Elijah Price, che anche sul punto di morire non fa altro che ribadire il proprio ruolo, spiegando agli astanti la propria visione. Ed è di Elijah Price il piano che sua madre, Casey e Joseph portano a termine. Mentre loro si stringono le mani, così come se le stringono gli spettatori in sala, tutti di fronte alla proclamazione definitiva del supereroe come essere esistente, è la mente criminale ad aver vinto. Gli altri criminali, fantomatica parte di chissà quale progetto di chissà quale governo, sono nulla a confronto. Shyamalan mostra la vittoria dell’informazione orizzontale contro il potere verticistico che tutto sovrasta e soffoca. La fa vedere. Ma non è quella la verità. È quella semmai la superficie di vetro, liscia e all’apparenza trasparente. La verità è che Glass mette in scena la disperata voglia di superomismo di un mondo che non ha più solide basi morali – quelle c’erano un tempo, neanche troppo tempo fa, come potrebbe rammentare Lady in the Water, altra narrazione sulla narrazione, ma completamente speculare a questa – e si aggrappa solo all’idea mitica di grandezza. Non importa chi sia l’artefice di qualcosa di grandioso, basta che sia effettivamente grandioso. Nell’inquadratura finale di Glass c’è la rappresentazione di un mondo che si esalta di fronte alla riuscita di un piano ordito da una mente criminale. Perché, ed eccolo l’ennesimo colpo di scena, è stato Elijah Price a muovere le pedine fin dall’inizio. La Bestia, inconsapevole, non ha altro che la sua forza. Dunn, il buono, soccombe perché è convinto del proprio tallone d’Achille. Solo il Male vince, e il pubblico drogato di superomismo è lì a esultare. The Whole Time. Tutto il tempo.

Info
Il sito ufficiale di Glass di M. Night Shyamalan.
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