L’uomo dal cuore di ferro

L’uomo dal cuore di ferro

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Con L’uomo dal cuore di ferro le vicende di Reinhard Heydrich rivivono in un film enfatico e maldestro, tagliato con l’accetta e grossolano in tutte le sue componenti. Un progetto, uscito nelle nostre sale in occasione della Giornata della Memoria, animato esclusivamente da frettolosità e pressappochismo, in cui l’assenza di spessore etico va di pari passo con delle profonde carenze estetiche.

La banalità del male (e della sua rappresentazione)

Freddo e implacabile, Heydrich fu uno dei più potenti gerarchi del regime nazista e principale artefice della “soluzione finale”. Accanto a lui sua moglie Lina, che lo introdusse all’ideologia nazista e gli fu accanto negli anni della sua ascesa. Un piccolo gruppo di combattenti della Resistenza Ceca in esilio, addestrati dagli Inglesi e guidati dal governo Cecoslovacco, tentò tuttavia di fermare “l’inarrestabile”: Heydrich fu ferito a morte durante un’azione dei paracadutisti capitanata da Jan Kubis e Jozef Gabcik, mentre con la colonna di mezzi militari stava attraversando Praga. [sinossi]

L’uomo dal cuore di ferro del francese Cédric Jimenez, una delle ultime acquisizioni per il mercato americano della Weinstein Company prima dello scioglimento dovuto ai noti scandali sessuali che hanno coinvolto il produttore statunitense, porta al cinema la storia di Reinhard Heydrich, il più alto ufficiale nazista a essere ucciso durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo fa attraverso una ricostruzione in bilico tra la resa delle vicissitudini biografiche dell’uomo e una confezione da melodramma, che stona non poco con le implicazioni di un’opera che avrebbe dovuto farsi scudo di maggiore equidistanza nei confronti del protagonista e del suo operato, e che invece rischia a più riprese di scadere nell’ambiguità di sguardo e nell’enfasi da soap opera. Con degli esiti prevedibilmente scivolosi, per non dire di peggio, sul piano della morale della rappresentazione.

Il 27 settembre del 1941, a Praga, Heydrich, da Generale delle SS incaricato di proteggere i distretti di Boemia e Moravia, fu attaccato da un commando di paracadutisti cechi addestrati dalla RAF inglese. Il film di Jimenez, che adatta l’omonimo romanzo del 2012 di Laurent Binet, cerca di districarsi in questo momento della Seconda Guerra Mondiale, dal quale prende le mosse, facendo di Heydrich un perno intorno al quale costruire un ritratto di durezza e ferocia, al quale contribuiscono senz’altro la mimica e la fisiognomica del suo interprete Jason Clarke. Non ci vengono risparmiati gli aspetti più controversi della sua carriera militare, a cominciare dal congedo dalla Marina della Repubblica Tedesca, con tanto di disonore, per la violenza fisica perpetrata ai danni di una ragazza dell’alta società (un elemento dai contorni quasi sinistri, se pensato in chiave post-Weinstein). Senza contare i tanti nodi irrisolti di una personalità difficilmente inquadrabile, in cui i modi violenti sembrano fare il paio con una discreta quantità di nodi psicologici irrisolti o malamente vissuti.

Al suo fianco, a dare delle coordinate militanti al suo pensiero debole, c’è Lina Von Osten, rampolla di un membro importate dello stato maggiore militare prussiano, che lo avvia alla dottrina del Partito Nazionalsocialista tedesco. Una figura femminile cui Heydrich sembra ancorarsi in maniera anodina e anaffettiva, per riempire dei vuoti e per specchiarsi in una donna forte e carismatica, in grado di cementificare la componente viscida e ghignante della sua indole. Lo stesso, in termini di sfruttamento subdolo e bieco e in modalità alquanto sintomatiche, sembra fare il film col personaggio di Rosamund Pike, volenterosa nel tratteggiare il suo ruolo ma in fin dei conti malamente sprecata dopo la spremitura iniziale. La sceneggiatura de L’uomo dal cuore di ferro, che era il soprannome attribuito da Hitler a Heydrich, le tributa infatti un’iniziale centralità per poi, progressivamente, dimenticarsi di lei, quasi a replicare l’agire del lato schizofrenico e paranoide della sua controparte maschile. L’apporto della Von Osten avrebbe potuto essere più cruciale nell’amplificare l’esplorazione del coté ideologico e dei risvolti politici del film, ma il sentimentalismo sgranato e lontano da ogni forma di compostezza, che la fa da padrone, finisce col vanificarla quasi del tutto.

Non va meglio sul fronte del racconto del cursus honorum di Heydrich, che fa del nazismo la pietra angolare di tutta la sua vita scalando le gerarchie delle SS e tramutandola, di fatto, nella sua massima ragione di vita. La sua pericolosità diviene ben presto proverbiale, ma del suo apporto decisivo ai piani per la Soluzione Finale dell’Olocausto, del quale fu ispiratore decisivo, ci viene detto in fin dei conti ben poco. Così come inutilmente affollata, e inevitabilmente frettolosa, è la galleria di comprimari e apparizioni che lo affiancano senza però sortire alcuna frattura rivelatrice o tantomeno momenti degni di nota. Il comparto tecnico si limita a tratteggiare dignitosamente l’ambientazione d’epoca, a cominciare da Praga, ma nulla può al cospetto di un copione votato al bignami, all’aneddoto di grana grossa e alla raccolta di figurine. Un procedimento, quest’ultimo, che non risparmia nemmeno il legame con l’altrettanto temibile fondatore delle SS Heinrich Himmler.

Heydrich, che era un uomo preposto alla sicurezza e alla repressione ma con ogni probabilità anch’egli insicuro e represso, si sarebbe prestato a una trattazione meno schematica, così come miglior sorte avrebbe meritato la raffigurazione di quel gruppo di combattenti della Resistenza Ceca in esilio, addestrati dagli inglesi e guidati dal governo Cecoslovacco, che tentò con tutte le sue forze di opporsi alla sua egemonia e di compromettere l’operato di colui che fu anche soprannominato il “Macellaio di Praga”.
I tagli e i rimaneggiamenti imposti da Harvey Weinstein, da sempre noto per tali accorgimenti forzati imposti alle sue produzioni, hanno senz’altro giocato un ruolo decisivo nelle sembianze definitive del progetto, ma la sensazione è che Jimenez non sia riuscito a monte a imporre una prospettiva stimolante e propulsiva al romanzo cui il film s’ispira. Un testo che in tedesco si chiama Himmlers Hirn heißt Heydrich e allude, fin dal titolo, a Heydrich come al “cervello di Himmler”, a riprova del suo ruolo da eminenza grigia in seno al nazismo e alle sue storture.

Una dimensione scientifica che L’uomo dal cuore di ferro provvede di gran carriera a estinguere, preferendogli, in maniera assertiva e acritica, le ragioni dell’istinto e quelle del cuore. Un’istanza sicuramente più in linea con il taglio da film biografico tradizionale dato all’operazione, asettica sul piano critico e patinata persino nella rutilante svolta action dell’ultima parte, interamente poggiata su dinamiche di genere precipitose e affastellate.

Info
Il trailer di L’uomo dal cuore di ferro.
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