Alva

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Presentato nella sezione Bright Future dell’International Film Festival Rotterdam 2019, Alva rappresenta l’esordio al lungometraggio di finzione per il portoghese Ico Costa, che racconta una storia di sopravvivenza nell’altopiano lusitano e di seduzione della cosiddetta vita civilizzata.

La ballata di Henrique

Henrique è un piccolo proprietario terriero portoghese che vive sulle colline, lontano dalla civiltà. Si capisce che qualcosa non va nella sua vita quando gli chiedono se ci sono notizie sulle sue figlie. Il giorno dopo commette un crimine. Quindi fugge di nuovo sulle colline. La seconda parte del film si concentra su Henrique mentre si nasconde. Alla fine ritorna al villaggio. [sinossi]

Tanti elementi del cinema contemporaneo, di quello più innovativo e di ricerca, fanno capolino in questo piccolo film, Alva, esordio al lungometraggio di finzione del filmmaker portoghese Ico Costa, presentato nella sezione Bright Future dell’IFFR 2019. C’è il film di sopravvivenza, di fuga dalla civiltà, di ritorno a condizioni primigenie di animalità nel bosco, reso nella sua crudezza con l’assenza di dialoghi, come Essential Killing di Jerzy Skolimowski. C’è il gioco sugli stereotipi della narrazione di genere e non, sull’eludere le aspettative spettatoriali: come in Aurora di Cristi Puiu il protagonista impugna il fucile e commette improvvisamente un omicidio, nel caso di Alva dopo venticinque minuti di film, dopo che nulla lo avrebbe fatto presagire, con nessun elemento di tensione. C’è poi il film incentrato su una figura vera, dal volto scavato dalla vita, in questo caso Henrique, con il nome del personaggio che coincide con quello del suo interprete a sottolineare l’equivalenza tra i piani di realtà e finzione. Possono venire in mente figure come quella di Ventura del connazionale Pedro Costa, fino a quella dell’herzoghiano Bruno S.

Henrique vive in un paesaggio brumoso, piovoso con le sue pecore. L’esatto opposto di quell’idealizzazione della vita agreste, fatta mattoni a vista, balle da fieno e caminetti, proprio di certi stereotipi contemporanei. La sua abitazione è squallida, in disordine, tra fornelli e pentole sudici, e un grande poster del Benfica che campeggia. Porta il latte al caseificio del villaggio vicino con il suo camioncino. Tutti gli abitanti del villaggio, come gli avventori del bar, sono delle facce vere, reali, genuine, come la sua. Nella seconda parte il degrado del personaggio si acuisce. Vive di scatolette ma arriverà a nutrirsi dei frutti di bosco, di prodotti della natura, natura con cui si pone in simbiosi anche nel momento del bagno ristoratore del laghetto. Questa parte costituisce l’avventura primaria e primigenia che Ico Costa rappresenta senza dialoghi, con i suoni del bosco e raffigura con la grana della pellicola 16mm. La terza parte del film riguarda invece la seduzione della vita civilizzata, cui Henrique non riesce a sottrarsi, e che lo induce a tornare nella casa, darsi una ripulita e tirarsi a lucido in maniera buffa e impacciata, radendosi la barba, indossando l’abito matrimoniale e tornando nel bar, consapevole anche nel suo agire istintivo, che è ricercato.

Come si è detto, il regista gioca con le aspettative dello spettatore eludendole e frullando i cliché narrativi del cinema di genere. Ci sono tre momenti, solo tre, che si richiamano tra di loro, che forniscono l’abbozzo della trama, delle motivazioni della vicenda di Henrique, del perché ha agito in quel modo. Momenti che beninteso, anche nella loro marginalità, possono fungere da MacGuffin, da pretesto, l’interesse di Ico Costa non è quello per le dinamiche di causa ed effetto. Prima la richiesta di come stiano le figlie, all’inizio. Poi il sentirsi dire, nella casa della moglie dove si precipita dopo aver sparato, che lo psicologo gli preclude la possibilità di visitare le stesse. Infine, in conclusione, la sua domanda di come stia, se sia o morto o meno, lo psicologo da cui sono in cura le ragazze. L’ultima frase funziona da elemento di svelamento della situazione, ma Costa aggiunge ancora un pezzo finale dove comprensibilità e linearità narrative vengono ancora messe in discussione.
Nell’uso costante di macchina a mano, Costa concepisce un lungo piano-sequenza finale in cui annegano i rapporti consequenziali di causa ed effetto. Un punto di vista galleggiante, come di un demiurgo, accompagna Henrique che esce dal locale, compie una panoramica a 360°, e torna al punto di partenza per scoprire che l’uomo, che abbiamo avuto dentro l’inquadratura per tutto il film, è scomparso. Si può avere la sensazione che sia diventata una soggettiva di Henrique, ma non ci sono stacchi e ciò viene smentito nell’ultima scena. Henrique, dopo essere sfuggito alle forze dell’ordine, elude ora anche l’inquadratura e gli spettatori.

Info
La scheda di Alva sul sito dell’International Film Festival Rotterdam.

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