L’esorcismo di Hannah Grace

L’esorcismo di Hannah Grace

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Ben più ridicolo che spaventoso L’esorcismo di Hannah Grace, sortita statunitense dell’olandese Diederik Van Rooijen, è un prodotto raffazzonato, privo di idee, incapace di creare anche la benché minima atmosfera inquietante.

La maledizione di xanax

Megan è una poliziotta che, dopo un trauma, decide di fare il turno di notte all’accettazione dell’obitorio di un ospedale di Boston. Sicura che i cadaveri non potranno farle del male, la ragazza non ha fatto i conti però con la salma di Hannah Grace, una ragazzina morta dopo un esorcismo… [sinossi]

Soffrite d’ansia? Vi sentite un po’ depressi? Prendete benzodiazepine? Beh, buttatele e lasciate stare i gruppi di aiuto o gli strizzacervelli: la vostra potrebbe essere possessione demoniaca. Ansia e incipiente depressione sono infatti il tratto in comune tra la poliziotta Megan (Shay Mitchell) e la povera Hannah Grace (Kirby Johnson featuring effetti digitali), sottoposta a un esorcismo e uccisa, nella prima scena del film, dal padre. La giovine, novella Regan (L’esorcista), è infatti vittima di un demone potente che fa fuori senza sforzo il prete che cerca di salvarla: assistendo atterrito e addolorato alla scena, il genitore comprende che non c’è molto da fare se non porre fine alla vita della figlia. L’incipit del film, con l’esorcismo posto come preambolo della “storia” e non come climax della stessa è l’unica cosa degna di menzione de L’esorcismo di Hannah Grace, un lavoro per il resto davvero privo di idee, di tensione, di ragion d’essere. L’altro aspetto vagamente interessante del film è l’ambientazione, ossia l’obitorio con i suoi neon, le sue spie luminose, i sensori, il lucido metallo: in mano a qualche altro regista, forse, l’atmosfera fantasmatica della morgue associata agli elementi tecnologici poteva dar vita a qualche guizzo…chissà. Di sicuro non è questo il caso.

Se dal 1973 e dal capolavoro di Friedkin il cinema non ha lesinato ragazze indemoniate, questa Hannah Grace difficilmente resterà nei nostri ricordi e nei nostri incubi: dopo averla vista morire nella prima scena, di lei sostanzialmente non sapremmo più quasi nulla se non che, appunto, soffriva di ansia (arrivare al demonio, si sa, è un attimo…) e che, ovviamente, lei sarà pure morta, ma il lontanissimo parente di Pazuzu è ancora sveglio e vispo. E ha trovato rifugio in una bella cella frigorifera dell’obitorio di un ospedale di Boston. Dove lavora, appunto, un’altra giovane donna, Megan, che ha dovuto lasciare l’impegno sul campo, da poliziotta, dopo un crollo di nervi in seguito alla morte del suo collega di pattuglia: Megan ha iniziato a soffrire anche lei di ansia, tanto da assumere pillole (oh my God!) e bere… e insomma, per riprendersi dopo un trauma del tutto comprensibile e disintossicarsi, cosa c’è di meglio che fare il turno di notte in mezzo ai cadaveri? La domanda è risolta, sempre nei primi minuti del film, da un’affermazione della protagonista: “per me quando si muore si muore, fine della storia”. Insomma la protagonista, piuttosto che prendere lo Xanax preferisce stare tranquilla in mezzo ai morti, che non possono farle nulla: il classico bisogno di superare un trauma o una dipendenza, del resto, è l’unico appiglio psicologico che permette allo spettatore di “intercettare” un personaggio per il resto inesistente. Prendete poi un immancabile “aiutante” e un ex fidanzato ancora, in fondo, affezionato a Megan, un paio di svolte doverose (la prima, chiaramente, è che il cadavere di Hannah Grace cominci a sgattaiolare dalla sua celletta per combinare guai), ed ecco tutti gli ingredienti che compongono il film. Anzi, ecco proprio tutto il film, che pecca decisamente di una scrittura degna di questo nome, ma pure di una regia capace di sopperire alle esili, filiformi, idee narrative. Il regista è l’olandese Diederik Van Rooijen, alla sua prima produzione americana: l’operazione, ambientazione inclusa, ricorda un po’ quella fatta con il ben più interessante Autopsy, produzione inglese del regista norvegese André Øvredal.

Prevedibile e privo di suspense, questo horror elementare riesce però a strappare qualche risata: il cadavere di Hannah Grace rumoreggia con le sue ossa rotte e tende a muoversi come un ragno (ricordando, nelle movenze, alcune creature spaventose degli horror giapponesi di inizio millennio, a partire dalla simpatica bambina di Ringu di Hideo Nakata), ma prende anche l’ascensore e viene ritrovata sempre per tempo nella sua celletta frigorifera come se il demone avesse un avatar. Persino la logica e la grammatica horror pare spesso vacillare ne L’esorcismo di Hannah Grace, meno che mai capace di dare una consistenza drammaturgica agli attanti che vediamo in scena. Il padre stesso della povera indemoniata, figura inizialmente tragica (ha in fin dei conti ucciso sua figlia), tornerà in vesti un po’ ridicole e farà una fine che, anche in questo caso, porta più al riso che ad altro: la protagonista, poliziotta che vaga incerta in questa landa senza senso e senza un minimo di creatività, del resto non gli presta ascolto quando lui le suggerisce di cremare il corpo del demone in un forno che, evidentemente, all’obitorio dell’ospedale è di notte sempre acceso… Tra forzature, incongruenze, noia, L’esorcismo di Hannah Grace più che ricordare i lontani fasti dei grandi, opere recenti di maggior dignità (L’esorcismo di Emily Rose, per dirne una) o lavori incentrati sulla psicologia in rapporto alla religione (come lo spaventoso, bellissimo, Requiem di Hans-Christian Schmid) fa rimpiangere piuttosto e parecchio il divertente Riposseduta che sulla materia aveva molto più da dire.

Info
Il trailer de L’esorcismo di Hannah Grace.
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