Copperman

Copperman

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Copperman è il nuovo film di Eros Puglielli, girato quasi in contemporanea a Nevermind. Se lì a dominare la scena era il grottesco qui il regista romano si muove in direzione della fiaba, rileggendo il mondo superomistico per narrare la storia di un “puro di cuore”.

Gli occhi di Anselmo

Questa è la storia di Anselmo, un uomo speciale. Attraverso i suoi occhi la realtà assume i colori delle fiabe, la purezza dei bambini e la forza magica dei supereroi. Cresciuto senza imparare a diffidare degli altri, nonostante la durezza della vita, riuscirà comunque a mantenere la sua limpida e particolare visione del mondo. [sinossi]

L’avvento del supereroe Copperman dovrebbe essere salutato con interesse al di là del singolo valore del film. Era dal novembre del 2004, poco meno di quindici anni fa, che un film diretto da Eros Puglielli non trovava uno spazio distributivo in sala: all’epoca si trattava di Occhi di cristallo, metà giallo all’italiana metà thriller neo-gotico che aveva avuto l’anteprima alla Mostra di Venezia e che la 01 sprecò, gettandolo davanti agli occhi del pubblico quasi senza battage pubblicitario, e senza alcun tipo di sostegno. Un vero peccato, perché la supposta rinascita del genere in Italia avrebbe meritato di passare per le mani di Puglielli, enfant prodige che diresse il suo primo lungometraggio a neanche venti anni, firmando quel Dorme destinato a diventare ben presto un oggetto di culto – e poi “ripescato” nel catalogo di Distribuzione Indipendente. Copperman, il sesto lungometraggio diretto da Puglielli nell’arco di ventisei anni, approda dunque in sala, luogo ancora proibito all’immediatamente precedente Nevermind, apprezzato lo scorso autunno ad Alice nella Città durante le giornate della Festa del Cinema di Roma e a oggi privo di una data di distribuzione. C’è dunque da esultare a prescindere, perché il ritorno in sala di un film diretto da Puglielli è di per sé una buona notizia.

Fin dal suo incipit, con il quarantenne Luca Argentero che racconta la sua infanzia a una bambina, seduti appoggiati a una balla di fieno nel bel mezzo della campagna, è evidente come Copperman si distacchi dalla prassi della produzione italiana di questi ultimi anni. Nel racconto fiabesco e intriso di sfumature surreali dell’educazione alla vita del piccolo Anselmo, che è ossessionato dall’immagine circolare e ha alcune idiosincrasie a partire dal colore giallo, c’è la scelta di posizionare lo sguardo in una direzione non particolarmente battuta in Italia, ad altezza bimbo ma allo stesso tempo alla ricerca di cromatismi iperreali, più prossimi ad alcune narrazione d’oltralpe – non sarebbe inappropriato guardare dalle parti di Jean-Pierre Jeunet, o anche del belga Sam Garbarski – o a un certo immaginario nipponico. L’idea, che convince nella sua gestazione, è quella di trattare con semplicità tematiche assai poco semplici: Anselmo, che è affetto da un ritardo per quanto minimo (anche se c’è una discrasia tra la messa in scena dei problemi tra l’Anselmo bambino e la sua versione adulta, molto più prossima alla rappresentazione classica dell’autismo), crede che il padre che l’ha abbandonato dalla nascita sia in realtà un supereroe perennemente in giro a cercare di salvare vite umane. Il tema dell’abbandono, e della figura del padre come uomo nero, ferale e crudele, è il centro pulsante della narrazione, così come la frustrazione verso una vita che non ha concesso ciò che sembrava promettere – la medesima frustrazione patita tanto dal padre di Titti, di cui è innamorato fin dalla più tenera età Anselmo, quando dal fabbro Silvano, vero e proprio deus ex machina della vicenda. Scelte che dimostrano la tensione verso il dramma non edulcorato da parte di Puglielli e del nutrito (forse anche troppo) staff di sceneggiatori.

È proprio nella scrittura che Copperman mostra le sue lacune più evidenti, e non è forse un caso che si tratti del primo film sul cui script Puglielli non ha avuto voce in capitolo, per lo meno in modo ufficiale. I problemi narrativi vengono a galla non appena la parte relativa all’infanzia viene accantonata per concentrarsi sull’Anselmo adulto, quello che sceglie una volta per tutte di trascorrere le sue notti nelle vesti de “l’uomo di rame”. La fiaba dai colori melanconici e vivaci allo stesso tempo lascia – o dovrebbe lasciare – il campo alla storia di un supereroe, in una rilettura su scala ridotta dei cinecomic d’oltreoceano. Il condizionale però è d’obbligo, perché a parte un paio di salvataggi notturni (per di più riuscito quello che vede per protagonisti una prostituta slava alle prese col suo pappone) non c’è traccia delle azioni di Copperman. Anzi, ben presto tutti o quasi vengono a conoscenza della doppia identità di Anselmo, di fatto svuotando il genere del suo aspetto più rilevante, vale a dire il concetto di mascheramento.
Questo squilibrio narrativo viene acuito dall’ingresso in scena di alcuni personaggi del tutto inessenziali allo sviluppo della trama – gli ospiti della casa di cura nella quale lavora Anselmo, a loro volta intenzionati a trasformarsi in supereroi – e da situazioni, come il vagheggiato corteggiamento di Silvano alla madre di Anselmo, destinati ad atrofizzarsi in fretta e furia. Puglielli si destreggia come può, confermando in ogni caso di possedere uno sguardo proprio e propriamente autoriale. La verità, con ogni probabilità, è che Copperman non vuole essere davvero un cinecomic, e non guarda in fin dei conti dalla parte dei supereroi – tanto che la varietà di fumetti con i quali cresce il protagonista gioca molto sulla demenza dei nomi, da Cactus Man in giù. Puglielli gioca una volta di più con i generi, se ne fa beffe (il suo primo supereroe è già presente in Dorme, con quel pre-finale delirante che prevede il duello tra il protagonista e i “fratelli” Riccio), li riconduce eternamente al suo sguardo, che vaga più dalle parti del fantasy per famiglie che da quelle di Marvel e DC Comic. Nell’inno alla purezza che disegna non mancano né amarezza né violenza, come dimostra il ricordo della madre di Titti spazzata via da un treno in corsa, e non viene mai mano l’action puro. Non c’è spazio per la prassi nel cinema di Puglielli, ed è questo il punto di arrivo più interessante di Copperman, film diseguale semmai per troppa affabulazione. L’alchimia tra uno spento Luca Argentero e Antonia Truppo procede a corrente alternata, ed è parte di quel senso di spaesamento che si avverte non appena viene abbandonata la parte infantile della vicenda. A voler giocare con il testo del film si può dire che i cerchi tanto amati da Anselmo non sempre vengono perfetti. Ma sarebbe un errore non cogliere l’eccentricità di Puglielli e del suo film, e la voglia – sempre da difendere – di smarcarsi dagli schemi predefiniti, dalle regole, dall’ovvio. Attitudine preziosa, e sempre più rara da rintracciare nel cinema italiano.

Info
Il trailer di Copperma.
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