Un valzer tra gli scaffali

Un valzer tra gli scaffali

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Un valzer tra gli scaffali è il racconto minimale e non privo di lirismo à la Kaurismäki che Thomas Stuber fa della classe operaia – che non va in Paradiso – nell’ex Germania Est. Ben diretto e interpretato, il film è un piccolo ma prezioso racconto, cui forse manca il coraggio di allargare la visuale.

La classe operaia

Christian è il nuovo dipendente del supermercato alla scoperta di un mondo sconosciuto: le infinite corsie, il maniacale ordine del deposito, il meccanismo surreale del carrello elevatore. Il suo collega Bruno del dipartimento bevande lo prende subito sotto la sua ala, con protezione paterna nonostante i modi bruschi, insegnandogli tutti i trucchi del mestiere. Quando poi, un giorno, Christian incrocia tra gli scaffali lo sguardo di Marion, responsabile del reparto dolci, qualcosa scatta tra loro. A lei piace scherzare e provocare Christian, ma lui sembra davvero essersi innamorato di Marion, che in realtà è sposata. Subito si sparge la voce tra i colleghi del supermercato. Quando poi Marion prende un congedo di malattia, Christian cade in una depressione così profonda che il suo miserevole passato rischia di sopraffarlo di nuovo. [sinossi]

Il primo pensiero che si sviluppa durante la visione di Un valzer tra gli scaffali, terzo lungometraggio per il cinema del trentottenne tedesco Thomas Stuber (i più attenti ricorderanno i precedenti Herbert e in particolar modo Teenage Angst, ribellistico racconto giovanile che portò alla ribalta il nome dell’allora esordiente regista), riguarda una nuova presa di coscienza del cinema europeo nei confronti della questione operaista. Come sottolinea con precisione il titolo originale, In den Gängen, il film di Stuber è interamente ambientato “nei corridoi”, tra gli scaffali di un supermercato che si erige a ridosso di un’autostrada appena fuori Lipsia, depressa città decaduta dopo il crollo del Muro, un tempo tra i vertici della Germania dell’Est e ora anonima periferia di un mondo del Capitale che la sfiora senza mai fermarsi. In quei corridoi, tra quegli scaffali – è preferibile glissare sull’aggiunta di “valzer” nel titolo italiano, puerile escamotage per cercare di portare in sala spettatori evidentemente obnubilati dal potenziale ritmico ternario, cadenzato e cullante, dell’evoluzione del Ländler – si sviluppa la storia d’amore e depressione di Christian e Marion, quarantenni o giù di lì che si possono incontrare di fronte alla macchinetta del caffè solo quando i loro turni coincidono. Crudeltà del sistema del lavoro salariato. È interessante notare come Un valzer tra gli scaffali, alla stregua dell’ottimo A fábrica de nada del portoghese Pedro Pinho, o dei recenti In guerra di Stéphane Brizé e Le nostre battaglie di Guillaume Senez – in sala in Italia proprio in questi giorni – sposti l’occhio dalla classe media, tipico epicentro della narrazione europea dell’ultimo trentennio, in direzione degli operai, del proletariato più debole, privo di reti di protezione. Una nuova sensibilità sta forse prendendo piede – in questo senso la produzione cinematografica italiana si tiene ancora a distanza, preferendo concentrarsi sull’universo degli impiegati, dei colletti bianchi, del rampantismo –, ispirandosi da un lato alle storie di lotta dipinte con vivida forza da Ken Loach (non ultimo con la Palma d’Oro I, Daniel Blake) e dall’altro ai bozzetti tra il lirico e il disperato di Aki Kaurismäki, straordinario cantore di tutti i derelitti.

Proprio dalle parti del cineasta finnico sembra volersi posizionare Stuber, che non a caso sfodera per l’occasione una regia misurata ed elegante, fatta di movimenti di macchina millimetrici, e di un rigore formale che evita sempre di scadere nel facile didascalismo estetico. Proprio la messa in scena, insieme all’eccellente performance dell’intero cast, a partire dai protagonisti Franz Rogowski (visto di recente ne La donna dello scrittore di Christian Petzold, ma apprezzabile anche in Happy End di Michael Haneke e Victoria di Sebastian Schipper) e Sandra Hüller, che i più ricorderanno nel bel Vi presento Toni Erdmann di Maren Ade, appare come il valore aggiunto di un film per il resto solido, ma che non sembra avere davvero il coraggio di allargare il discorso.
Se la scelta di calarsi in profondità nel microcosmo delle vite operaie, con il loro gravame di depressioni, delusioni e tristezze, è senza dubbio condivisibile, lascia un po’ più interdetti la volontà non solo di non uscire mai dal luogo di lavoro – come se l’esterno fosse impossibile per chi vive una vita da operaio – ma di escludere dalla narrazione qualsiasi elemento che si ponga in conflitto di classe con i protagonisti. Non c’è nessun padrone visibile, in Un valzer tra gli scaffali, e per quanto si capisca il motivo di una soluzione narrativa simile, questo resta un problema. Se si elimina infatti il conflitto, e i motivi reali della condizione di subalternità (lavorativa, ma anche psicologica e fisica) degli operai, si finisce volenti o nolenti a punteggiare una visione deterministica della società. Se si apprezza l’afflato non incline a semplificazioni sulle durezze della vita degli operai, si rimane legittimamente perplessi di fronte a una rappresentazione che vuole la classe operaia vittima in quanto tale, priva di sbocchi o di elementi di rottura che possano scatenare una rivoluzione, piccola o grande che sia, intima o collettiva. È qui che il bell’impianto costruito ad arte – e con raffinata intelligenza – da Stuber si inceppa, almeno parzialmente. È qui che il film fallisce l’aggancio alle vette dei succitati Loach e soprattutto Kaurismäki (si pensi in tal senso a una meraviglia roboante come un uppercut in pieno volto come La fiammiferaia). Nulla che infici l’interessante risultato finale, sia chiaro, ma è giusto ogni tanto ricordarsi come la classe operaia non andrà forse in Paradiso, ma saprà pure uscire dai corridoi asfittici di un supermercato. Anche in Germania Est.

Info
Il trailer di Un valzer tra gli scaffali.
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