Dove comincia la notte

Dove comincia la notte

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Su soggetto e sceneggiatura di Pupi Avati, Dove comincia la notte di Maurizio Zaccaro si colloca nel solco del mystery all’italiana, qui ambientato in terra d’America, scartando a poco a poco dalle cornici del genere verso un esercizio elegante e intelligente. Un cinema di cui in Italia si sente sempre più la mancanza.

La fu Glenda Mallory

Davenport. Dopo la morte di suo padre il giovane Irving Crosley ritorna in città per occuparsi della cessione della vecchia casa di famiglia. Anni prima infatti suo padre Nat aveva intrecciato una relazione con una sedicenne sua studentessa, Glenda Mallory; a seguito dello scandalo la madre di Irving aveva chiesto il divorzio andandosene dalla città col figlio, mentre Glenda si era tolta la vita. A distanza di anni però alcune testimonianze continuano a sostenere che in realtà Glenda sia viva e che il suo suicidio sia stato solo una simulazione per poter continuare a vivere con Nat di nascosto. Con l’aiuto di alcuni nuovi amici ritrovati in città Irving si mette a indagare… [sinossi]

Opera prima in lungometraggio per Maurizio Zaccaro, Dove comincia la notte (1991) prende vita da un soggetto e sceneggiatura di Pupi Avati, collocandosi ampiamente nel solco del filone avatiano del mistero, terreno ben dissodato dall’autore bolognese col seminale La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983), e in seguito con altri titoli come Il nascondiglio (2007) e in parte L’arcano incantatore (1996). In tal senso Dove comincia la notte evoca e incrocia anche un ulteriore percorso avatiano, quello “americano”, tanto che il film di Zaccaro fu realizzato proprio con la medesima troupe che negli stessi mesi aveva partecipato al lavoro di Bix (1991) in territorio statunitense – un ulteriore incrocio tra brivido e America sarà poi affrontato da Avati con L’amico d’infanzia (1994) e ancora Il nascondiglio. Avati anzi sembra portare anche in racconti lontani dall’Italia il suo approccio paesano o provinciale: l’America narrata da Dove comincia la notte (così come quella, di tutt’altro genere, di Fratelli e sorelle, 1991) è piccola, lontana dalle metropoli, dominata da schiaccianti dinamiche di controllo, pettegolezzo ed esclusione/inclusione sociale. In sostanza, nel bel film di Zaccaro l’orizzonte sociale non è poi così distante dall’asfittica cupezza padana evocata da La casa dalle finestre che ridono. È meno intenso il sostrato di marcescenti credenze popolari, ma lo stigma sociale resta al fondo il motivo dominante dell’intreccio, con annesso desiderio di espiazione.

Dove comincia la notte si colloca altresì in un ulteriore territorio italiano che lungo gli anni Ottanta si era trovato sempre più in difficoltà, ossia l’ampia produzione di genere e consumo, che proprio con l’inizio del nuovo decennio dei Novanta troverà una progressiva e netta marginalizzazione nel quadro produttivo di casa nostra (quantomeno nel cinema di medio-ricca produzione). Mantenendosi nel solido solco tracciato da Avati nelle sue opere precedenti, anche Dove comincia la notte cerca il brivido tramite un lavoro minimale di messa in discussione della lettura razionale di realtà. Evocando un complesso figurale di lunga tradizione (l’antica magione fatta di corridoi e scricchiolii, strani fenomeni e angoli bui), Zaccaro ribalta innanzitutto il più elementare dei principi di identità e non-contraddizione: chi è morto non può essere anche vivo, chi è passato a miglior vita non può continuare a manifestarsi nell’aldiquà senza ribaltare il senso dell’esistenza stessa. Lungo l’indagine condotta da Irving, figlio di una coppia traumaticamente divorziata dopo il suicidio di una sedicenne, Glenda Mallory, che aveva avuto una relazione col padre, i primi elementi ad aprire anfratti d’inquietudine sono le frequenti riapparizioni della ragazza (mai concretizzate in audio-video, ma solo evocate), apparentemente testimoniate da un’amica e da tracce documentali. Solo a tratti il film di Zaccaro evoca i territori del sovrannaturale: la casa che fu teatro della tragedia continua a dare segnali dal passato (il tintinnio di un lampadario ormai rimosso, gocce che provengono dal soffitto), ma quasi mai il film sprofonda nell’ipotesi del fantasma o del ritorno dall’oltretomba. Sapientemente la regia e il racconto scelti da Zaccaro optano per l’ambiguità, oscillando con esiti intensamente avvincenti tra la soluzione razionale e irrazionale.

Rileggendo dunque scenari classici del brivido, Dove comincia la notte concede in realtà un’ampia parte centrale a un’avvincente ipotesi da paradosso pirandelliano, dove la presunta simulazione di morte è la necessaria moneta di scambio per poter continuare a vivere in una delirante serenità. Zaccaro squaderna un armamentario decisamente competente riguardo a tòpoi convenzionali del mistero, adottando soprattutto un frequente uso di soggettive non attribuite, e lasciando così intuire uno sguardo che spesso, dietro gli angoli degli interni della casa, sembra continuare a vigilare sui movimenti dei protagonisti. Intensa è l’evocazione, molto avatiana, di luoghi inaccessibili e ominosi in spazi chiusi. Le case, spazi razionalmente limitati, conservano sempre infiniti margini di mistero, dove il passo dell’uomo è impedito e lo sguardo scopre i propri limiti di lettura. Giocando con le paure più primordiali dell’essere umano in un’ottica da spavento pressoché infantile, Dove comincia la notte evoca spazi interstiziali tra tetto e stanze abitate (la soffitta de La casa dalle finestre che ridono, riecheggiata poi trent’anni dopo dai cunicoli di Il nascondiglio), metonimia dell’inconoscibile seppur a portata di mano, lì, a un passo dalla camera da letto.

Le case sono anche cumulo di tempo, stratificazioni di eventi, che ripartoriscono ineluttabilmente tracce del rimosso. Libri annotati, smalti per le unghie, piccoli premi per un concorso infantile: il gioco espressivo di Zaccaro s’incardina spesso e sapientemente sulla presenza/assenza degli oggetti. Agli indizi-oggetto che a poco a poco affiorano dalla casa risponde il grande rimosso dell’oggetto-corpo: Glenda Mallory, il padre e la madre di Irving non assumono mai sembianze e ruoli agenti all’interno dell’intreccio, ma restano solo come stratificazioni nella memoria dei personaggi o sotto forma di trasmigrazioni metonimiche in oggetti di scena. Non a caso sarà un oggetto-metonimia, posto sulla tavola da pranzo, a chiudere il racconto in un ammirevole finale.
D’altra parte Dove comincia la notte mostra anche grande sapienza nella costruzione di una storia che sembra andare nella direzione della pura detection, sia pure sull’ambiguo crinale tra razionale e irrazionale, mentre di fatto racconta tutt’altro. L’indagine intorno al destino di Glenda Mallory si tramuta in realtà, per piccoli cenni progressivi, nello scandaglio interiore di un’anima segnata dal trauma. Ancora in linea con le tendenze avatiane del mistero, Dove comincia la notte si chiude infatti con lo sprofondamento nel delirio del detective, destino comune agli Stefano de La casa dalle finestre che ridono e di Zeder (a ben vedere, pure il protagonista di Un ragazzo d’oro, 2014, al momento ultima fatica cinematografica di Avati, va incontro al medesimo percorso). Nel labirinto illeggibile del mistero non solo si perde la certezza della ragione, ma finisce per perdersi l’integrità dello stesso protagonista. La riscoperta del passato, insomma, non si tramuta in chiave vincente per addentrarsi in un univoca realtà storica, bensì diventa cartina di tornasole per la coscienza del protagonista, riportato al confronto con se stesso, coi propri rimossi, con la propria anima vulnerata. Così, esordendo intorno al tòpos della “casa”, Dove comincia la notte dà espressione alla sua metonimia più compiuta nel finale, dove la casa finisce col sovrapporsi e identificarsi con la famiglia, oggetto perduto (magari solo immaginato e idealizzato nella sua eterna letizia) e in tal senso protagonista di un’ossessione delirante. Da una simulata detection, in sostanza, si giunge a un finale in odore di Psyco, avvitato nel medesimo rapporto compensativo con la figura materna.

Non tutto torna: avviandosi al finale il racconto affretta fin troppo il passo, e da Dove comincia la notte l’esigenza spettatoriale di logica e coerenza esce talvolta messa in scacco. Accade spesso col cinema di genere italiano e pure col filone avatiano del mistero. Ma è vincente, per l’appunto, la scelta di narrare lo scacco della ragione. Se quella casa sembra essersi fermata nel tempo (come suggerisce il personaggio di Denny), ciò è dovuto in realtà al blocco temporale/esistenziale di una mente, incapace di elaborare positivamente traumi e dolore, se non avvitandosi con scatto ulteriore verso un’elaborazione delirante.
Scegliendo di evitare effettacci e momenti forti, Zaccaro valorizza così con esiti altissimi l’unico brano in cui il sangue appare in scena: quella coperta sciacquata in vasca, che a poco a poco riporta in vita un antico sangue versato. Frammento potente, perfetta incarnazione di un passato letteralmente rimesso in vita nel presente. Non c’è bisogno di tornare effettivamente dall’oltretomba: il passato si stratifica innanzitutto nelle coscienze, negli oggetti, nei luoghi. Con conseguenze dirompenti. Lì, forse, comincia la notte. In tale direzione sembra infatti assumere senso anche un titolo che appare per lo più occasionale, legato alla pura e semplice evocazione di un orizzonte di genere e mistero. In realtà, la “notte” di Zaccaro sembra cominciare dove la coscienza è messa a confronto coi propri rimossi, territori impercorribili come un oscuro sottotetto.
A nostra memoria Dove comincia la notte fu distribuito a suo tempo con una buona copertura promozionale (il sottoscritto mantiene un chiaro ricordo di trailer molto insistenti sui canali televisivi soprattutto commerciali), per poi essere letteralmente dimenticato. Al momento non è disponibile nemmeno una distribuzione in dvd, ed è un vero peccato. Recuperarlo può essere un’esperienza esaltante, per riscoprire una volta di più un cinema italiano capace di andare altrove, affrontare generi ormai sempre meno consueti nell’attuale produzione nazionale, e soprattutto capace di parlare tramite il genere. Capace di intrattenere, evocare, e riflettere.

Info
Il trailer di Dove comincia la notte.

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