I Was at Home, But

I Was at Home, But

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Fra ineleganti metafore animali, controcampi negati, sbalzi d’umore, apatie, isterie assortite, figli spariti e poi ritrovati, recite a scuola ed esaurimenti nervosi, I Was at Home, But di Angela Schanelec procede confusionario, pretenzioso e inutilmente criptico verso un banale esistenzialismo d’accatto, per il quale la vita è solo una recita e l’arte non è che menzogna. In concorso alla 69ma Berlinale.

Il cane, l’asino, l’Amleto, la bicicletta e il dito mozzato

Dopo essere scomparso per una settimana Phillip, il figlio tredicenne di Astrid, torna a casa senza dire una parola. Sua madre e i suoi insegnanti sospettano che la sua scomparsa possa essere correlata alla perdita di suo padre, e solo gradualmente la vita di tutti i giorni sembra tornare alla normalità. Astrid si ritrova però di fronte a domande che offrono una prospettiva completamente nuova sulla sua esistenza borghese e sulla sua carriera nel settore culturale di Berlino. Anche le sue idee sull’arte cominciano a cambiare, e diventa sempre più difficile per lei accettare che suo figlio stia iniziando a costruire una propria vita indipendente. Philip viene ricoverato in ospedale per setticemia, mentre Astrid è al collasso nervoso, annientata dalla preoccupazione, dal senso di colpa e dai suoi sentimenti di fallimento. Ma Phillip e la sua sorellina non si allontanano da lei… [sinossi]

Un cane sbrana lentamente e con gusto un coniglio, mentre un asino guarda apatico e impassibile fuori dalla finestra della stalla. Da buoni animali seguono il loro istinto, la loro natura, il loro ruolo nella catena alimentare, recitando anche loro, esattamente come gli esseri umani protagonisti del freddo, ellittico e inutilmente criptico I Was at Home, But, pretenzioso già dal titolo che vuole richiamare a Ozu ribaltandone l’umanità in un apatico pessimismo, un copione che pare già forzatamente segnato, sul quale non si può fare altro che seguire la propria parte in quella grande farsa chiamata vita. Un po’ come i bambini a scuola, a loro modo (sacrilegamente) straubiani nel loro scoperto mettere in scena, senza nemmeno provare a essere credibili, l’Amleto di Shakespeare, testo principe nel suo camminare sul filo teso fra la vita e la morte del dilemma più tragico e ancestrale – essere o non essere (a casa, ma). O come la protagonista Astrid, madre vedova con due figli che procedono sul limitare fra infanzia e adolescenza, la cui esistenza sempre più opprimente e angosciante, tanto slabbrata da non consentire più di seguire una sola linea ma da obbligare a continui salti narrativi e concettuali, è il terreno su cui si muove il nuovo film della cineasta tedesca Angela Schanelec, ennesimo tassello opaco e almeno a tratti irritante del mediocre concorso della Berlinale 2019.

Un terreno, quello costruito e battuto dalla Schanelec, labirintico ed episodico, sul quale nasce un sostanziale mosaico privo di coordinate fatto di momenti volutamente slegati fra loro e di certezze che si sgretolano, di dubbi esistenziali e di improvvise sfuriate, di incontri casuali con (s)conosciuti e di aperte incoerenze. Un terreno di (banali) simbolismi, di controcampi presuntuosamente negati ad acuire l’esibita enigmaticità non mostrando l’interlocutore, e soprattutto di apatici e inascoltati dialoghi – magari filtrati, distorti e resi robotici dal laringofono del venditore di biciclette – inevitabilmente destinati a diventare il monologo schizoide e delirante di chi, sull’orlo del collasso, non ha più orecchie nemmeno per se stesso.
L’intento di disorientare lo spettatore così come è disorientata la protagonista appare chiaro, e sulla carta, nel suo voler trascinare chi guarda nella stessa spirale di soffocante disperazione e confusione, non sarebbe forse nemmeno privo di spunti di interesse. Ma mentre Astrid, con i suoi comportamenti insensati e con i suoi discorsi sempre troppo espliciti di dubbi e depressioni, si ritrova sempre al di sopra delle righe a urlare la sua disperazione e il suo disagio interiore anche quando forse sarebbe stato meglio un sussurro, le emozioni messe in scena nel calderone di I Was at Home, But rimangono solo ed esclusivamente sue, confinate sullo schermo dalla totale mancanza di un filo narrativo in cui ritrovarsi e dal quale riuscire a sviluppare la necessaria empatia, da un’astrazione che dimentica di dover prima partire dai necessari appigli di concretezza per poter funzionare, e soprattutto da uno sguardo glaciale e anaffettivo, che tutto incornicia in asettiche inquadrature fisse e distanti su immobili personaggi che non permettono in alcun modo ai turbamenti né ai sentimenti di uscire dalla rigidità dei quadri per coinvolgere emotivamente il pubblico. Quello che passa è solo la confusione, cinematografica ben più che mentale ed esistenziale, di un film che vorrebbe stravolgere il linguaggio e fingersi concettuale, ma non riesce ad andare oltre la vuota provocazione, spostando l’asticella di ogni sua ambizione in un’irritante pretenziosità che piuttosto che riflettere e comunicare sembra quasi voler prendere in giro chi guarda cercando disperatamente di trovare un senso che, per la maggior parte delle volte, non c’è.

Del resto, anche la natura delle riflessioni e delle conclusioni a cui I Was at Home, But vuole giungere, infiocchettate con uno stile tanto esasperatamente autoriale – come se bastasse dilatare i tempi e non muovere la macchina da presa per essere realmente rigorosi – da dichiarare quasi da solo la mancanza di sostanza alla base, non si elevano oltre il grado zero. Persa nel flusso dei suoi pensieri, perseguitata dai sensi di colpa e dai sentori di fallimento, incapace di accettare che il figlio, nel frattempo sparito nei boschi, tornato a casa e poi finito in ospedale per setticemia con tanto di dito del piede da amputare, stia crescendo e stia iniziando a prendersi i suoi spazi vitali, la protagonista trasformerà in psicodramma la rottura della catena di una bicicletta comprata usata a 80 euro, piomberà nella sala professori della scuola del figlio a sconcertare gli astanti rigorosamente immobili a (non) ascoltarla nell’incomunicabilità dei suoi sproloqui, vagherà ora apatica, passiva e inespressiva e ora isterica, aggressiva e incontenibile per strade, supermercati, negozi di bici e musei, intreccerà un’improbabile relazione con l’aitante istruttore di tennis dei suoi ragazzi e rimetterà in discussione il suo lavoro nel campo dell’arte contemporanea, che inizia a percepire come inutile orpello o peggio ancora come estetica senz’anima, come ipocrita inganno, come cortocircuito fra realtà e finzione, come menzogna almeno quanto è una menzogna la vita/messinscena.
Fino a quando, procedendo a grandi falcate verso il pessimismo cosmico e il più completo nichilismo, incontrerà totalmente per caso un regista indipendente e non certo di successo, e lo accuserà di barare mettendo in scena la morte senza che nessuno realmente muoia e di usare abitualmente gli altri (attori) per celebrare se stesso. Mentre lui, dichiarando con ragione ma non certo senza arroganza che «il film va visto fino alla fine» (esternazione per lo meno curiosa nel suo giungere proprio all’apice del rapido e inesorabile svuotarsi del Palast berlinese), si giustifica bofonchiando altezzoso e poco convincente qualcosa riguardo non meglio precisate cause personali e autobiografiche alla base del suo atto cinematografico, rivelando l’ennesima occasione persa in una sceneggiatura che nel suo procedere per accumulo quasi costantemente lambisce potenziali punti di interesse, ma mai riesce a fare reale breccia e a dire davvero qualcosa.

Sempre più lunatica nei suoi disperati sbalzi d’umore e nello sfilacciato disgregarsi di ogni sua stabilità personale, familiare e lavorativa come sabbia fra le dita, Astrid finirà persino per prendere i propri figli, “rei” di aver cucinato la colazione o di essersi messi a giocare rumorosamente, e per costringerli fra urla e improperi a uscire non solo dalla porta ma anche dal portone del caseggiato, forzati a rimanere per ore in mezzo alla strada in attesa che la madre si calmi. In un comportamento insensato almeno quanto quello dell’amante che, una volta fuori casa, dopo aver consumato senza il minimo rimorso né il minimo pensiero nei confronti di Phillip e della sorellina, saluterà i bambini da amicone, con il cinque. Anch’egli, come tutti, falso e ipocrita ma forse incolpevole attore del proprio ruolo sociale e di vita. Come Amleto, come Ofelia, come Orazio, come Rosencrantz e Guildestern, che ogni giorno cambiano volto, voce e regia ma mai quello stesso ruolo inelegantemente metaforizzato dal cane, dal coniglio e dall’asino, in cui le famiglie si sfasciano, gli episodi si accatastano, le certezze svaniscono, e Astrid rimane sempre lì, depressa e impotente come una pedina, sempre più vicina all’esaurimento nervoso, a sbagliare giorno dopo giorno di fronte a un’esistenza a brandelli. Già, sbagliare. Il che forse, in un film rimasto sulla carta, profondamente sbagliato per forma, sguardo e sostanza quanto sprezzante e borioso nel rifiutarsi di ammetterlo e nel negare quel minimo di contestualizzazione che avrebbe forse permesso lo scattare di un minimo di scintilla emotiva, è l’unica cosa che si può fare. Oltre a tirare un sospiro di sollievo quando, al termine di 106 minuti interminabili, lo scorrere dei titoli di coda annuncia che la tortura, per fortuna, è finita.

Info
La scheda di I Was at Home, But sul sito della Berlinale.
  • I-Was-at-Home-But-2019-Angela-Schanelec-01.jpg

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