So Long, My Son
di Wang Xiaoshuai
Presentato in concorso alla Berlinale 2019, So Long, My Son di Wang Xiaoshuai si pone l’obiettivo di raccontare, in tre ore di cinema, trent’anni di storia cinese attraverso le vicende di due famiglie, con i loro figli. Appare però un’operazione non originale e fortemente derivativa dalla filmografia del collega Jia Zhangke.
I trenini cinesi
Yaoyun e Liyun, marito e moglie, per superare il trauma della perdita del figlio, annegato in un fiume, si trasferiscono in una città più grande. Il loro figlio adottivo Liu Xing si rivela problematico e ribelle, e un giorno scappa di casa. Yaoyun e Liyun decidono di tornare al loro luogo d’origine. [sinossi]
Un ragazzino si siede sulla spiaggia di un fiume, con uno zaino dalla vistosa effigie di Mickey Mouse. La mdp è a mano, non fissa anche se non compie movimenti, rimane in uno stato di galleggiamento come a sottolineare l’assenza di punti fissi. In campo lungo vediamo che sta succedendo qualcosa tra i ragazzi che stanno facendo pure il bagno: si avvicinano squadre di soccorritori. Con questa scena comincia So Long, My Son, la nuova opera del regista della Sesta generazione cinese Wang Xiaoshuai, in concorso alla Berlinale 2019. Scopriremo con una narrazione a incastro, che questa è una scena primaria attorno alla quale ruotano le vicende di due famiglie in un arco temporale che copre quasi trent’anni di storia cinese, dal 1986 al 2011, le persone ancora vestite con le tute maoiste, operai impegnati nella fresatrice, nella parte più antica, famiglie borghesi in appartamenti con grandi schermi al plasma nella parte più moderna. La figura di Mickey Mouse rappresenta uno dei tanti segnali di apertura all’occidente e della progressiva trasformazione sociale e culturale da un’epoca ancora severa e sobria, ancora nella dimensione della Rivoluzione Culturale, a stili di vita esattamente equivalenti ai nostri. Nella parte successiva, il regista mette in scena una situazione di alienazione e incomunicabilità, tra i genitori e il figlio (che si scoprirà adottivo) ribelle, alienato da walkman e videogame.
La vicenda contorta delle due famiglie, e dei loro figli, serve al regista per raccontare un paese che ha subito una profondissima trasformazione, sociale, urbanistica, paesaggistica, che ovviamente si traduce in cambiamenti mentali, passando dalla vita da operai alla fresatrice all’arricchimento individuale, visto come mezzo di affrancamento per una vita agiata, opulenta che debba mettere al sicuro da ogni possibile problema. «Tutti vanno in città per arricchirsi», si dice a un certo punto in Son Long, My Son, indicando la fase di inurbamento del paese. Peccato che tutte queste cose le abbia già dette, e molto meglio, Jia Zhangke, il collega regista della Sesta generazione, in film come Platform, Mountains May Depart o anche lo stesso Still Life. Tutto sembra riportare a quel tipo di cinema. L’uso della musica occidentale, i balli, finanche il trenino danzante (dell’inizio di Mountains May Depart), le feste di capodanno: qui torna insistentemente Auld Lang Syne, il valzer delle candele o Il canto dell’addio. Arriva poi la radio portata da un personaggio ballerino che sembra una star del cinema di Hong Kong, ed ecco che impazza By the Rivers of Babylon dei Boney M.. E poi le mode, i nuovi tagli di capelli.
Più interessante in So Long, My Son, è affrontare la fase storica della pianificazione famigliare e dell’obbligo al figlio unico, che rappresenta la colonna portante dell’intreccio narrativo del film, tra figli, figli morti, figli adottivi. E il meccanismo a incastro, con la narrazione che non è cronologicamente lineare, è segno di una sceneggiatura solida e ben architettata. Ma siamo pur sempre dalle parti del polpettone dove Wang Xiaoshuai vuole buttare dentro un po’ di tutto e esibire i suoi preziosismi registici, come nella composizione dell’immagine dei due coniugi che ricalca quella, celeberrima, dei nonni di Viaggio a Tokyo. Dopo di che c’è un momento in cui gli stessi, ormai nella fase borghese moderna, sono su un aereo che attraversa una turbolenza. Non smetteremo mai di aver paura, commenta lei. Il capitalismo non è la fine della storia, chiosa con banalità il regista.
Info
La scheda di So Long, My Son sul sito della Berlinale.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Di jiu tian chang
- Paese/Anno: Cina | 2019
- Regia: Wang Xiaoshuai
- Sceneggiatura: A Mei, Wang Xiaoshuai
- Fotografia: Kim Hyun-seok
- Montaggio: Lee Chatametikool
- Interpreti: Ai Liya, Du Jiang, Li Jingjing, Qi Xi, Wang Jingchun, Wang Yuan, Xu Cheng, Yong Mei, Zhao Yanguozhang
- Colonna sonora: Dong Yingda
- Produzione: Dongchung Films
- Durata: 175'








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