Varda par Agnès

Varda par Agnès

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Presentato fuori concorso alla Berlinale 2019, Varda par Agnès è un’altra opera autoriflessiva della progenitrice della Nouvelle Vague, che ripercorre ancora la sua luminosa carriera di regista e artista. E ancora una volta non si ferma alla celebrazione o al semplice album di ricordi, confezionando un ulteriore tassello della sua filmografia.

L’ultima spiaggia

Agnès Varda tiene un incontro su di sé su un palcoscenico teatrale. Questa fotografa professionista, artista, creatrice di videoinstallazioni e pioniere della Nouvelle Vague è un’istituzione del cinema francese, ma anche un avversario feroce di ogni tipo di pensiero istituzionale. Qui offre spunti sulla sua opera, usando estratti del suo lavoro per illustrare – più per associazioni che cronologicamente – le sue visioni e idee artistiche. Il suo discorso, ricco di aneddoti, è diviso in due sezioni. Inizialmente c’è il suo “periodo analogico”, dal 1954 al 2000, in cui la figura del regista è in primo piano. C’era questa giovane donna che si proponeva di reinventare il cinema, che era sempre aperta alle istanze del documentario anche nella finzione; che, in ogni nuovo film, ha cambiato il suo stile narrativo. Nella seconda parte, Agnès Varda si concentra sugli anni dal 2000 al 2018 e mostra come usa la tecnologia digitale per guardare il mondo nel suo modo esclusivo. La sua nuova vita come artista visiva… [sinossi]

Se sono ormai decenni che il cinema si nutre di se stesso, procede per accumulo e attinge a quell’enorme deposito di immagini che ormai è proprio della settima arte – ci sono intere filmografie come quella di Tarantino che funzionano in questo senso – il cinema di Agnès Varda partorisce nuove opere, dopo Les plages d’Agnès del 2008, che sono come dei macrotesti o metatesti, sul proprio cinema, e che non sono semplici lavori autocelebrativi o compilativi, ma hanno la piena dignità di opere dell’autrice. Così, con Varda par Agnès, fuori concorso alla Berlinale 2019, il cinema della regista francese ingloba se stesso anche quando già inglobava se stesso, come in Les plages d’Agnès, o inglobava il cinema del marito Jacques Demy, in Jacquot de Nantes, o la settima arte in generale, in Les cent et une nuits de Simon Cinéma, o l’arte in generale, riprendendo le sue videoinstallazioni e le sue, e dei suoi compagni di viaggio, opere d’arte, spesso anch’esse costruite su altre opere d’arte, come la fotografia di Jane Birkin che riproduce la tizianesca Venere d’Urbino in jeans.

Siamo in un teatro, Agnès Varda incontra il pubblico parlando della sua carriera. Uno degli ormai innumerevoli incontri che la regista sta tenendo negli ultimi anni, per gli omaggi che le vengono dedicati da cineteche o festival. Ma nonostante l’ambientazione pomposa, e il carattere formale, e frontale, della masterclass, Varda par Agnès è tutt’altro che un’operazione dotta e seriosa, mancante di originalità e fantasia. Già in occasione di una retrospettiva-omaggio che le dedicò la Cinémathèque Française nel 1994, la fondatrice della Nouvelle Vague pubblicò un libro dal titolo Varda par Agnès e ora, con il film dallo stesso titolo, prosegue a dare chiavi di lettura su tutto il suo corpus filmico e non solo. Il film abbraccia idealmente due parti. La prima, quella analogica, del Ventesimo Secolo, che comprende il periodo da La Pointe Courte (1955) a Les cent et une nuits de Simon Cinéma (1955); la seconda parte è quella del Ventunesimo Secolo, quella digitale, o numérique detto alla francese. La parte che va da Les glaneurs et la glaneuse (2000) fino al recente Visages villages (2017). Tra le due parti la parentesi dell’artista con la fotografia. Il suo lavoro si fonda su tre parole chiave, ci spiega, ispirazione, creazione e condivisione. Perché fare un film, come farlo e portarlo al pubblico, alla gente.

Varda par Agnès evita di strutturarsi secondo un’ottica cronologica: la cronologia è come la criminologia, sostiene l’autrice. Sviluppa associazioni di temi e idee all’interno del corpus filmico e artistico di Agnès. E riesce magicamente ad annullare il tempo, a far coesistere tempi diversi. Come quando rivive l’incontro con quel pittore di Sausalito che faceva anche lui di cognome Varda, dove si manifesta come un’Agnès giovane. Mentre Sandrinne Bonnaire d’oggi torna a indossare quei panni da vagabonda zaino in spalla di Senza tetto né legge. Annulla le differenze di formati e grane dei vari tipi di filmati, di repertorio, di film, di pellicola, di digitale, che si mescolano armoniosamente tra di loro. Tornano le fasi della sua vita, quella della Nouvelle Vague, quella americana dove incontrava personaggi della controcultura e della contestazione. Torna l’idea di spiaggia che l’ha accompagnata per tutta la vita, quell’inquadratura che è fatta di tre strisce di colori diversi, quelli della sabbia, del mare e del cielo. Le spiagge dell’Atlantico, del suo Belgio e della Loira di Jacques Demy, e quelle del Pacifico della California in cui aveva a lungo vissuto. Su una spiaggia allinea i tanti trofei della sua carriera, pardi, leoni d’oro, che svaniscono al soffio di vento sabbioso.

Varda par Agnès presenta un gran numero di immagini artistiche che si mescolano, inseriscono nel flusso di immagini della regista. Sono le sue installazioni, come la serra le cui pareti di vetro contengono pellicole in 35mm, The Cinema Shacks, oppure Atypical Triptychs, una composizione di filmati che ha la disposizione dei polittici pittorici, o i suoi autoritratti dove si inserisce in quadri del Bellini o si raffigura come un mosaico, o i ritratti di Jane Birkin che riproducono quadri famosi. Immagini bidimensionali come quelle che insegue nel suo film sui murales Mur murs (1981) e ovviamente in Visages villages, all’interno di quell’altra illusione di tridimensionalità che è il cinema. Il che ci riporta a quella cinepresa che Agnès Varda impugna, ma che è solo una sagoma, un’immagine bidimensionale, un simulacro di un cinema d’altri tempi, ora convertito in immagine numerica o digitale con le sue relative apparecchiature. La regista porta questo oggetto mentre viaggia su di un carrello cinematografico, a rotaie, ripresa da quello che non può essere che un altro, uguale carrello. Due binari di cinema della sua carriera – il cinema che viene mostrato nel suo backstage richiede ancora cinema per riprenderlo – che la registra mostra e racconta sempre attraverso il cinema, in ogni sua nuova opera.

Info
La scheda di Varda par Agnès sul sito della Berlinale.
  • Varda-par-Agnès-2018-Agnès-Varda-01.jpg

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