37 Seconds

37 Seconds

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Vincitore di Panorama, nella Berlinale 2019, 37 Seconds, della regista giapponese Hikari, è una storia di diversa abilità, di una giovane autrice di manga che vive sulla carrozzina. Un perfetto inizio di delirante pop nipponico che purtroppo lascia il passo a una seconda parte, in Thailandia, dove il ritmo si perde in nome di una fase meditativa.

Diversamente cinema

Yuma è una giovane autrice di manga che vive sulla sedia a rotelle a causa di una paralisi cerebrale infantile. Ha un colloquio con la redattrice di una rivista di manga erotici che le dice che le sue raffigurazioni degli atti sessuali non sono realistiche e la esorta a tornare solo quando abbia davvero avuto rapporti carnali. Yuma ingaggia così un gigolò, ma l’esperienza con lui in un love hotel, si rivela catastrofica. Qui però incontra Mai che le fa provare l’ebrezza della vita notturna di Tokyo. Yuma scopre un segreto familiare che la porta in Thailandia a cercare una sorella di cui ignorava l’esistenza. [sinossi]

I paesi di cultura buddhista sono stati molto più lenti di noi occidentali a riconoscere i diritti delle persone diversamente abili, ad abbattere le barriere architettoniche e via dicendo. Secondo la concezione della reincarnazione, infatti, gli handicap di queste persone suonano come una punizione rispetto a malefatte compite nelle vite precedenti. E il Giappone non fa eccezione. 37 Seconds, presentato in Panorama alla Berlinale 2019, si pone proprio l’obiettivo, come dichiara la regista Hikari, di dare voce a chi tende a essere nascosto dalla società e non solo. A parlare anche della sfera sessuale di queste persone, che è presente come in qualsiasi individuo.

Yuma è una mangaka brillante, dalle ottime capacità grafiche, specializzata in fumetti di fantascienza dove riesce a dispiegare il suo ricco immaginario visivo. Ma lavora come ghost writer. A prendersi i meriti, ad autografare i manga per i fan, ci pensa in realtà Sayaka, ragazza di bella presenza. Yuma è vista subito mentre viene spogliata dalla madre, che l’accudisce ma con un atteggiamento troppo protettivo e morboso. Viene mostrata subito nuda sia per alludere alla sua fragilità e dipendenza dagli altri, sia per segnalare anche la dimensione genitale, la sua vita sessuale, erotica. Quella sua sfera repressa che sarà proprio l’industria, del sesso e dell’editoria, a imporle di tirare fuori. Nel tentativo infatti di emanciparsi come autrice di manga e di superare la sua umiliante condizione di disegnatrice per conto terzi, Yuma manda le sue opere alla redazione di una rivista di hentai, i manga erotici. Ma la redattrice, pur apprezzando la qualità del lavoro della ragazza, capisce che la sua rappresentazione degli atti sessuali nasconde la sua inesperienza in tal senso e la invita a ritornare solo dopo aver sperimentato i piaceri della carne. La vita di Yuma, nonostante la prima esperienza fallimentare con un gigolò, cambierà, si darà alla bella vita nei quartieri notturni di Tokyo, ma arriverà anche a scoprire un segreto familiare traumatico.

Hikari nel raccontare questo singolare Bildungsroman, trova la sua espressione più felice nella prima parte quando utilizza uno stile graffiante, puro pop nipponico, che si sposa perfettamente con l’immaginario dei manga che è proprio della protagonista. Le vedute dall’alto della città sono corrette nell’immagine in modo da avvicinarsi a un’estetica infantile, come se fossero cittadelle di lego. La visualizzazione poi dei manga di fantascienza, come li concepisce Yuma, porta a ibridi interessanti di disegni fissi e in movimento. In tal senso 37 Seconds è uno dei film, come per esempio Bakuman che si è visto al Far East Film Festival, che ragiona sul rapporto tra grafica dei fumetti nipponici e immagini cinematografiche in movimento. Poi ci sono situazioni davvero ironiche, come la segreteria telefonica della redazione della rivista di manga erotici, che porta un messaggio adeguato. Per contro la seconda parte, quella del viaggio in Thailandia risulta pesante e troppo lenta, volendo essere contemplativa, meditativa con quei paesaggi naturali che sostituiscono l’ambiente metropolitano giapponese. Anche se in fondo si tratta di dare al film il ritmo imposto da Yuma stessa, il suo parlare dislessico, la sua connaturata lentezza. Yuma che è interpretata da un’attrice diversamente abile nella realtà, trovata solo dopo tantissimi provini.

Info
La scheda di 37 Seconds sul sito della Berlinale.
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