Demons

Demons

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Presentato al Forum della Berlinale 2019, Demons del filmmaker di Singapore Daniel Hui rappresenta un cinema sperimentale che si tinge di B-movie horror per dare espressione alle inquietudini politiche e sociali della città-Stato.

Il teatro e il suo doppio

La giovane attrice Vicki si sottopone a un provino per un’importante produzione teatrale a Singapore. Quella che sembra l’opportunità di una carriera si rivelerà una storia di abusi striscianti da parte del regista Daniel, per il quale la violenza sadica e la pratica artistica sono inseparabili. Ma le dinamiche di potere possono cambiare. [sinossi]

Titolo dostoevskijano per il nuovo film di Daniel Hui, presentato nel Forum della Berlinale 2019. Conoscevamo il giovane filmmaker di Singapore per il suo Snakeskin, presentato al Torino Film Festival, e, in comune con quell’opera, in Demons ritorna il riferimento alle sette religiose, a organizzazioni occulte che si insinuano nelle pieghe della società. Nella città-Stato asiatica, che sta scendendo tutte le classifiche sulle libertà individuali e i diritti civili, Daniel Hui costruisce un film pervaso da un senso arcaico di inquietudine, primordiale come la statuetta tribale nella casa del protagonista, da un’angoscia lynchiana. Rumori strazianti improvvisi, misteriosi, inspiegabili, senza una fonte identificabile, che creano spavento tra i personaggi. Ci sono canzoni tribali, nebbie che erompono all’improvviso. Nella prima scena del film, quella dell’audizione di Vicki, compaiono degli spettatori che osservano la scena. Stiamo parlando di un qualcosa che per definizione non deve avere spettatori, un provino finalizzato alla scelta di un attore, una cosa che riguarda il backstage di un’opera che deve essere occultata al pubblico fino alla messa in scena finale. E a ben vedere, in un momento in cui si richiama al mezzo espressivo del teatro, Daniel Hui usa un meccanismo genuinamente cinematografico come il campo controcampo per suggerire la presenza di spettatori.
Ma la convenzione cinematografica porta all’assurdo, il provino, sofferto, si svolge in un interno mentre le persone sono in strada, solo un’eventuale finestra potrebbe permettere loro quella visione, ma nessuna finestra viene mai inquadrata (quindi non c’è). La situazione si ripete quando Vicki racconta un episodio della sua infanzia, ancora traumatico che le è riaffiorato in sogno. Quando cercava di comunicare qualcosa alla sua insegnante ma non le uscivano le parole di bocca, come poi avverrà ancora. Successivamente si vedrà, quasi in forma subliminale, un elemento di backstage del cinema, con un fonico che impugna il microfono. Mentre ancora Daniel Hui gioca con le convezioni del cinema e realizza una fuga in macchina dove si alternano giorno e notte, grazie a semplici stacchi, un po’ come succede nei B-movie di Ed Wood.

Demons è costruito su una fitta e labirintica tessitura di Doppelgänger, come certi film di Lynch, Strade perdute, Mulholland Drive, o come certi classici quali L’invasione degli ultracorpi. Il protagonista del film è un regista teatrale che si chiama Daniel, proprio come il regista cinematografico di Demons che si ritaglia il ruolo del compagno di Daniel il quale è invece interpretato da un vero e importante regista teatrale di Singapore, Glen Goei. Lo stesso Daniel protagonista sembra rientrare nel cliché del regista che va a letto con le sue attrici ma scopriremo a un certo punto la sua relazione con un altro uomo. La stessa Vicki durante il provino iniziale, parla di una sua separazione tra mente e corpo. Innumerevoli saranno poi le scene con specchi e superfici riflettenti. E sembrano esserci due Vicki, ancora suggerite da semplici campi controcampi, una che spia l’altra mentre è a passeggio con Daniel, una che chiama l’altra mentre è sul palcoscenico a ricevere con Daniel gli applausi del pubblico. Unico momento questo che allude effettivamente allo spettacolo teatrale, ma gli spettatori che applaudono non si vedono a differenza di quei misteriosi spettatori occulti di cui sopra. Teatrale è comunque la parte finale di Demons, granguignolesca e in costume. Il teatro e il cinema rappresentano essi stessi un doppio. Ci sono poi le produttrici, anch’esse in coppia, simbolo di un potere superiore, che negano i finanziamenti ai futuri progetti di Daniel, per concludere con una folle risata isterica cui si aggiunge anche il collaboratore di Daniel, interpretato dal collega di Daniel Hui, l’altro protagonista del nuovo cinema di Singapore, Yeo Siew Hua. E ancora ci sembra di avere imboccato un’altra realtà parallela quando a casa di Vicki abita qualcun altro, come se la donna non sia mai esistita, ma ci sono ancora quelle spade a decorare una parete.

Un cinema sperimentale, un flusso di coscienza, che si pervade di horror, con citazioni da Shining, i fogli con la stessa frase ripetuta, o dai j-horror, le telefonate misteriose. Con la sovrapposizione, Hui arriva a far combaciare Vicki con Daniel nella parte finale del sabba, dove lei può ricordare la Maria robot, quella cattiva, di Metropolis, altro esempio classico di doppelgänger cinematografico, che si sovrapponeva a quella buona, in carne e ossa. E con il campo controcampo si può vedere se stessi, come succede a Vicki e a Daniel, come ci insegna peraltro un grande autore di teatro dell’assurdo come Samuel Beckett, nella sua unica esperienza cinematografica, significativamente intitolata Film.

Info
La scheda di Demons sul sito della Berlinale.
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