Copia originale

Copia originale

di

Ispirato all’autobiografia della scrittrice e falsaria Lee Israel, Copia originale è un divertente ritratto di un’outsider per scelta e vocazione, che ha però il torto di restare in superficie nel suo ragionamento sul concetto di originalità.

Diario di una falsaria

New York, 1991: dopo aver perso il suo ultimo lavoro per un bicchiere e un insulto di troppo, l’ex scrittrice Lee Israel si trova impossibilitata a sbarcare il lunario, e a pagare le cure per la sua anziana gatta. Quando in biblioteca, casualmente, trova due lettere inedite di Fanny Brice, la donna ha un’idea: scrivere di suo pugno false lettere di celebrità del passato, vendendole come autentiche sul mercato del collezionismo. [sinossi]

Più ancora che un biopic su uno dei personaggi più misconosciuti e interessanti della New York di inizio anni ‘90 (il periodo preso in esame dal film), il secondo film da regista di Marielle Heller, Copia originale, è un’opera sull’atto della scrittura. Per una volta il titolo italiano, scelto in luogo dell’originale Can You Ever Forgive Me? (il suo senso diviene comunque chiaro nel corso del film) si rivela abbastanza attinente col tema del film e il suo postulato. La scrittura come copia, truffa e inganno, come atto creativo che pone in essere, sempre, una falsificazione della realtà: è questo il punto di partenza da cui muove la vita, e il lavoro, di Lee Israel, scrittrice caduta in disgrazia e brillante falsaria. Misantropa per conformazione e per scelta, amante tanto dei mondi immaginari della letteratura, quanto di quello più placido, domestico, abitato da lei e dalla sua gatta, Lee trova nella falsificazione di lettere di brillanti celebrità del passato, il modo di mettere a frutto una creatività che finora non aveva mai trovato il suo sbocco. E lo fa in modo “rispettoso” e straordinariamente fedele, al punto che da considerarsi, letteralmente, “una Dorothy Parker migliore di Dorothy Parker”.

Se il primo film diretto dalla Heller, Diario di una teenager, era incentrato sull’età adolescenziale, qui la regista sembra prendere di petto una terza età precocemente raggiunta (suo malgrado) dalla protagonista; una mirabile Melissa McCarthy al suo primo ruolo drammatico. “Ti giuro che è più vecchia di mia madre”, dice una giovane collega all’inizio del film, mentre la donna si appresta a bere quel bicchiere di troppo che le costerà la perdita del posto. Ed è proprio la sua natura di reduce, in certo qual modo, di testimone di un mondo e di una geografia umana che venivano lentamente e silenziosamente sostituiti, che dà allo spigoloso volto di Lee una qualità che trascende l’anagrafe. Quella New York, fotografata con toni caldi e avvolgenti, quasi immersa in un tramonto perenne, sembra sempre meno la sua: eppure, il suo alito vitale resiste nei bar e nei night club dove ancora si può fumare, dove ancora si ascolta e si respira il jazz di qualche decennio prima, dove i razzisti che fuori malmenano il dandy gay col volto di Richard E. Gant non possono entrare. Quel mondo che sopravvive nonostante tutto, nonostante a nessuno freghi nulla di una biografia di Fanny Brice, mentre “quel pallone gonfiato macho di destra” di Tom Clancy viene pagato 3 milioni di dollari.

Riprodurre, abbellire e (ri)creare, forse, è l’unico modo per tenere ancora vivo, per un po’, quel macrocosmo. Quello magari un po’ idealizzato, ma che tutto sommato era riuscito a non trasformare la misantropa Israel in una totale eremita. E ci riesce anche, almeno per un po’, lo stesso Jack Hock interpretato da Grant: perdigiorno rugoso, dinoccolato e adorabile, che per la protagonista si rivela quanto di più vicino possibile a un amico (umano, s’intende: la felina Jersey è ovviamente su un altro pianeta). Ed è un peccato che, pregnante e credibile quando descrive la protagonista e il suo spaesamento, la sua incapacità di adeguarsi ai dettami di un mondo che pare andare alla deriva, il film dimentichi un po’ di approfondire quell’atto creativo (e generativo) da cui era partito: nel momento in cui Lee intraprende con decisione – e passione – la sua nuova attività di falsaria, il ragionamento sulla copia e sul suo valore “originale”, unico in quanto frutto di un atto creativo irripetibile, resta in superficie, accennato. La scoperta da parte delle autorità, l’interruzione e il ravvedimento (che poi non è affatto tale) arrivano troppo presto: il sapore della Dorothy Parker che (non) chiedeva perdono per il suo dopo sbornia, non lo gustiamo davvero. La sceneggiatura, in quel momento, è concentrata di più sulla caduta di Lee, e sullo sfaldarsi del castello, fragile e bellissimo, che aveva messo in piedi.

Film indipendente in odore di Academy (tre le nomination, precisamente quelle per la sceneggiatura e i due protagonisti), Copia originale ha il limite di non scendere ad aggredire la portata del lavoro della protagonista, di non smontare fino in fondo le ipocrisie di un mainstream (letterario e non) che di originale, nel periodo preso in esame, aveva sempre meno. Nonostante questo, fa simpatia il ritratto umano che ne viene fuori, la sghemba, a tratti irresistibile descrizione di due caratteri che si bevono fino in fondo, gustandoselo fino all’ultima goccia, il loro status di outsider. Li offre allo spettatore, il film della Heller, con un tono agrodolce, e un mood da commedia hollywoodiana classica, che non può che generare partecipazione.

Info
Il trailer di Copia originale.
  • copia-originale-can-you-ever-forgive-me-2018-marielle-heller-recensione-04.jpg
  • copia-originale-can-you-ever-forgive-me-2018-marielle-heller-recensione-03.jpg
  • copia-originale-can-you-ever-forgive-me-2018-marielle-heller-recensione-02.jpg
  • copia-originale-can-you-ever-forgive-me-2018-marielle-heller-recensione-01.jpg

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento