La Marsigliese

La Marsigliese

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Uscito solo otto mesi dopo La grande illusione, La Marsigliese è il ventunesimo film di Jean Renoir, un altro grande film sulla guerra del cineasta francese, sempre imperniato del suo afflato umanista e pacifista, nel momento in cui rievocava la Rivoluzione come supporto al Fronte Popolare. Stasera alle 21 al Palazzo delle Esposizioni di Roma per la rassegna dedicata a Renoir, organizzata da La farfalla sul mirino, insieme ad Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, e Institut Français Italia.

Vive le Front Populaire! C’est la Révolution!

La notizia della presa della Bastiglia si diffonde nel regno di Francia. A Marsiglia un gruppo di cittadini entusiasti si arruola per combattere per la Rivoluzione. Questi marciano su Parigi, cantando quello che diventerà l’inno nazionale francese. Arrivano nella capitale, dopo aver attraversato il paese il 30 luglio, alla vigilia della pubblicazione del Proclama di Brunswick. E il 10 agosto partecipano alla conquista del Palazzo delle Tuileries. In prospettiva ci sarà la battaglia di Valmy. [sinossi]
Aux armes, citoyens
Formez vos bataillons,
Marchons, marchons!
(da La Marseillaise)

14 luglio 1789, a Versailles, il re Luigi XVI sta gozzovigliando a letto, bevendo vino e mangiando una bistecca, quando viene informato della presa della Bastiglia. «Una ribellione?», chiede. «No, una rivoluzione» risponde il suo inserviente. E non sarà un pranzo di gala. Con questa scena Jean Renoir fa cominciare La Marsigliese, seguendo gli eventi rivoluzionari, abbracciando un’epoca storica fino alla conquista del Palazzo delle Tuileries, alla vigilia della battaglia di Valmy, del 20 settembre 1792, in cui un esercito popolare rivoluzionario sconfisse la poderosa armata di prussiani e austriaci. Un periodo che palpita del celebre inno, composto, come si vede nel film, da Claude Joseph Rouget de Lisle. Nello stesso anno in cui esce La Marsigliese, il 1937, Picasso dipinge Guernica e André Malraux scrive La speranza, mentre il segretario del Partito Comunista Francese Maurice Thorez vanta la discendenza politica dai Sanculotti del 1792 e dei soldati di Valmy. La Marsigliese viene concepita in questo clima, il film è commissionato dalla CGT (Confédération générale du travail) e finanziato con sottoscrizione popolare di 2 franchi scalabili poi dal prezzo del biglietto. Ed è la seconda opera del regista dedicata al Fronte popolare, dopo il documentario da lui coordinato La vita è nostra, da cui La Marsigliese riprende certi elementi figurativi.

Renoir costruisce il film con una struttura a piccoli episodi, dove i protagonisti appartengono alla gente comune, contadini, persone umili, povera gente che si mette in marcia verso Parigi come fosse una scampagnata. Le battaglie rimangono fuori campo, a parte la conquista del Palazzo delle Tuileries. Non si vede la presa della Bastiglia, episodio semplicemente riferito al re, così come gli viene evocata l’insurrezione parigina, mentre il film si ferma poco prima della battaglia di Valmy. E nonostante questo lavoro di sottrazione, le grandi scene di massa del film faranno dire a Truffaut che sembrano ipotetici cinegiornali dell’epoca («Solo Renoir potrebbe fare un film sugli uomini delle caverne e farlo sembrare un autentico documentario»). Non figurano nemmeno i grandi protagonisti rivoluzionari, come Danton, Marat, Robespierre. Quest’ultimo è più volte citato ma non lo si vedrà mai. Gli unici personaggi storici visibili sono, come contraltare, i reali che insieme all’aristocrazia danno spettacolo di grande decadenza e semplicemente reagiscono rispetto alle azioni delle masse. Luigi XVI è un personaggio buffo, sempre intento a mangiare, e che si preoccupa di mettersi a posto la parrucca. Nemmeno nel film compaiono grandi attori riconoscibili, a parte Louis Jouvet, nel ruolo di Roederer e Pierre Renoir, il fratello, nel ruolo di Luigi XVI, e a parte un nucleo di fedeli del regista come Charles Blavette, Julien Carette e Gaston Modot.
«Ho cercato di raccontare uno dei più grandi momenti della storia allo stesso modo in cui avrei raccontato le storie dei vicini di casa» chiosava il regista.
La storia è vista dal basso, e ha come esempio il soldato di Marsiglia che si arruola nell’armata rivoluzionaria, contro il volere dell’anziana madre, si fidanza e dà appuntamento alla sua ragazza dopo la guerra, morendo invece in battaglia e rimpiangendo il dolore che avrebbe provato la madre. Quella madre disillusa verso ogni forma di lotta di classe, che metteva in guardia il figlio sull’inutilità del suo coinvolgimento: «Ci saranno sempre i ricchi e i poveri, i tuoi amici non potranno fare nulla».

La visione della rivoluzione di Renoir passa attraverso un mondo picaresco, dove continue sono le déjeuner sur l’herbe, o le partie de campagne dei giovani personaggi. Uno dei primi episodi riguarda una caccia di piccioni, che anticipa la celeberrima scena della partita di caccia di La regola del gioco. E anche qui la caccia diventa un’anticipazione della mattanza, di guerra, prossima ventura nonché un’indicazione del predominio di una casta che non permette ai poveri il prelievo di cacciagione, come sancito da un processo in un tribunale che Renoir scandaglia, nella suddivisione di ricchi e poveri, giudici e imputati, con una panoramica a 360°. Renoir usa molto poi le carrellate laterali, secondo il linguaggio tipico del cinema di guerra. Ci sono quelle degli arruolati in marcia, che cantano la Marsigliese, e quelle, speculari, sui luogotenenti del re mentre passa in rassegna le sue truppe.

Torna il Renoir pittorico, il regista figlio di Pierre-Auguste. Ci sono le già citate scene sull’erba. C’è il momento del cambio della guardia a Versailles che avviene con un grande arazzo sullo sfondo. C’è il riferimento figurativo, ovvio, a La libertà che guida il popolo di Delacroix. «Questo non è un quadro, è un affresco»: viene detto da un soldato quando i marsigliesi sono accolti a Parigi. E così La Marsigliese vuole avere il respiro di un grande affresco storico e umanistico, come il coevo Guernica dipinto da Picasso. C’è poi ancora un teatrino di Jean Renoir che qui si esprime in un teatro di ombre, realizzato dove vengono rappresentati il re e la nazione. Corrispettivo di quel teatrino di La grande illusione dove viene intonata la Marsigliese. Che, volendo, corrisponde anche a quel teatrino finale di Orizzonti di gloria, dove Kubrick usa ancora la Marsigliese in senso negativo.
«In questo posto e in questo giorno, una nuova epoca del mondo è cominciata»: con una frase di Goethe, Renoir suggella il suo affresco neorealista di un momento cruciale della storia, un archetipo di tutte le lotte di classe.

Info
La scheda di La Marsigliese sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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