Toni

Quindicesimo film di Jean Renoir, Toni eredita l’ambientazione provinciale dal suo produttore, il regista Marcel Pagnol, in un’opera di realismo sociale che racconta la vita degli immigrati italiani, spagnoli nel Sud della Francia. Toni per molti versi anticipa il Neorealismo italiano.

Ciao amore ciao

Antonio Canova, soprannominato Toni, giunge nel Sud della Francia, a Martigues, un villaggio della Provenza, con un treno carico di emigranti italiani, come lui, e spagnoli. L’uomo trova lavoro nelle cave di pietra e avvia una relazione con la sua padrona di casa, Maria, che poi diventa sua moglie, ma il suo vero amore è per Josefa, una giovane emigrata spagnola. Albert, un caposquadra, prima la violenta e poi la sposa. Quando questi viene ucciso dalla donna con un colpo di rivoltella, Toni si accusa dell’omicidio per scagionarla. Nel corso di un tentativo di fuga Toni è ammazzato da un proprietario terriero, e Josefa andrà a costituirsi. Il film si chiude com’era iniziato, con l’arrivo di un treno carico di nuovi operai, italiani e spagnoli. [sinossi]

Siamo nella Provenza, nel Sud della Francia, che da subito Jean Renoir filma, pur in bianco e nero, con un retaggio pittorico che va da Van Gogh a Cézanne e al padre Auguste. La terra tanto cara al produttore del film Marcel Pagnol, che ne è un cantore avendovi ambientato tutti i suoi film da regista. Una terra dove la natura prospera, con le sue pinete, i suoi ambienti lacustri, i suoi calanchi, i suoi casolari, le stradine sterrate, ma che Renoir sceglie di rappresentare anche in quelle trasformazioni industriali, paesaggistiche che stava attraversando: oltre alla ferrovia, ai ponti ferroviari, ai binari in manutenzione, le attività estrattive, le cave come veri e propri golgota, voragini di sabbia e argilla, le frane provocate artificialmente. Modificazioni del paesaggio che stavano facendo scempio di quella tradizione iconografica pittorica ottocentesca di cui sopra.

In questa terra Renoir ambienta Toni, una storia di migranti, di lavoratori di origine italiana e spagnola che qui hanno trovato rifugio. Il film funziona con un pastiche linguistico, multietnico, continuo, costruito con attori perlopiù non professionisti, presi dalla strada – i gendarmi che intervengono alla fine sono dei veri poliziotti ingaggiati in loco, mentre i pochi attori professionisti provengono da quella regione e ne mantengono la parlata –, girato nelle vere location senza ricorso ai teatri di posa. Il film è poi ispirato a una vicenda realmente accaduta dieci anni prima in quella stessa cittadina, un crimine di passione, il cui dossier venne passato a Renoir da un suo ex-compagno di liceo, Jacques Mortier, capo della polizia a Martigues, che poi avrebbe scritto un romanzo su quella stessa vicenda con lo pseudonimo di Jacques Levert. Tutto ciò, con l’evidente approccio documentaristico e con la critica sociale del film, è bastato perché Toni venisse considerato come un antesignano del Neorealismo italiano, otto anni prima di Ossessione, cui si avvicina di più che non al Realismo poetico di Prevert. Visconti stesso aveva partecipato alla lavorazione di Toni come assistente alla regia della seconda unità, non accreditato. E la vulgata vuole che fu proprio Renoir a consigliargli la lettura di Il postino suona sempre due volte da cui avrebbe tratto appunto Ossessione. Probabile quindi che dal maestro francese il regista italiano abbia tratto più di un insegnamento, anche per altre sue opere come La terra trema. In merito a questa derivazione, Renoir si sarebbe così espresso, in un’intervista ai Cahiers du Cinéma: «La nostra ambizione era che il pubblico potesse immaginare che una cinepresa invisibile avesse filmato le fasi di un conflitto. Probabilmente non sono stato il primo a tentare un simile approccio, né l’ultimo. Più tardi, il Neorealismo italiano ha perfezionato questo sistema». Renoir comunque costruisce un film realista che palpita di una partitura musicale, che ha una sua propria dimensione melodica, fatta di stornelli continui, canzoni, quelle popolari, folkloristiche dei paesi d’origine dei migranti, come Funiculì funiculà o Quel mazzolin di fiori, che tessono una colonna sonora diegetica, come succederà con La Marsigliese, film che già dal titolo insegue una canzone.

Toni presenta tutti gli elementi tipici del melodramma: passione, gelosia, amanti contesi, omicidio finale (e omicidio c’è anche nel neorealista Ossessione), mentre appunto l’uccisione, con tentativo di occultamento del cadavere, e il tema del delitto senza castigo e dell’innocente incolpato, con una dark lady di mezzo, appartengono al repertorio del noir, ma Renoir smorza ogni tentazione di narrazione e stilemi di genere. Il tema dello scambio colpevole/innocente si innesta comunque nel noir tra la filmografia di Renoir e quella di Fritz Lang, attraverso il remake di La cagna, La strada scarlatta. E il tema torna anche nel periodo americano di Renoir con il film, ancora di ambientazione acquitrinosa, La palude della morte.

Altro tema renoiriano è quello della salvazione dalle acque, che torna in Boudu salvato dalle acque, mentre la fuga in barca con il desiderio di suicidio verrà ripresa in India con Il fiume. In Toni la scena della barca, con il tentativo di Maria di buttarsi, è giocata sul montaggio alternato, lei sulla barca, Toni nel canneto con un altro personaggio cui riferisce del proposito di lei di annegarsi, con una progressione che avvicina – al librarsi di uccelli che nel cinema di Renoir possono presagire una mattanza come nella celebre scena degli abbattimenti di selvaggina di La regola del gioco – al momento di gettarsi in acqua, che Renoir lascia fuori campo giocando di sottrazione come spesso nel suo cinema. Nella filmografia renoiriana poi, l’archetipo di Toni è ripreso per esempio in La regola del gioco, dove il film precedente è praticamente citato in un dialogo nel castello tra André e Robert, innamorati della stessa donna: «A volte leggo sui giornali che in qualche quartiere di periferia, un manovale italiano ha tentato di rubare la moglie a un operaio polacco, ed è finita a colpi di coltello».

Toni è pervaso di un erotismo diffuso, con momenti torbidi e allusivi nel paesaggio naturale provenzale, teatro di passioni primordiali. Già la prima scena dell’incontro di Toni con Maria, lui che chiede un alloggio e lei che lo fa entrare chiudendo la porta, finisce con una carrellata che va oltre la porta e la casa, e che suggerisce maliziosi sviluppi. I primi incontri poi con la femme fatale Josefa sono carichi di morbosità, per arrivare alla scena in cui Toni succhia via alla donna nel collo il pungiglione di vespa, che era sbucata in un grappolo d’uva che lui aveva raccolto per lei. Josefa poi subisce un’evoluzione del suo personaggio, come notava François Truffaut: «L’aspetto più notevole del film non è il contrasto dei personaggi delle due donne, ma il delinearsi di due diversi stadi della vita di una donna, Josefa. Prima del suo matrimonio con Albert è una donna ammaliante, stuzzicante e irresistibile. Dopo diventa un’altra povera donna vittima, come Maria».

Toni inizia con il treno che arriva in stazione da cui scendono i nuovi immigrati, tra i quali il protagonista. Renoir li segue nei lunghi momenti del loro arrivo nella cittadina, con i loro stornelli, mentre percorrono le varie stradine tra cui quella che ha alle spalle il ponte della ferrovia. Toni arriva nella casa di Maria per chiedere una stanza in affitto e a quel punto il regista sente il bisogno di fare una cesura pesante, quanto anomala, con un cartello con la scritta “Fine del prologo”, mentre nessun cartello aveva annunciato un prologo. Ciò serve anche per uno stacco temporale: nella scena successiva vedremo Toni dormire da Maria, mentre altri salti temporali saranno segnalati nel film come il bambino o il gattino nero che vediamo ormai cresciuto. Ma quel cartello delimita anche un primo momento in cui predomina il documentario rispetto alla narrazione. Renoir chiude il film con struttura circolare, finendo con nuovi immigrati, che fanno gli stessi percorsi, inquadrati allo stesso modo, sempre intonando canzoni con alle spalle il ponte della ferrovia. Torniamo al documentario. Il fenomeno dell’immigrazione rappresenta un flusso continuo, ininterrotto, all’interno del quale si è inscritta la storia tragica di Toni, come una parentesi.

Info
La scheda di Toni sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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