Alexander McQueen – Il genio della moda

Alexander McQueen – Il genio della moda

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Con Alexander McQueen – Il genio della moda, i due registi Ian Bonhôte e Peter Ettedgui tracciano in un documentario biografico dai contorni fin troppo anonimi e di prammatica il ritratto dello stilista McQueen, morto suicida nel 2010. Un lavoro che pecca di eccessiva superficialità, incapace di scavare davvero a fondo nella mente dell’artista. Uscita evento per quattro giorni con I Wonder Pictures.

Un genio incompreso…

La parabola furibonda e distruttiva di Alexander McQueen, uno degli stilisti più iconici degli ultimi decenni: dalla working class al successo, dall’East London alla direzione artistica di Givenchy a Parigi. Fino al suicidio nel 2010 a soli 40 anni… [sinossi]

Un altro grande stilista si affaccia per qualche giorno sugli schermi cinematografici: dopo Vivienne Westwood, protagonista di Westwood – Punk. Icona. Attivista. distribuito da Wanted, arriva infatti Alexander McQueen – Il genio della moda distribuito come film evento (dal 10 al 13 marzo) da I Wonder dopo essere stato presentato al Biografilm Festival di Bologna lo scorso anno. L’impressione è che, dopo il successo di alcuni film-evento dedicati ai grandi della storia dell’arte, si possa cercare di capire se anche i nomi più famosi dell’arte sartoriale o del costume siano in grado di avere un riscontro nel pubblico cinematografico, prima che i documentari a loro dedicati approdino magari sulle piattaforme televisive. Che possa esserci un pubblico interessato a comprendere meglio le influenze, tutt’altro che effimere, dietro e dentro a questi grandi talenti, è senz’altro da verificare, ma non stupirebbe l’esistenza di un segmento di mercato affascinato da una materia che rappresenta un’industria gigantesca e decisamente attrattiva in tutto il mondo.

Nel caso di Westwood la vispa signora inglese è ancora viva e vegeta, mentre nel caso di Alexander McQueen il genio della moda è defunto da 9 anni: una differenza notevole quando si tratta di raccontare una persona, visto che la narrazione di un vivente può risultare più condizionata da ciò che il personaggio in questione vuol dire di sé (fattore che, comunque, non ha impedito alla Westwood di “disconoscere” il documentario che su di lei ha girato Lorna Tucker e a cui lei in prima persona ha attivamente partecipato per tre anni…). Purtroppo, invece, non c’è alcun tracciato interpretativo forte nel documentario su McQueen: se vi aspettate, poi, qualsiasi forma di approfondimento, allora il film di Bonhôte-Ettedgui sull’hooligan dell’haute couture che fu direttore artistico di Givenchy vi lascerà alquanto delusi. Diviso in capitoli, cronologicamente espositivo nel ricalcare vita e sfilate del nostro, tradizionalissimo nell’inframmezzare il tutto con interviste a parenti, amici, fidanzati, il film manca clamorosamente di far anche solo lontanamente percepire perché McQueen avesse sviluppato un immaginario così forte o perché fosse un essere umano tanto tormentato. Se su quest’ultimo lato si cercano approssimative dichiarazioni circa gli abusi sessuali che lo stilista ha detto di aver subito da bambino, deduzioni riguardo alla sua solitudine, il legame tra lo stress degli impegni crescenti e l’uso delle droghe, sul primo fronte – quello probabilmente più interessante e perseguibile – nulla viene mostrato o profferito. Incamminandosi sulla strada di un racconto lineare, in cui il figlio di un taxista si ritrova re della moda a 27 anni, il documentario dimentica collaborazioni importanti dello stilista (con David Bowie o Björk, per dirne due), ma soprattutto di far avvertire, anche solo minimamente, il denso entroterra culturale che dagli anni Ottanta porta agli anni Novanta e poi alle soglie del Millennio. Nonostante sia infarcito da una onnipresente colonna sonora tutta targata Michael Nyman (con un solo inedito, Dealing for the Sarabande, che McQueen commissionò al compositore), il film dimentica di evidenziare ad esempio qualunque connessione tra l’oscurità di McQueen e il cinema di Greenaway cui proprio Nyman ha tanto contribuito. Time Lapse è la musica della “decomposizione” de Lo zoo di Venere, film del 1985 che pare risuonare per tantissime ragioni nella formazione visiva di McQueen: il disfacimento, le mutilazioni, le morbosità sessuali e le ossessioni rappresentate da Greenaway hanno una relazione con le immagini teatrali di McQueen. Non è neppure un caso che sia il regista che lo stilista inglese fossero attratti dall’arte fotografica di Joel Peter Witkin, cui McQueen si ispirò in una delle sue sfilate più memorabili, Voss, in cui al centro della sala venne riprodotta dal vivo la foto di Witkin Sanitarium (1983).

Non si tratta, però, di perdere di vista un elenco di nomi e fonti di ispirazione (tra cui si possono aggiungere Damien Hirst e Marina Abramović, il simbolismo e il racconto gotico), ma di non saper restituire il clima artistico in cui McQueen si è mosso e sviluppato. Un’atmosfera culturale che lega le creature/creazioni di McQueen al David Bowie di Earthling o del precedente 1.Outside, al cinema inglese degli anni Ottanta o persino al teatro contemporaneo italiano (suggestioni assimilabili si trovano nei lavori degli anni Novanta della Socìetas Raffaello Sanzio). Al di là delle singole esperienze artistiche c’è un mood che porta molti creatori a esplorare la deformità, la difformità, l’animalità umana e il suo divenire, il lato oscuro delle favole o dei miti per squarciare il velo di un periodo storico falsamente pacificato, quegli anni Novanta post guerra fredda in cui tutto sembra possibile e la morte è in realtà solo rannicchiata in un angolo ed esorcizzata (o evocata) nei rave party. Le sfilate incubali di Alexander McQueen non erano il frutto di un temperamento malinconico o di un genio isolato e bizzarro, ma di un clima che il film non mostra in nessun modo e in nessuna delle sue molteplici dimensioni (tendenze giovanili, dinamiche sociali, milieu artistico, ecc).

Fa dunque un po’ impressione la superficialità “a volo d’uccello” che aleggia in questo lavoro. Che, in fondo, non arriva neppure a essere pienamente didascalico, ma risulta piuttosto una cronologia di eventi a cui gli intervistati aggiungono frasi spesso ovvie per dire che McQueen era un genio malmostoso e il suo lavoro pazzesco. Guardando le immagini di repertorio chiunque può rendersi conto del coraggio immaginifico di McQueen, ma forse un documentario dovrebbe portare qualche valore aggiunto rispetto alle palesi suggestioni delle performance cui lo stilista ha dato vita. Ugualmente, dopo aver visto Alexander McQueen – Il genio della moda poco si sa di lui, del povero Lee Alexander morto suicida imbottito di droga pochi giorni dopo la dipartita della madre. Insomma, il tutto risulta abbastanza povero ma, chissà, forse sufficiente per creare una nicchia di pubblico e testare al cinema un nuovo prodotto che, in ogni caso, ci si augura possa trovare una sua strada. Non ci sarebbe niente di male, però, se il prodotto cercasse anche di scandagliare qualcosa (come fa, restando sempre nell’ambiente della moda, l’inquietante See Know Evil visto al Torino Film Festival 2018) oltre a mettere in scena una cronistoria commentata.

Info
Il trailer di Alexander McQueen – Il genio della moda.
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