Jules e Jim

Jules e Jim

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Ormai assurto a classico amatissimo, Jules e Jim di François Truffaut frastorna ancora, oggi come ieri, per la sua schietta ricerca linguistica intimamente legata al racconto di un’inesausta interrogazione morale. Da amare, e nient’altro. Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché. Di nuovo in sala da lunedì 4 marzo, grazie alla Cineteca di Bologna.

La lieta tragedia

Nella Parigi di inizio Novecento Jules (austriaco) e Jim (francese) stringono una forte amicizia, fatta di profondo rispetto e stima reciproci. I due incontrano poi Catherine, giovane donna profondamente anticonformista con la quale si crea da subito uno sincero legame improntato al più puro senso di libero gioco e alla curiosità conoscitiva per la vita. Catherine si lega a Jules e i due hanno una figlia; dopo la Prima Guerra Mondiale i tre amici si ritrovano e Jules, constatato lo spegnersi della passione tra lui e Catherine, accetta amabilmente che la donna si leghi a Jim… [sinossi]
Nous avons joué avec les sources de la vie et nous avons perdu.
(Jim)

Jules e Jim (1962), opera terza in lungometraggio di François Truffaut, assurta negli anni a classico amato o adorato, si profila innanzitutto come un’esplosione grammaticale. È evidente soprattutto nella sua prima parte, dedicata alla prima fase dei rapporti tra Jules, Jim e Catherine, quando ancora i tre protagonisti vivono in una condizione di sorridente simbiosi giovanile. Se dovessimo dedicarci alla redazione di una sceneggiatura desunta di tale sezione narrativa (ma un po’ di tutto il film, in realtà), ci troveremmo di fronte a un’operazione estremamente complessa e irta di insidie, quasi impossibile. Per dare forma a una vicenda di nuove morali, Truffaut adotta innanzitutto un coerente linguaggio esploso, in piena adesione agli umori da Nouvelle Vague, che manda all’aria montaggi analitici e grammatiche consolidate anche tramite la riscoperta di espedienti da cinema muto o delle origini.
Affidandosi anche a un commento musicale di Georges Delerue che esordisce con lo sberleffo da comica per scoprire poi successivamente tonalità fortemente melodrammatiche, Jules e Jim spezza continuamente il racconto, frammenta il découpage e rifugge, in particolare agli esordi, da qualsiasi narrazione lineare. Concorre a ciò pure il ricorso alla voce narrante, che spesso non interviene per chiarire il visivo, bensì segue un proprio percorso di ulteriore informazione e controcanto, che invece di aiutare convenzionalmente il racconto lo rende ancor più frammentario, nel tentativo di restituzione di un inarrestabile flusso di emozioni e vissuti contraddittori, mutevoli e inafferrabili.

È una visione complessa, quella di Jules e Jim, poiché si scontra con un universo estetico in cui sperimentazioni d’avanguardia si applicano a un racconto a suo modo classico e letterario, in cui anzi la letterarietà è tenuta come elemento-cardine dell’intero racconto. A questa prima deflagrazione grammaticale e narrativa, dove Truffaut dà piena evidenza a uno spirito sanamente giocoso verso la vita, fuori da qualsiasi percorso precostituito, segue poi un’evoluzione che costeggia la tragedia della rivoluzione. Non si tratta di una rivoluzione dai chiari riflessi collettivi, ma che prende bensì le mosse da una dimensione privata, la più privata possibile, quella dell’amore e dell’amicizia.
Da giovani Jules e Jim restano impressionati dal volto di una statua. In Catherine ne ritroveranno un’incarnazione. È l’aspirazione a un Ideale, primariamente di Bellezza, al quale tendere per vivere nel modo più onesto possibile verso se stessi e le proprie esigenze. Eppure, qualcosa rema contro, qualcosa che ha poco di sociale quanto, nell’ottica di Truffaut, di privato e universale. A fare da cesura nel turbinare entusiasta della giovinezza, interviene la Guerra. In tale panorama la Guerra assume il ruolo di un tragico ritorno privato/pubblico alla realtà, che riscopre i nostri protagonisti come adulti ancora entusiasti, ancora intenti a vivere secondo etiche più rispettose dell’individuo e della sua spontaneità. Eppure, il fantasma dell’esclusività è dietro l’angolo. Jim, forse, è il più debole verso tale tentazione. Così, a poco a poco quel che esordisce come uno schiaffo in faccia a qualsiasi morale precostituita, si chiude in un melodramma appassionante e tormentoso, dove vige ancora la più schietta instabilità e precarietà di emozioni e desideri, ma non più vissuti come un onesto arricchimento, bensì come un rovello senza soluzione. Coerentemente, anche il linguaggio filmico si fa relativamente più composto, sia pure in una generale atmosfera di interrogativa critica grammaticale.

Dando corpo alla tragedia dell’Ideale che trova il suo scacco nelle debolezze dell’uomo, Jules e Jim fugge tuttavia da qualsiasi precisa connotazione a priori di registro e di confezione: è una tragedia, eppure in più momenti Truffaut sposa pure la commedia (la magistrale sequenza dell’ultimo incontro con la logorroica Thérèse, alla quale fa da controcanto la donna-oggetto silenziosa e soltanto strumento di desiderio; il refrain di Catherine «Tu crois que Jim m’aime?»), fino alla sovrapposizione di qualsiasi tendenza espressiva in uno dei momenti più drammatici – Catherine spiana una pistola davanti a Jim, e l’eccesso del brano, anche nella rapidità del suo svolgimento, confonde le linee di qualsiasi univoca lettura estetica. Ma qual è, dunque, questa tragedia etica? È forse il versante per il quale Jules e Jim è più conosciuto e che alla sua uscita nelle sale costituì anche pietra dello scandalo, ossia il racconto sorridente di una donna che si divide in piena onestà e in fasi più o meno successive tra due amici legati da profondo rispetto reciproco. Ricondurre la sostanza scardinante del film solo a questo quesito da parrucconi appare ovviamente riduttivo.
In tal senso, nel passare degli anni Jules e Jim sembra aver perso tale carica superficialmente provocatoria, ed è un gran bene, perché è del tutto aliena al sentimento più sincero sul quale il film s’incardina. Vi è infatti, più profondamente, una riflessione sui limiti di qualsiasi etica e dell’uomo, capace di concepire e aspirare all’Ideale ma costantemente sottoposto alla schiacciante verifica della propria vulnerabilità. Jules, Jim e Catherine costituiscono sì eccezione alla morale corrente, ma il loro percorso è improntato al rispetto di se stessi, all’interrogazione di quanto (innata qualità? retaggio culturale?) resti dentro di sé a reclamare una debole esclusività.

Non sarà un caso, del resto, se uno degli scogli sul quale s’infrange il loro progetto di equilibrio sia costituito da uno dei dettami più inossidabili del genere umano, il desiderio/necessità di riprodursi, che tuttavia qui appare ulteriormente problematizzato dall’esigenza di dare forma a un rapporto d’amore nella sua manifestazione più concreta e conclamata. Così, Jules e Jim esordisce come inno alla vita per tradursi a poco a poco nella dolorosa constatazione di un eterno scacco. Sulle prime l’amicizia fra i tre protagonisti si delinea come una vera e propria esplorazione conoscitiva, in cui prevale il gioco, la condivisione, la pura e semplice scoperta della vita – tutta la sequenza delle uscite in mezzo alla natura. Più avanti, a fianco di alcuni mai sopiti desideri di esclusività, il tentativo dei tre è più intimamente quello di seguire se stessi e i propri sentimenti, momento dopo momento, conservandosi totalmente onesti uno verso l’altro – è Catherine il vero motore di tale processo, al quale Jules e Jim cercano di adeguarsi con evidente fatica. Ferire, in fondo, è un concetto borghese, poiché include in sé l’idea dell’infrazione di un possesso. A mettere una pietra tombale su tale aspirazione, interviene in prefinale il concetto più lontano dall’idea di libertà e rispetto: per bocca di Jim, il più debole dei tre, fa capolino l’idea immortale del sacrificio. Rinunciare a qualcosa in funzione di altri, lasciar fuori porzioni della propria vita in nome di un progetto condiviso, per non procurare sofferenza all’altro. D’altra parte, Catherine, incarnazione più schietta della Vita, è quanto di più lontano da tali forme di condotta. Per lei si ama completamente solo per un momento, ma quel momento in lei ritorna sempre. Alla frammentarietà dei sentimenti e della curiosità per la vita si può solo ovviare rispondendo sinceramente, ogni volta, alla loro sempre nuova reiterazione. Siamo insomma nel più completo rispetto del flusso dell’esistenza, della sua fisiologia, delle sue continue frammentazioni, che, se vissute in piena adesione ad esse, rendono impossibile qualsiasi progetto di durata. Nel finale, in poche rapide e fredde inquadrature Jim e Catherine diventano polvere. Sta infatti qui il nucleo più sinceramente tragico del film, nella frattura insanabile tra durata e sincerità. Se la vita è assunta nella sua più totale consistenza aerea, si attraversa la propria esistenza giocando fino alla morte (anzi, la morte stessa può tradursi in atto ultimativo di gioco), e il desiderio della durata mette fine a qualsiasi vera felicità. Nel lungo termine, il rischio dell’insincerità, il possesso, l’esclusività ritornano come inevitabili ostacoli pressoché ontologici in una sorta di filosofia truffautiana del vivere.

Jules e Jim si srotola anche come rivoluzione privata in un lungo lasso di tempo narrato, che dà modo ai propri personaggi di corroborarsi come figure vive, palpitanti, inquadrate nel loro lento trascolorare dalla giovanile adesione alla Vita verso le complesse problematicità degli anni a seguire. In mezzo, Truffaut mina il tradizionale racconto filmico creando rispondenze tra il desiderio di gioco dei tre e una grammatica altrettanto giocosa e autoreferenziale, in cui si assomma di tutto, dal divertissement sul footage, ai fermo immagine, alle eccentricità e raffinatezze dell’ambito sonoro. Tramite le alterne vicende di Jules, Jim e Catherine sembra dipanarsi anche il parallelo spegnersi degli entusiasmi del primo Novecento europeo, in cui la tendenza artistica al libertario e antiborghese sberleffo d’avanguardia è spazzata via dalla cesura della Prima Guerra Mondiale, per poi chiudersi agli albori del nazismo. Rispetto alla Storia Jules e Jim si pone con atteggiamento sottile e problematico. Lungamente le vicende dei protagonisti si chiudono in un groviglio intimo che taglia fuori anche orgogliosamente la Storia, eppure nel racconto la Guerra assume tratti ben marcati e si profila come uno spartiacque per le loro esistenze. Più in generale, la storia (dell’arte e non) sembra attraversare le loro vite. Jules, Jim e Catherine non vivono nella Storia, ma vivono di Storia. E, probabilmente, proprio nella frattura tra Storia e Ideale è da rintracciare un ulteriore riflesso di quella frattura intima che segna inevitabilmente il loro destino. Dall’individuo, alla Storia, all’universalità, la frattura tra durata (tempo oggettivo/etica comune) e sentimenti (tempo soggettivo/etica individuale) rimane insanabile. Il Bello Ideale, insomma, fa a schiaffi con la Storia. E l’esistenza dell’uomo si traduce in uno scacco dolcissimo e invincibile.

Info
La scheda di Jules e Jim sul sito del Cinema ritrovato della Cineteca di Bologna.
Il trailer di Jules e Jim.
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