Il delitto del signor Lange

Il delitto del signor Lange

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Girato nel 1935, Il delitto del signor Lange è uno dei film più libertari e ‘collettivisti’ di Jean Renoir, dove il concetto di performance attoriale e registica assume il senso di vera e propria gioia della rappresentazione. Stasera alle 21 al Palazzo delle Esposizioni di Roma per la rassegna dedicata a Renoir e ai maestri del realismo poetico francese, organizzata da La farfalla sul mirino, insieme ad Azienda Speciale Palaexpo, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, e Institut Français Italia.

Tutto è teatro

Batala, proprietario di una casa editrice fugge per debiti abbandonando operai e impiegati al loro destino. Ma questi sapranno riscattarsi creando una cooperativa, capitanata e animata dal signor Lange. Finché Batala non si ripresenta… [sinossi]

Sviluppatosi sotto l’egida del Gruppo Ottobre, forma di teatro proletario tipico degli anni Trenta, non solo in Francia ma anche in Germania, oltre che naturalmente in Unione Sovietica e, persino negli Stati Uniti (si pensi all’esperienza, per certi versi simile, per quanto statale e non auto-organizzata, del Federal Theatre rooseveltiano, che vide anche il coinvolgimento in prima linea di Orson Welles), Il delitto del signor Lange è uno dei film più ‘collettivisti’ di Jean Renoir, il che per l’autore de La regola del gioco equivale a dire che si tratta di uno dei suoi film più corali e più gioiosamente sperimentatori dell’arte della recitazione.
Renoir si era avvicinato al Gruppo Ottobre grazie all’amicizia con lo scrittore, pittore e cineasta di origine catalana Jean Castanier, da cui nacque proprio l’idea de Il delitto del signor Lange, che venne poi dialogato da Jacques Prevert, anch’egli animatore del gruppo. Dunque, per certi versi, si può dire che il Gruppo Ottobre ‘commissionò’ creativamente il film, rappresentando in tal senso il primo serio avvicinamento di Renoir al Partito Comunista francese, sia pur ancora mediato da un coinvolgimento non direttamente politico, quanto per l’appunto nell’ambito di un gruppo artistico-intellettuale. Il diretto impegno politico per Renoir avverrà poco tempo dopo quando, alla nascita del Fronte Popolare, gli venne commissionato il film di propaganda La vie est à nous, la cui principale caratteristica politica può essere però individuata ancora una volta come quella di essere un film dichiaratamente collettivo.

Il delitto del signor Lange è ‘collettivista’, anche perché tematizza se stesso, nel senso che mette in scena un processo di collettivizzazione del lavoro, di un lavoro creativo, tra l’altro, quello del giornalismo e dell’editoria popolare, visto che – nel momento in cui l’irresponsabile editore Batala se ne scappa perché indebitato – i suoi dipendenti formano una cooperativa e riescono ad avere successo grazie alle avventure di Arizona Jim, fotoromanzo a puntate scritto proprio dal timido ma deciso personaggio di Lange. Al contempo, però, il film tematizza anche la sconfitta della cooperativa, come dice già il titolo stesso in cui – allo stesso modo di quanto accade in Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson – si svela già l’evento culminante della narrazione e come ci viene sottolineato sin dall’incipit, quando il delitto è già stato compiuto e la narrazione viene ripercorsa a ritroso. Dunque, pur elogiandola, Renoir racconta l’ascesa e l’inevitabile sconfitta dell’utopia proletaria, inevitabile perché un qualunque malefico Batala riuscirà sempre a rompere l’incantesimo comunista per riproporre la perniciosa aspirazione capitalista dello sfruttamento a fini economici del lavoro altrui. E, in tal senso, per continuare quantomeno a inseguire un ideale anarchico di libertà contro la legge, l’improvvisato tribunale popolare composto dai frequentatori del Café-Hotel de la Frontiere, dove si è rifugiato Lange insieme alla sua donna per riposarsi prima di poter attraversare il confine, ascolta tutta la vicenda, che è il film stesso, e decide comunque di assolvere l’omicida in barba alla polizia e di permettergli così di fuggire in Belgio. Ed è questo il vero significato politico del film, all’insegna di una libertaria e liberatoria fuga sulla spiaggia, con l’inquadratura che parte dal bagnasciuga e dai passi dei due fuggitivi in aperta antinomia con l’acciottolato del cortile che era stato lo spazio scenico privilegiato di tutto il film, già inquadrato a partire dai titoli di testa, e sorta di piazza-palcoscenico in cui si è vista muovere la ronde degli attori, dei personaggi e anche della macchina da presa, che ha attraversato quello spazio in lungo e in largo, quasi con la stessa arditezza tecnica cui poi avremmo assistito, sempre in un cortile parigino, ma con ben altri più cupi umori, ne L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski.

Perché è questo il lascito più significativo e più prezioso de Il delitto del signor Lange, la performance gioiosa della macchina-cinema che si esplica in un ininterrotto andirivieni di personaggi a seguire e ad anticipare la macchina da presa, a incrociarsi gli uni con gli altri in quel cortile-piazza, per un gioco cinetico e di profondità della mdp che poi Renoir perfezionerà proprio ne La regola del gioco. Ma a governare lo spazio e i tempi è proprio Batala, vale a dire il cattivo della storia, un meraviglioso Jules Berry, che gesticola frenetico e incessante, luciferino e satiresco, sempre pronto a ingannare un finanziatore o un’ingenua ragazza e sempre pronto a improvvisare dialoghi e movimenti. È lui il vero maieuta del film, il deus ex machina, il motore mobile della scena, ben più di Lange stesso. Ed è lui il maestro del mascheramento, di un mascheramento che si fa truffa, sorta di capocomico-regista che abbandona la sua compagnia di giro convinto di ritrovarla orfana e che invece dovrà appurare con sgomento di essere stato sostituito da una collettività composta e felice, ma ben più ordinaria rispetto a lui, con molto meno sex appeal.
Se però nel momento in cui Batala/Berry sparisce dalla scena noi spettatori sentiamo solo parzialmente la sua mancanza è perché Renoir libera ancor di più la sua macchina da presa nello spazio del cortile e anche perché, come al solito, riesce a tratteggiare con delicatezza e umanità tutta una serie di personaggi secondari, cui è inevitabile non affezionarsi, dal portiere ubriacone – che nel finale assume echi macbethiani – alla coppia di innamorati resi inizialmente infelici dal fatto che lei è rimasta incinta proprio di Batala, che ha abusato di lei, fino alla lavandaia che ama Lange. E la gioia, pur contraddittoria come s’è detto, di essersi liberati di Batala è anche una gioia fatta di luce, di illuminazione, visto che Lange ad un certo punto decide di staccare l’affissione pubblicitaria fatta mettere dal perfido editore che copriva interamente la finestra della stanza in cui è costretto a stare a letto il ciclista infortunato. Difatti, quel cortile in cui tutto ha luogo – da lì si accede alla casa editrice, così come all’appartamento di Lange e come pure alla lavanderia – si fa man mano, per quanto possibile, spazio aperto: all’inizio i suoi pochi metri quadrati sono da subito attraversabili ma è ben chiara la sua distinzione di esterno rispetto agli interni degli appartamenti e dei negozi; man mano però – proprio a partire dalla partenza di Batala – interni ed esterni si fanno più sfumati, come dimostra lo sfondamento della parete pubblicitaria e come dimostra anche il modo in cui Renoir inquadra il finestrone che dà sul locale in cui Lange e la sua morosa stanno consumando la loro prima cena a lume di candela. E non solo da come inquadra quel momento, ma anche dall’uso che fa del suono, visto che in cortile si sente una canzone cantata da una voce femminile, che poi scopriamo essere proprio quella della lavandaia innamorata di Lange, che si trova al di là della finestra. Lo spazio si apre, dunque, e si collettivizza, ed è come se si passasse dal teatro tradizionale a quello di strada, a quello più prettamente proletario.

Anche in un film in cui il teatro non sembra essere fondante come in questo, Renoir dunque riesce comunque a farne una questione di messa in scena, di giocosità della regia, di performance attoriale, di gioia e gabbia del palcoscenico, così come poi succederà in maniera esplicita in La carrozza d’oro, perché in fin dei conti quel cortile è allo stesso tempo la manifestazione più completa dello svolgimento della vita comunitaria, ma è anche un luogo limitato, ristretto, claustrofobico, che ha non poco in comune con il campo di prigionia in cui si trovano per lunga parte i protagonisti di La grande illusione o con i disumani bassifondi sotterranei in cui si trovano a vivere i personaggi di Verso la vita (Les bas-fonds, 1936). E a quello è pur sempre preferibile una fuga in spiaggia, a testimoniare la consueta ambivalenza renoiriana tra la sua passione per le assi del palcoscenico e l’aspirazione a liberare se stesso e i suoi personaggi negli spazi naturali di ascendenza paterna.

Info
La scheda de Il delitto del signor Lange sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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