Intervista a Daniel Hui

Intervista a Daniel Hui

Conosciuto in Italia per Snakeskin presentato al TFFDoc 2014, in cui vinse il premio speciale della giuria, Daniel Hui è un filmmaker e uno scrittore di Singapore. Laureatosi al California Institute of the Arts, è tra i fondatori, insieme al collega Yeo Siew Hua, del collettivo di filmmaker indipendenti di Singapore 13 Little Pictures. Abbiamo incontrato Daniel Hui durante la Berlinale 2019, dove ha presentato, nella sezione Forum, il suo nuovo lungometraggio Demons.

Il protagonista del film Demons ha il tuo stesso nome, Daniel, ma è un regista teatrale non un filmmaker ed è più vecchio di te, che nel film interpreti il suo compagno. Mi sembra che faccia parte di un gioco complesso di Doppelgänger in cui rientra anche Vicky che in qualche scena si sdoppia, ci sono due Vicky.

Daniel Hui: In realtà entrambi i personaggi di Vicki e Daniel, e ovviamente anche il personaggio che interpreto io nel film, sono tutte versioni di me. Direi che si tratta di differenti lati di me e delle mie paure. Per questo motivo il film è molto personale per me, come anche quello che fa Vicki. Allo stesso tempo però proprio perché sono diventato un regista e perché sono anche un essere umano, la mia paura più grande è quella di danneggiare le altre persone e ho cercato di inserire entrambe le mie paure in questo mio lavoro. In realtà c’è una scena molto importante per me, quando Vicki va nella foresta e poi si trasforma in Daniel. Lei diventa lui; è un po’ strano ma rispecchia come mi sento io.

E come mai interpreti il boyfriend di Daniel in un ulteriore specchio?

Daniel Hui: Perché anche il suo ragazzo è una vittima del suo abuso.

E lo scopriamo a un certo punto del film, fino ad allora lui importunava Vicki. È una delle biforcazioni del film, come a prefigurare due realtà parallele.

Daniel Hui: Credo che questo riguardi molto il discorso dell’elaborazione di un trauma: quando sei vittima di qualcosa di terribile e la persona che eri prima non esiste più, nonostante tu ne mantenga il ricordo. Poi la stessa società ti tratta come la persona che eri prima perché non ha idea del tuo cambiamento. In realtà questo non riguarda solo un trauma ma anche qualsiasi grande avvenimento della nostra vita. Questa è l’idea che ho in mente, come noi percepiamo gli altri come invariati, mentre una persona ha al proprio interno diverse identità, è così per tutti. Ma cosa succede quando queste identità riescono a sopraffare quello che siamo, prendendo il potere e andando fuori controllo? Sono interessato a tutto ciò.

E possiamo vedere il film come una sorta di tua autoanalisi?

Daniel Hui: Si, sotto diversi aspetti il film è simile a Snakeskin, perché quest’ultimo ha diversi personaggi e molti di questi sono variazioni del mio immaginario mescolate a personaggi reali. Sono un po’ lo specchio l’uno dell’altro e la base di tutto ciò è che tutti siamo multipli, ci sono varie rappresentazioni di noi stessi.

Puoi dirmi qualcosa dell’attore che impersona Daniel? È un regista teatrale anche nella realtà?

Daniel Hui: È un regista teatrale molto famoso, Glen Goei. Un altro motivo per cui abbiamo utilizzato il nome Daniel per il suo personaggio è perché originariamente la mia idea era di chiamarlo Glen, usando il suo stesso nome, come Vicki è Vicki. Però quando mi ha chiesto quale sarebbe stato il nome del suo personaggio e gli ho risposto «ovviamente Glen», lui era contrario, non voleva utilizzare il proprio nome, soprattutto perché sarebbe stato troppo reale. Per cui alla fine gli ho detto che avrebbe utilizzato il mio nome. Inoltre, il nome del mio personaggio nel film è John, che in realtà è il nome del mio compagno. Non mi piace rendere le cose semplici.

C’è una scena nel film in cui Vicki e Daniel sono sul palcoscenico a prendere gli applausi del pubblico. Anche il teatro può essere un doppio del cinema, un’espressione artistica diversa ma con molti punti in contatto?

Daniel Hui: Penso a come ognuno interpreta il proprio ruolo, ad esempio tu ora sei l’intervistatore e io sono l’intervistato, ma volendo potremmo facilmente scambiarci i ruoli come quando ti ho fatto io una domanda prima. Ciò è possibile perché i ruoli non sono fissi, si tratta semplicemente di determinate parti che ricopriamo in giorni precisi. Ma appunto questo non implica che siano fissi, nessuno di questi lo è.

Dopo Snakeskin torna anche in questo film il riferimento a una setta, religiosa, segreta, di fanatici, a dei poteri occulti. Può essere un riflesso della condizione della società di Singapore?

Daniel Hui: Si, è molto presente. Non saprei bene, ma sono piuttosto interessato all’idea di setta, perché si tratta della versione più estrema di come un gruppo pensa. Ogni gruppo ha le proprie regole e i propri sacrifici da fare per poter essere parte del gruppo stesso; vi sono poi i membri che vi appartengono, chi ne è escluso e chi ne è vittima. Penso che tutto ciò portato all’estremo costituisca una setta. Nessun membro di una setta la definirebbe tale, sono le persone che ne stanno all’esterno che vi si riferiscono in questo modo. Per queste ragioni mi domando cosa significhi essere parte di una setta. Ad esempio, possiamo definire un festival di cinema una setta? Oppure, può un intero stato essere una setta? Perciò ho voluto esplorare queste dinamiche, dell’essere parte o meno di tutto ciò, e di come sia facile ritrovarsene immediatamente esclusi. Penso a Singapore dove questo senso di gruppo è molto forte, dove ogni singolo giorno fin da giovani ci viene detto che siamo in un certo modo, che apparteniamo a un certo gruppo, che dobbiamo fare certe cose per il gruppo, e sacrificare altre cose, sacrificare altre persone. Questa per me è una setta mentale, anche se non viene chiamata così. Volevo esplorare queste dinamiche dentro/fuori la setta. Vicki ne è fuori perché lei è la vittima che deve essere sacrificata, quindi rifiuta da subito la presenza della setta. Tutti gli altri non se ne rendono conto, soprattutto Daniel che è il protagonista. Solamente quando Vicki scompare, lui si ritrova improvvisamente escluso, come nella scena in cui va dalle finanziatrici e queste parlano in una lingua a lui incomprensibile. A causa di tutto ciò realizza inaspettatamente l’esistenza della setta. Per quanto mi riguarda, sono una persona che si è sempre trovata ai margini della società, prima di tutto perché sono gay. Per questo motivo sono conscio dell’esistenza di vari gruppi e perciò ho sempre dubitato di ogni singolo gruppo, di ogni codice, di ogni lingua. Tutto ne fa parte. All’inizio di tutto il film c’era questa idea, soprattutto quella di una lingua legata alla setta, perché si tratta del mezzo che il gruppo stesso utilizza per tenere soggiogati i propri membri.

Ho interpretato il finale del film, quando la setta si palesa, come una sorta di vendetta della donna.

Daniel Hui: Sì, è certamente così, ma allo stesso tempo è anche una sorta di esorcismo, perché è la setta che esorcizza la persona che non ne fa parte.

Mi sembra di vedere il tuo film come una combinazione di cinema sperimentale, un flusso di coscienza, con elementi da B-movie horror, di film di genere artigianale, con ingredienti tipici come il cannibalismo. Perché questa combinazione?

Daniel Hui: Mi ritengo un grande fan dei film horror, ma in particolare dei gialli italiani. Anche questi sono tutti molto sperimentali perché le loro narrazioni vanno da un capo all’altro e a volte non hanno un vero senso. Adoro questo tipo di cinema e perciò il mio cinema è sempre stato influenzato da questo, incluso Snakeskin, ad esempio per come progredisce la narrazione. Penso che il genere horror sia piuttosto conciliante, puoi fare tantissime cose differenti all’interno di questi tipi di film ma, fintanto che rispetti certe regole, si identifica comunque come horror.

Ci sono anche elementi da j-horror, come la telefonata misteriosa che può ricordare The Ring ed epigoni e lo stesso provino fa venire in mente Audition.

Daniel Hui: Sono cresciuto con quei film.

E puoi dirmi qualcosa su quegli inserti in bianco e nero molto sgranati?

Daniel Hui: Sono i sogni di Vicki. Lei all’inizio sogna e quello che sogna diventa poi la realtà di Daniel. Il punto di ciò è che i suoi incubi diventano la realtà di qualcun altro.

Perché Demons inizia proprio con quella scena del provino a Vicki?

Daniel Hui: Questo perché sin dalla scena del provino è chiaro chi abbia il potere in tutto il processo. Per quanto mi riguarda l’audizione è una prima scena di violenza, il modo in cui viene portata avanti è una violazione sin dal principio. Ciò causa quella sequenza leggermente surreale dove è presente il pubblico che da una posizione esterna osserva e ride. È una forma di umiliazione portata avanti dal pubblico stesso, per cui questo partecipa all’umiliazione di questa donna. Si ha così una sorta di violenza pubblica. Purtroppo, devo dire che questo tipo di avvenimenti è molto frequente a Singapore, sono fatti molto comuni. Sin da giovani, per esempio quando si frequenta ancora la scuola, quando qualcuno fa qualcosa di sbagliato viene frustato pubblicamente di fronte all’intera scuola, mille persone che si riuniscono per fare da spettatori. L’umiliazione pubblica è uno strumento molto utilizzato per far sì che ti comporti in una determinata maniera. Ancora oggi se una persona fa qualcosa di male in pubblico è facile che qualcuno filmi e poi carichi tutto online per poi umiliare questa persona. Proprio perché Singapore è piccola, è facile per le persone trovarti, per cui la punizione lì non è privata ma è pubblica, sotto gli occhi di tutti. Penso che sia questa l’idea portata avanti per tutto il film, quella di essere osservati e di conseguenza umiliati proprio perché sotto lo sguardo collettivo.

Come lavori con Yeo Siew Hua e con gli altri membri del collettivo 13 Little Pictures?

Daniel Hui: Abbiamo sempre realizzato film senza avere i fondi perché non ci sono finanziamenti per il nostro tipo di cinema a Singapore, siamo troppo sperimentali oppure troppo politici o altro. All’inizio eravamo semplicemente amici e poi abbiamo cominciato ad aiutarci l’un l’altro nella realizzazione dei film. Per esempio ho recitato nel primo film di Yeo Siew Hua e ho curato il montaggio di A Land Imagined. Poi anche lui è nel cast di Demons. L’operatore è spesso anche il regista e alcune persone semplicemente arrivano e danno una mano, è tutto molto casuale e informale. Noi lavoriamo così. Noi cinque siamo molto diversi circa il tipo di film che produciamo ma ciò che ci accomuna è che siamo grandi cinefili. All’inizio quindi ci siamo incontrati alle proiezioni dei rispettivi film, poi abbiamo avuto occasione di conoscerci e alla fine abbiamo iniziato a guardare film insieme, discutendone. Abbiamo mantenuto questo tipo di rapporto nel tempo per cui siamo molto uniti. In tutto siamo in cinque e siamo tutti registi, ci aiutiamo tra di noi e funzioniamo insieme un po’ come una jazz band.

Perché giri in pellicola e perché in 16mm?

Daniel Hui: Ho iniziato facendo documentari e ho sempre rifiutato l’idea della camera invisibile, per cui utilizzo quella a 16 mm perché è molto grande e rumorosa. Non puoi dimenticarti dell’esistenza della macchina da presa e quindi sei obbligato a interagire con essa. Quando ho realizzato questo film è stato praticamente il proseguimento di questo processo, un processo molto fisico, quello di caricare la pellicola. Ha qualcosa di spirituale ed è un lavoro collettivo. Mi piace il risultato. Tutti i miei riferimenti sono ai B-movie horror e il 16mm è il loro formato adatto.

Info
La pagina Facebook di Demons di Daniel Hui.

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