Captain Marvel

Captain Marvel

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Prendendo le distanze dai facili schematismi di una “storia delle origini” e concentrandosi sulle caratteristiche umane della sua protagonista, Captain Marvel di Anna Boden e Ryan Fleck conferma il talento narrativo e autorigenerativo del Marvel Cinematic Universe.

Come As You Are

Carol Danvers diventa uno degli eroi più potenti dell’universo quando la Terra si ritrova ad essere il campo di battaglia di una guerra galattica tra due razze aliene. [sinossi]

Parlare di se stessa, a chiari fini autocelebrativi, senza trascurare ogni singolo racconto, predisponendolo con cura a numerosi incastri con futuri (o passati) sviluppi. In fondo è questo il segreto del successo della Marvel e del suo universo cinematografico, oramai di fatto – esauritisi i franchise adolescenziali in stile Twilight – la forma dominante del blockbuster contemporaneo. Ventunesimo film del Marvel Cinematic Universe, l’atteso, soprattutto in quanto primo film dedicato a una supereroina donna, Captain Marvel non tradisce gli ideali del “sistema”, aprendosi, ancor prima di iniziare, con un nuovo logo di stampo “autoreferenziale” tutto dedicato alla memoria di Stan Lee, creatore dei suoi personaggi, instancabile protagonista di gustosi camei cinematografici anche dall’oltrevita.

È la narrazione dunque, autoreferenziale e non, il segreto dei film Marvel, il superpotere che li rende se non altro meno fallibili rispetto ai prodotti similari dell’avversaria DC/Warner, dediti a una spettacolarità un po’ spaccona, roboanti e bambineschi. Diretto da Anna Boden e Ryan Fleck (5 giorni fuori, Half Nelson) e sceneggiato dalla coppia di registi insieme a Geneva Robertson-Dworet, Captain Marvel fa di tutto per evitare le facili e talvolta tediose tappe di una “storia delle origini”, lasciando che il passato della sua eroina emerga in rapidi flashback tutti collegati a un particolare “strumento” attivato nel presente, sia esso un colloquio obbligato con una “intelligenza suprema”, uno strumento di tortura in grado di catturare informazioni dal subconscio, un file audio recuperato da una scatola nera. Siamo dunque lontani dal lungo lasso temporale utile (quanto anche tedioso) a ricapitolare il passato e l’addestramento della giovane Diana in Wonder Woman, così come da quell’incertezza a tratti imbarazzante sul “dove piazzare i flashback” esperita nel più recente Aquaman.

La giovane guerriera Vers (la Brie Larson premio Oscar per Room) è già un’abile guerriera quando appare qui sul grande schermo, anche se, come ci viene subito detto, ha ancora da affinare la sua arte, controllando i suoi principali punti deboli: l’emotività e i ricordi del passato, che ogni tanto riemergono in lei confusamente, senza ricostituirsi mai come un flusso unico e saldo di memoria. Combatte al fianco dei Kree, credendoli la sua razza di appartenenza, ed è dotata di misteriosi superpoteri che il suo mentore e comandante Yon-Rogg (Jude Law) le insegna ad utilizzare al meglio nella lotta contro l’infida razza avversaria degli Skrull, verdi creature metamorfiche in grado di assumere le sembianze di chiunque vedano in giro. Quando però la sua squadra finisce vittima di un’imboscata nemica, Vers si ritrova sul pianeta Terra, nel dettaglio in una videoteca Blockbuster. Tra cartonati che pubblicizzano True Lies (James Cameron, 1994) e una vecchia VHS di Uomini veri (Philip Kaufman, 1983), non a caso un notevole concentrato sci-fi di maschioni vecchio stampo (del calibro di Sam Shepard, Scott Glenn, Ed Harris, Dennis Quaid), qualche sospetto inizia a farsi strada, confermato poco più avanti da locandine che pubblicizzano l’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins, una t-shirt con il celebre logo dei Nine Inch Nails, una connessione Internet piuttosto lenta e le opportune scelte dei brani in colonna sonora: non c’è dubbio, siamo negli anni ’90. L’agente Coulson (Clark Gregg) d’altronde è ancora in vita, mentre Fury è piuttosto giovane e il volto basito e digitalmente liftato di Samuel L. Jackson non mente: non ha ancora idea di cosa sia un supereroe né di come utilizzarlo a difesa dello SHIELD.

Torna dunque in Captain Marvel quel gusto per l’operazione nostalgia, con la relativa playlist abbinata, che ha sancito il successo de I guardiani della Galassia con in più qui un ulteriore scopo utilitaristico, ovvero quello di segnalarci che il film si pone narrativamente prima dell’Iron Man di Jon Favreau (2008), rappresentando dunque una sorta di prequel all’intero M.C.U.. Ancora una volta abbiamo dunque un elemento narrativo (l’ambientazione negli anni ’90) in grado di fare riferimento al “sistema”, all’appartenenza al brand Marvel, ma anche capace di far scaturire, all’interno del film, una serie di situazioni godibili per chiunque, e ancor di più per chi ha condiviso per ragioni anagrafiche l’immaginario dei nineties. E magari per tanti aspetti (musica esclusa, s’intende), mai si sarebbe immaginato di rimpiangerlo.

E così, mentre lo spettatore attende con una certa bramosia il prossimo dettaglio utile a riportarlo qualche decade all’indietro, ecco che anche lo scopo di Vers diventa proprio quello di riappropriarsi del suo passato, del suo vero nome, Carol Danvers, della sua migliore amica, scoprire insomma la sua vera identità. Nel mentre dovrà dirimere una guerra tra razze aliene e dimostrare il suo senso della giustizia nel proteggere i vessati Skrull, esuli dal loro pianeta oramai distrutto dalla guerra, rifugiati erranti ma resistenti, e in fondo costretti a usare il loro talento metamorfico, proprio perché privati della loro patria e con essa, dell’identità.

Echi di storie presenti e di passati recenti si intrecciano dunque con indubbia efficacia in questo ventunesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe, la cui elaborata tessitura narrativa tiene alla larga il rischio di scadere in facili schematismi di “presentazione” di situazioni e personaggi.
Captain Marvel non è dunque un esangue racconto delle origini, ma, va detto, siamo ancora distanti dalla compiuta esplosione della tragedia supereroica vista in Avengers: Infinity War. Se il fatto che le fragilità di Carol Danvers – memoria ed emotività – si trasformino proprio negli elementi scatenanti dei suoi superpoteri rappresenta una potente metafora, dell’umano, prima ancora che del “femminile”, questa scelta narrativa serba però anche un risvolto non trascurabile: rende il personaggio invincibile, al punto che non si teme davvero mai per la sua incolumità. E, la Marvel insegna, i superpoteri senza talloni d’Achille, non sono poi così interessanti. La presenza poi di poche “vittime” sul campo di battaglia (di fatto “i buoni” qui si salvano) fa sorgere poi il sospetto che il target di Captain Marvel sia decisamente più giovane rispetto a quello previsto per gli Avengers. Quanto poi agli scontri aerei, galattici, in orbita, essi vantano notevoli variazioni di location e grafiche, ma non sempre la balistica è ben calibrata, né particolarmente inventiva o avvincente.

Ma in fondo va bene così, dopotutto siamo pur sempre di fronte al primo capitolo dedicato a un supereroe in solitaria, non è lecito né giusto aspettarsi il peso drammatico di un crossover superomistico come gli Avengers.
Resta indubbio che Captain Marvel è la conferma di un talento industrial-narrativo in continua evoluzione, quello della Marvel. Stavolta, certo, l’arma più forte in campo è una donna, ma sappiamo bene che a contare davvero, proprio come per i colleghi maschi, è la sua vera appartenenza, il logo da cui discende.

Info
Il trailer di Captain Marvel.
La pagina dedicata a Captain Marvel sul sito della The Walt Disney Company Italia.
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