C’è tempo

C’è tempo

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L’esordio in un film di finzione si traduce per Walter Veltroni in un velleitarismo autoriale dimentico di azione e racconto, imperniato su una serie di cliché, a partire da una cinefilia inerte, addomesticata ed edulcorata. C’è tempo è una commedia e un road-movie in cui non c’è ritmo e da cui si sprigiona tutta la melassa veltroniana dei buoni sentimenti.

Ma che siamo in un film di Walter Veltroni?

Stefano di lavoro fa l’osservatore di arcobaleni. Lui, che di suo padre non ha mai voluto sapere neanche il nome, deve lasciare il paesino del Piemonte in cui vive per correre a Roma. Improvvisamente si è ritrovato orfano e con un fratellastro tredicenne di cui non conosceva l’esistenza, Giovanni, rimasto solo al mondo. [sinossi]

È ben curiosa la carriera cinematografica di Walter Veltroni, se vogliamo molto più curiosa di quella politica, nella quale sostanzialmente l’ex leader si è istradato negli anni verso un riformismo che ha malamente caratterizzato – chi più chi meno – tutti gli ex PCI, poi diventati PDS, quindi DS, e via dicendo. Curiosa, ma forse si dovrebbe dire singolare, e magari anche sintomatica, questa carriera cinematografica: dalle VHS di film celebri che uscivano con L’unità ai tempi della sua direzione, per passare al ruolo che ebbe quando fu Ministro dei Beni Culturali – un ruolo sostanzialmente positivo, come ricordavamo anche di recente, soprattutto se confrontato con chi lo precedette e con chi venne dopo -, per poi inventarsi ideatore di festival con la fondazione della Festa del Cinema di Roma, quindi di recensore cinematografico, poi di autore di libri diventati film per la regia altrui (Piano, solo di Riccardo Milani, ma anche La scoperta dell’alba di Susanna Nicchiarelli), fino a palesarsi – finalmente – come regista, prima un po’ in punta di piedi con dei documentari, inizialmente ‘politicizzati’ (Quando c’era Berlinguer), poi pseudo-impegnati alla Ai Weiwei (come, ad esempio, Indizi di felicità), e infine – sempre più privo di freni inibitori – come autore di film di finzione, ed è il caso per l’appunto di C’è tempo, suo esordio in tal senso.

Quindi si può dire che, da una dimensione istituzionale e sociale, Veltroni si è spinto sempre più verso un processo creativo, dunque personale e individuale, privato, sempre più lontano dalla cosa pubblica, se vogliamo evitare di definire politica – e lo vogliamo – questa politica dei buoni sentimenti che si sprigiona prepotente, e sfrenata, e incontrollata, da C’è tempo. E, dunque, il solipsismo autoriale la fa da padrone in C’è tempo, totalmente disinteressato dal fatto che il cinema (almeno quello commerciale) è racconto di una storia, che dunque una scena che è stata scritta e poi girata e poi montata è perché deve servire a un’economia narrativa e non a compiacere l’autore per qualche motivo non meglio precisato, per sue astratte riflessioni filosofiche. E ci riferiamo in particolare alla sfinente e sfibrante sequenza in cui il pur bravo Stefano Fresi si trova a litigare per strada con un molesto imprenditore/finanziere, una sequenza completamente slegata da tutto il resto, con degli altri personaggi che spariscono nel nulla, e che lascia basiti per quanto è maldestra, per quanto è avulsa dal contesto e per la decisione che è stata presa di tenerla e di non tagliarla.

Ma questo forse accade perché C’è tempo è espressione di un cinema già morto. E lo sa lo stesso Veltroni che, dopo aver costellato il suo film di citazioni e omaggi rubacchiando – dichiaratamente o meno – di qua e di là, chiude al momento dei titoli di coda con dei disegni di cinema chiusi, sale cinematografiche romane che hanno fatto la storia, dal cinema Impero al cinema Rossini. Ma quel cinema morto è in aperta contraddizione con la storia che si racconta, una storia di amicizia tra due fratelli appena scopertisi tali (uno è per l’appunto Stefano Fresi, l’altro è il tredicenne Giovanni Fuoco), e che vorrebbe essere al contrario una storia piena di vita, che invece è solo piena di luoghi comuni. E sempre quel cinema morto è fatto con materiale edulcoratamente cinefilo, con una cinefilia terra terra, proposta attraverso iper-classici come I 400 colpi o Novecento, buona dunque a convergere verso tutti i palati, così come la sinistra ha pensato – male – di poter e dover convergere al fantomatico centro per avere un maggior numero di elettori.
Ed è sintomatica in tal senso la sequenza in cui Giovanni dichiara a sua maestà Jean-Pierre Léaud, incontrato casualmente – guarda tu il caso! – in una brasserie parigina, di aver già visto ad appena tredici anni tutti i suoi film. E l’unico film che gli spiattella dal cellulare per dimostrare la sua tesi è proprio I 400 colpi. E Léaud, è lui stesso a chiedere l’autografo al bambino, credendogli sulla parola e senza provare a interrogarlo, sbagliando, perché non ci crediamo che abbia visto anche, per fare un paio di titoli a caso, La mort de Louis XIV o La maman et la putain. In tal modo Veltroni finisce per svilire il mito stesso che vuole celebrare, riducendo la radicalità cinefila che Léaud porta sul suo corpo a una sorta di gif per telefonino. Questo, senza parlare del fatto che, nella figura di Giovanni, Veltroni allude continuamente al percorso di Antoine Doinel, quasi sovrapponendo l’uno all’altro, finendo per rendere letterale questo processo, in conclusione di film, con una semi-sovrimpressione dei due volti. E allora qui è inevitabile gridare alla lesa maestà, perché questo costante atteggiamento da passivo aggressivo, da nano che si appoggia sulle spalle dei giganti, arriva infine a svelare anche un’impertinente ambizione, quella di replicare, di rievocare e soprattutto di voler presuntuosamente far rivivere uno dei grandi capolavori della storia del cinema.

«Quando si smette di essere bambini?», è una delle tante domande oziose che si fanno i personaggi in C’è tempo, in quei loro dialoghi senza ritmo e senza azione che bloccano continuamente la narrazione, tanto che si potrebbe dire che c’è tempo nel cinema di Veltroni, ma non c’è ritmo. Ebbene, forse bisognerebbe dire – piuttosto – quando si comincia a essere bambini e bisognerebbe anche dire che l’ingenuità non somiglia sempre alla saggezza, anzi spesse volte è solamente ingenuità. Così, in C’è tempo si riscontrano tutte – ma proprio tutte – le incertezze e le insicurezze del debuttante, che copre con della musica sdolcinata dialoghi di cui non si sente sicuro, che parte con i rallenty forzati quando vuole sottolineare l’atmosfera di poesia (il riferimento va in particolare al tuffo in piscina di Fresi e del suo giovane fratello), che affida monologhi su monologhi ai personaggi perché raccontino il loro passato di traumi e turbe (ma, come insegna il cinema americano, c’è solo un momento all’interno di un film per svelare il passato tormentato del personaggio e non quindici), che si inventa simbolismi ingiustificati (il pallone, rimediato non si sa come, che vola in aria e torna in terra solo tanto tempo dopo), che non si preoccupa di giustificare movimenti e azioni e che, infine, fa crollare la drammaturgia solo dopo venti minuti (perché il film ha senso se i due protagonisti vivono una relazione conflittuale con ascese e cadute, e non se diventano amici da subito).

Poi, va detto che in un film come C’è tempo, che vuole porsi sia come commedia amara che come road-movie che anche come romanzo di formazione, ogni tanto si ride, ma è merito soprattutto di Stefano Fresi, che dimostra ancora una volta di sapersela cavare in ogni situazione. Ma, anche qui, su cosa si ride perlopiù? Sul sempiterno calcio, sulla Roma, sulla Lazio e sulla Juve, e in una scena – sia pur riuscita – come quella con il carabiniere Max Tortora, ci si domanda se tutto questo calcio non serva a nascondere questioni che sarebbero state più attinenti al regista-politico Veltroni, vale a dire la sinistra e la destra, un tempo aspro terreno di scontro, ben più cruciale di quello calcistico. Ma hanno provato a convincerci che sinistra e destra non esistono più, che rossi e neri sono tutti uguali, che «ma che siamo in un film di Alberto Sordi?». E allora se C’è tempo è un film politico, lo è per l’approccio totalmente a-politico che assume, lo è per la sua evasiva natura al sapore di giulebbe.

Info
Il trailer di C’è tempo.
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