Intervista a Samson Wong

Intervista a Samson Wong

Samson Wong, dopo la laurea alla Vancouver Film School, in cui ha frequentato i corsi di ‘Foundation Visual Art + Design’ e ‘3D Animation, ha lavorato per le due compagnie di effetti visivi Image Engine e Digital Domain. Per queste si è occupato degli effetti speciali di blockbuster quali L’incredibile Hulk (2008), Watchmen (2009), The Twilight Saga: Eclipse (2010), Thor (2011), Transformers 3 (2011), X-Men – Giorni di un futuro passato (2014), Notte al museo – Il segreto del faraone (2014), Pixels (2015), X-Men: Apocalisse (2016). Nel 2018 inizia a lavorare con Zhang Yimou, prima agli effetti della spettacolare cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali di Pyeongchang, e poi per il film Shadow in cui viene messo a capo dell’intero processo degli effetti visivi, il che gli vale il Golden Horse Award, l’equivalente cinese degli Oscar.
Abbiamo incontrato Samson Wong nel corso dell’International Film Festival Rotterdam 2019, dove ha tenuto una masterclass.

Shadow è il primo film che hai fatto fuori da Hollywood. Che differenze hai riscontrato tra le dinamiche produttive americane e cinesi?

Samson Wong: Oltre a essere il mio primo film fuori da Hollywood, Shadow rappresenta la prima volta in cui ho avuto la supervisione di tutto il processo. Ci sono molte cose abbastanza diverse, probabilmente perché cambia il contesto culturale, tra Oriente e Occidente. Il sistema di girare, è diverso. In quello hollywoodiano tutto deve fa capo al proprio dipartimento, ognuno ha le proprie cose di cui prendersi cura. Ed è una cosa enorme, molte produzioni sono enormi. In Cina ho lavorato al film di Zhang Yimou e a lui piace lavorare con produzioni piccole o medie. Perché è più facile per lui comunicare. Credo gli piaccia capire ogni singola parte, perché è come fosse il centro della creazione. Credo sia più facile per lui prendere decisioni, o poter cambiare anche all’ultimo. Ci sono sempre cambiamenti dell’ultimo minuto con lui, perché dice che non sai mai cosa ti può succedere quando arrivi nei posti reali a girare. Anche se fai un mucchio di ricerche, un sacco di ‘location scouting’, non puoi mai sapere cosa può succedere all’ultimo minuto. Il piano è solo un piano, e lui vorrebbe cambiare idea alla fine. Per piccole ricerche di location dovrebbe essere più facile prendere decisioni veloci.

Come hai lavorato invece con Zhang Yimou per gli effetti speciali della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali?

Samson Wong: Avevamo per fortuna una grande compagnia di VFX che ci dava supporto, una società inglese di nome Framestore. È stato fantastico perché dovevo comunicare, per la supervisione, a questo team produttivo e allo stesso tempo dovevo assicurarmi che la visione di Zhang fosse corretta. È stato grandioso, così moderno. Ogni spettacolo che da allora Zhang Yimou ha realizzato è molto moderno, rappresenta la parte moderna della Cina.

Parlando di produzioni cinesi, sai che la compagnia che ha realizzato i bellissimi effetti speciali per Vita di Pi, la Rhythm & Hues, è fallita dopo aver fatto quel film. Come mai? Cosa ne pensi?

Samson Wong: Una compagnia che ha appena vinto l’Oscar per gli effetti visivi va in bancarotta subito dopo. Sembra una maledizione. Credo che le motivazioni stiano nel fatto che nella testa di molti produttori e registi, gli effetti VFX siano essenzialmente un fatto di post-produzione. Ma io penso a quello che loro non possono fare e realizzare in post-produzione, e sono un sacco di cose. Cercando di assumere il punto di vista dei registi, questi non capiscono che un piccolo taglio potrebbe avere conseguenze per tutta la catena. A volte si lamentano perché i cambiamenti richiedono mesi ma è proprio perché la catena di lavoro degli effetti speciali è un’enorme gatta da pelare, un enorme sistema. E ogni piccolo ritocco che fai potrebbe coinvolgere anche cinquecento persone, perché devono fare cambiamenti, richiederti quello che vuoi. Io credo sia molto difficile fare un buon film e allo stesso tempo fare profitto. Molti dei soggetti impiegati nella post-produzione fanno davvero fatica a sopravvivere, perché tutti credono che non costino molto, ma pretendono da loro il massimo. Gli artisti non sono a buon mercato, se vuoi un bravo artista al lavoro nel tuo film. Non è come schiacciare il pulsante di una macchina e dire: «Fatto». Chi fa funzionare la macchina è un essere umano, è la gente che si siede davanti un monitor e ha bisogno di buoni occhi per giudicare: «Sembra buono?», perché ancora i computer non sono in grado di dire cosa sembra buono e cosa no. Hanno bisogno di qualcuno che si sieda davanti al computer e dica al computer cosa fare. Ed è per quello che queste persone non sono a buon mercato, sono pur sempre artisti, e vanno pagati. I produttori dovrebbero pagare molto le compagnie di effetti VFX. Credo che il problema sia stato questo per Vita di Pi. I miei colleghi – ho molti amici che lavoravano per Rhythm & Hues – erano molto delusi, perché pur avendo vinto un Oscar non avevano ricevuto il dovuto rispetto. Non deve trattarsi di una battaglia, ma solo di far capire al produttore e al regista quello che possono o non possono fare.

Hai detto che la partecipazione a Shadow ha rappresentato per te un punto d’arrivo per il tuo ruolo tecnico. Quali sono stati i passi della tua carriera per arrivarci?

Samson Wong: Per me è davvero importante cominciare dalle basi reali. I primi due anni della mia carriera sono stati impiegati più per le cose basilari. Stavo facendo molti ‘match moving’, come i ‘camera tracking’ e quindi avrei capito i movimenti di macchina, quali lenti si usano, quale tipo di camera avrebbe certi effetti. Perché ci sono scelte diverse per diversi direttori della fotografia, chi vuole quel tipo di camera, chi quell’altro, quelle lenti o quelle altre. E c’è sempre un motivo per queste cose. E quando facevo i miei match moving capii che a quel direttore della fotografia piacesse usare una cosa, a quell’altro un’altra. Per me è stato un gran momento quello di capire i concetti base di cosa sia una camera. E credo che la parte dei match movie, quella del ‘rotoscoping’, non debba essere molto creativa, perché devi solo seguire, devi fare roto. E dopo circa due/tre anni, sono diventato compositore, venendo più coinvolto nel combinare gli elementi, facendo il look all’immagine e quello era molto divertente. Ma poi arrivai anche all’ambiente, facendo ‘camera mapping’ e l’illuminazione e in quel momento imparai molto perché anche la composizione può essere influenzata dalle luci e dalle ombre. Vai sul set, vedi la gente lavorare, sono molto stanchi perché devono muovere le luci. Cose pesanti, qualcuno sposta un riflettore e tutto ruota su gente che trasporta attrezzature pesanti. Ma quando vai nel regno della CGI, tu puoi fare gli spostamenti con il tuo mouse, lo fai scorrere pensando «voglio questo, voglio quello». Lo strumento è lì ma il lavoro comporta il cercare di capire cosa volevi che sembrasse. Ecco perché c’è un gap tra i filmmaker del reale e gli artisti VFX. Questi ultimi sono sempre davanti al computer, non sanno come sia l’immagine sul set, non sanno come sia nella realtà. Possono solo riferirsi a delle foto o ad altri film. La mia opinione e il mio consiglio è: «Artisti VFX, uscite e guardate il mondo reale!». Devono osservare, hanno bisogno di uno sguardo, devono vedere perché una cosa è in un certo modo, non si può solo lavorare in post-produzione. Il mondo è fuori, perché non uscire a osservarlo, a dargli un’occhiata. Vuoi rendere il mondo reale? Allora devi osservarlo, guardarlo e capirai, se metti le luci qui, che immagine verrà fuori, perché usare le ‘rim light’, capire quale sia l’ora d’oro per le luci posteriori e cosa questo comporti per le lenti, perché ogni lente è diversa. Ogni lente ha le sue caratteristiche, ma nella CGI non siamo ancora in grado di mimare le lenti reali. Ci sono circa duecento tipi di lenti. Così possiamo solo studiare la lastra vera, la riprendiamo e studiamo quello che sembra.

Hai lavorato in molti film di supereroi. Ce n’è qualcuno che preferisci, per cui ti sembra d’avere ottenuto i migliori risultati?

Samson Wong: Amo molto District 9. Il motivo è perché è così naturale. Ha un significato perché non parla solo di alieni ma riguarda l’ordine sociale, la società, il sistema, ci sono così tanti livelli di lettura. E il modo in cui usa i movimenti della macchina a mano è stupendo. Rimasi scioccato dal modo in cui venne filmato. Sembra un documentario ma è di fatto un film virtuale con lo stile da documentario. Ci sono stati altri film che hanno usato uno stile così mosso, come Cloverfield o The Blair Witch Project. Ma credo che District 9 sia il più completo, sia in una prospettiva oggettiva che in una da cinefilo. Mi piace il design degli alieni, è così diverso da tutti gli alieni fatti a Hollywood che abbia mai visto. Penso che sia anche un film di eroi per il personaggio che, infettato, salva o cerca di salvare gli alieni. Davvero interessante.

Sempre a proposito dei film di supereroi, qualcuno sostiene che sia un genere che stia andando verso la saturazione. Pensi che questo boom continuerà, che ci sia un futuro per i film di supereroi?

Samson Wong: A volte noi dividiamo i film solo in base a delle categorie, i film di fantascienza, le commedie, qualsiasi cosa. Ma il futuro del cinema deve essere sempre incentrato sulla storia. Deve essere il nucleo dei cuori delle persone. Chi va a vedere i film? Noi. E noi siamo influenzati e guidati dalle emozioni e questo significa una storia, qualcuno va al cinema a seguire una storia. Non importa se per un film di fantascienza, un documentario, o se in altre forme. Io credo che fintanto che le tue narrazioni arrivino al cuore, puoi fare film di fantascienza, film d’amore, film classici, tutto deve ruotare attorno all’uomo, alle persone. E anche se tu parli di robot, devi dare loro un cuore. Non è una macchina del caffè che sta lì e tu la filmi per venti minuti. Hai bisogno di una storia, di personaggi.

A parte Watchmen, mi risulta che i film di supereroi cui hai lavorato siano tutti tratti da fumetti Marvel. Che differenze trovi tra i due universi, Marvel e DC, e quale preferisci?

Samson Wong: Certo, credo ci sia una grande differenza. Ho lavorato perlopiù a quelli della Marvel, solo uno della DC. Credo che la DC sia più realistica, più dark, come Batman o come Superman. Il loro universo non è fatto di bianco e nero, c’è una zona di grigio, di ombra. Un ottimo esempio è Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan. Per me è la DC. La Marvel è più qualcosa legato al fantasy, è più con buoni e cattivi ben delineati. Ho visto tutti questi film tranne Deadpool che mi sembrava troppo cool. Credo che i film della DC siano più per adulti, mentre quelli della Marvel più per i bambini che li possono capire meglio.

I film della Marvel hanno avuto una grande diffusione proprio grazie agli effetti speciali visivi in CGI che hanno permesso di visualizzare l’immaginario fantastico di quella casa editrice, mentre prima sarebbe stato impossibile, se non con risultati ridicoli, per esempio fare al cinema i Fantastici Quattro con Mr. Fantastic che allunga le braccia.

Samson Wong: Credo ci sia una curva, una parabola, per il desiderio della gente di scoprire nuove cose. Con la CGI si è cominciato a dire: «Wow, è cool! Posso fare un sacco di effetti cool come i Fantastici Quattro». All’epoca di Guerre stellari si cominciavano a realizzare tante cose che non si potevano fare nella fiction. Volevano farle ma non ne avevano gli strumenti, non avevano i mezzi della CGI. Così le uniche cose che potevano fare erano degli imbrogli con la camera, tagliare a un certo punto e saltare ad altro, dettagli ravvicinati. Con l’avvento della CGI si è aperto un nuovo mondo. E molta gente ancora si diverte. Ma arriverà il momento in cui si comincerà a dire «Dobbiamo mettere una storia, fare qualcosa di vicino al cuore del film». Se vedi molti film del franchise Marvel, capisci che la gente possa cominciare a stufarsi degli effetti visivi. Fanno sempre degli effetti molto buoni, ma credo che gli occhi della gente siano stanchi, ci sono troppi effetti. Gli studios dovrebbero esserne consapevoli, e stanno cercando di creare delle storie in una scala più piccola, che vuol dire che sia concentrata su pochi personaggi, voglio dire un film che parli solo di quella persona e quell’altra e si concentri su di loro, senza metterci troppi effetti visivi. Credo che nel futuro gli effetti speciali continueranno a essere uno strumento, ma più discreto. Nell’ottica di avere più successo, perché noi uomini stiamo più in uno stadio spirituale. C’è una curva per la quale abbiamo tutta la felicità, fatta di belle immagini, e colorate, ma poi dopo si dice: «Oh, uhm». Credo di aver raggiunto il climax ma solo per pochi minuti e quando gli spettatori si calmano, si siedono, vogliono qualcosa per riempire il loro cuore, non solo la vista.

Lavori con gli effetti VFX, digitali. Credi ci sia ancora spazio per gli effetti speciali meccanici come l’animatronics?

Samson Wong: L’animatronics esiste ancora ma credo che vada aggiornata. Quella di una volta era molto più controllata a mano, con joystick o con altri tipi di pezzi meccanici. Credo che la nuova animatronics si appoggerà all’intelligenza artificiale. Sarà guidata da programmi di computer, e così sembrerà più realistica e quindi sperabilmente loro potranno collegarsi alla CGI. Se usi l’animatronics molte volte hai comunque bisogno della CGI per finire o fissare alcune parti. Sono certo che l’animatronic sopravviverà, ma devono evolvere in una nuova era.

E per quanto riguarda la stop motion?

Samson Wong: La stop motion è più un’arte, è un’altra categoria. Tanta gente ama la stop motion solo perché è stop motion, non perché è 3D animation. Un buon esempio è fornito dallo studio Laika. Loro hanno fatto Kubo e la spada magica, ma lavorano combinando la stop motion con le tecniche di ‘3D scanning’ e ‘3D printing’. Così c’è qualcuno davanti al computer che prima programma tutte le espressioni e poi stampano tutte queste maschere facciali: è come un enorme box: ci possono essere anche 500 espressioni, sorridente, arrabbiato, ecc., ma sono già tutte fatte e programmate al computer prima, per cui loro sanno che funzionano, le stampano e le rimettono sui personaggi e così fanno la stop motion. Credo che anche per la stop motion valga quanto ho già detto per l’animatronics, deve evolversi, deve essere combinata con la CGI. Tutto deve essere combinato con la CGI. A volte ci capita ancora di usare delle miniature, nel caso non è che diciamo: «Voglio farlo con la CGI». Lo hanno fatto con Blade Runner 2049, in modo che il direttore della fotografia potesse sapere con precisione a tavolino dove le macchine da presa dovessero essere. Credo che ci voglia un’evoluzione e il metodo tradizionale deve probabilmente combinarsi con quello nuovo.

Con Shadow vi siete ispirati all’arte tradizionale cinese, alla calligrafia a inchiostro. Come ci avete lavorato?

Samson Wong: Abbiamo speso molto della parte creativa nella ricerca. Avevamo bisogno di comprendere la pittura cinese a diversi livelli. Non per la forma, non per il profilo della montagna, non per quanto suggestiva potesse sembrare l’acqua. Ma per il senso di armonia della pittura, perché l’autentica pittura tradizionale, cinese ma anche giapponese e coreana, parla dell’armonia con la natura. Guardiamo le architetture orientali: molte di queste sono fatte di legno e molte si armonizzano molto bene con il contesto naturale. Cercano di evidenziare, di utilizzare e combinare tutto con la natura. In questo modo la pittura cinese è spirituale, riguarda l’anima. E la pittura cinese è anche quella che si esprime con gli spazi neri e bianchi. Se tracci una linea su un foglio, questa può essere più spessa o sottile. Ci possono essere variazioni nel tratto e nella pennellata, variazioni che rappresentano lo spazio bianco, evidenziano qualcosa, può essere acqua, nebbia, foschia. Ma non disegni la nebbia, non hai bisogno di disegnare l’acqua. Una volta che metti il pennello grezzo nello spazio bianco può diventare tutto. È un concetto che ci riporta al Taoismo, a Laozi, a Buddha: per prima cosa parlano del nulla come tutto. Così è il concetto di vuoto, di vacuità, di assenza di forma. Fondamentalmente il meno è più. Meno descrivi, meno ci metti, più vedrai. Questa è la parte difficile della pittura cinese, molto diversa e basata su un gradiente di intensità per l’inchiostro. Non è solo una sottile linea nera di inchiostro, ci sono dei grigi, cinque diverse ombre che si affievoliscono lentamente nel bianco. Così ci sono molte variazioni nell’intensità d’inchiostro e questa è stata una cosa che Zhang Yimou mi ha detto subito quando abbiamo cominciato a lavorare a Shadow: ha parlato di una quarantina di tipi di ombre. Mi ha detto: «Hai bisogno del primo piano, di un primo piano 2, un primo piano 3, un piano intermedio 1, un piano intermedio 2, un piano intermedio 3, un piano intermedio 4 e quindi degli sfondi 1, 2, 3 e 4». Una montagna aveva un’immagine stratificata ma lui non voleva troppa complessità, voleva la semplicità e semplicità significa, in termini di composizione, pulizia. Voleva uno stile pulito, minimale. Così abbiamo dovuto spendere molto tempo per risolvere quella parte perché lui non voleva vedere troppa grana, perché se parliamo di sentimenti pensiamo di solito di mettere della luminosità. Abbiamo messo un po’ di grana, ma in Shadow non c’è luminosità, non c’è sole, è coperto. E non voleva vedere nuvole, perché se ci sono nuvole il cielo non diventa pienamente grigio ma come bianco. Voleva lasciarlo bianco, in modo da avere più immaginazione, così è molto mutevole perché abbiamo dovuto fare la giusta composizione, per dare i toni del bianco e nero, abbiamo dovuto far fronte ai riflessi speculari, perché l’area bianca può essere acqua, può essere un riflesso, può essere nebbia, foschia. E ciò è quello che abbiamo imparato dalla pittura cinese e messo in forma di CGI.

Info
La pagina sul sito del Rotterdam International Film Festival dedicata a Samson Wong.

Articoli correlati

  • Archivio

    Captain Marvel RecensioneCaptain Marvel

    di , Prendendo le distanze dai facili schematismi di una "storia delle origini" e concentrandosi sulle caratteristiche umane della sua protagonista, Captain Marvel di Anna Boden e Ryan Fleck conferma il talento narrativo e autorigenerativo del Marvel Cinematic Universe.
  • Festival

    International Film Festival Rotterdam 2019 - PresentazioneInternational Film Festival Rotterdam 2019 – Presentazione

    In corso fino al 3 febbraio l'International Film Festival di Rotterdam 2019, giunto alla 48esima edizione, con un programma come sempre fittissimo, dall'installazione curata da Godard al focus dedicato al cinema brasiliano di origine africana, passando per la sezione dedicata ai "ruin film".
  • Venezia 75

    Shadow RecensioneShadow

    di Con Shadow - fuori concorso a Venezia 75 - Zhang Yimou torna al wuxia e lo fa ritrovando quel po' d'ispirazione che gli consente di realizzare un film di buon intrattenimento, nonostante un incipit eccessivamente verboso.
  • Archivio

    Black Panther RecensioneBlack Panther

    di Accolto trionfalmente in patria, Black Panther non si discosta dai consueti valori produttivi, narrativi ed estetici del Marvel Cinematic Universe, nonostante le utopie del Regno di Wakanda, il Black Power e la colata di buoni sentimenti e propositi. Asgard e la Galassia sono distanti.
  • Archivio

    Vita di Pi RecensioneVita di Pi

    di Uno scrittore in cerca d'ispirazione s'imbatte nella storia incredibile di Piscine Molitor Patel. Piscine, che tutti conoscono come Pi, conduce una vita serena: suo padre possiede uno zoo e Pi trascorre le giornate tra tigri, zebre e ippopotami...
  • Archivio

    X-Men: L'inizio RecensioneX-Men: L’inizio

    di Film di personaggi, prima ancora che di effetti speciali e scontri coreografici, X-Men: L'inizio è un buon esempio di blockbuster che cerca di offrire puro intrattenimento e momenti di riflessione.
  • Archivio

    District 9

    di Più di vent’anni fa, gli alieni hanno preso contatto con la Terra. Gli umani si aspettavano un attacco ostile o dei progressi in campo tecnologico, ma nulla di questo è avvenuto...
  • Archivio

    X-Men le origini: Wolverine

    di Prequel e parziale spin-off della saga degli X-Men, questo capitolo Marvel interamente dedicato a Wolverine fa luce sul passato del personaggio interpretato da Hugh Jackman.
  • Archivio

    Watchmen RecensioneWatchmen

    di Avventuroso, misterioso e complesso, Watchmen è ambientato in una realtà alternativa del 1985, in America, dove un gruppo di supereroi in costume è parte integrante della realtà sociale quotidiana...
  • Festival

    Rotterdam 2019Rotterdam 2019

    Dal 23 gennaio al 3 febbraio la 48esima edizione di Rotterdam, con un programma come sempre fittissimo, dall'installazione curata da Godard al focus sul cinema brasiliano di origine africana, passando per la sezione dedicata ai ruin film...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento