Suspiria e dintorni. Conversazione con Luciano Tovoli

Suspiria e dintorni. Conversazione con Luciano Tovoli

Pubblicato da Artdigiland, Suspiria e dintorni. Conversazione con Luciano Tovoli, è un prezioso libro-intervista a un grande autore della fotografia, capace di passare da Dario Argento ad Antonioni, a Maurice Pialat, Nanni Moretti, Franco Brusati e molti altri. Il volume, curato da Piercesare Stagni e Valentina Valente, sarà in vendita stasera al Teatro Palladium di Roma in occasione della proiezione in 35mm di Pane e cioccolata, diretto nel ’73 da Brusati e fotografato proprio da Tovoli, che presenterà il film.

Vale la pena cominciare queste righe sul libro-intervista all’autore della fotografia (così come ama definirsi) Luciano Tovoli – volume intitolato Suspiria e dintorni. Conversazione con Luciano Tovoli – con una lunga, bellissima e illuminante, citazione: «Tutti noi che fotografiamo o cinematografiamo abbiamo una cantina privata di immagini. Come le bottiglie di vino, alcune di queste immagini invecchiando migliorano, altre non resistono all’usura del tempo. Nella mia, l’igrometria e la temperatura sono controllate automaticamente e creano condizioni ideali di mantenimento. Ho quindi questa ampia cantina immaginaria al sicuro in un castello anch’esso rigorosamente immaginario delle Alpi, nella quale ho trovato un rifugio per le immagini di Suspiria e per quelle di molti altri miei film. Primi piani di attori, totali di ambienti i più vari, effetti di luce naturali e artificiali, sequenze intere, il tutto ben classificato e immediatamente reperibile anche consultando a distanza. Film interi e spezzoni sono lì che aspettano pazientemente. Se mi sembra necessario, scendo di persona quella vecchia scala scricchiolante e attingo un po’ draculescamente a quel me stesso perfettamente catalogato. Io che nella vita ricerco e amo un disordine quasi assoluto e rifuggo da ogni tipo di catalogazioni, datazioni ecc., faccio impeccabilmente regnare in questa cantina delle idee realizzate un ordine irreprensibile. Naturalmente anche Suspiria è stato cannibalizzato più volte, ma ogni volta la parte asportata si rigenera come per magia. In Single White Female (Inserzione pericolosa, 1992) ho abbondantemente attinto a me stesso per esempio. Al punto che il regista, Barbet Schroeder, se n’è accorto. È stata una piccola sconfitta, dato che mi piace lasciare segrete queste mie discese in cantina».

Quel che si ricava da queste parole di Tovoli, nato a Massa Marittima il 30 ottobre 1936, è innanzitutto una capacità affabulatoria invidiabile, una dote da intrattenitore che si riversa intatta in tutte le cento e più pagine di questo volume, edito da Artdigiland e curato da Piercesare Stagni e Valentina Valente, volume che è sì dedicato innanzitutto a Suspiria, alla miracolosa riproduzione di colori primari e alla esuberante sperimentazione messa in atto nel film argentiano del 1977, ma che passa a parlarci anche di altro, di altri film (come, ad esempio, Professione: reporter e Pane e cioccolata), oltre che della sua formazione come fotografo e della scoperta della fotografia in età adolescenziale. Le righe sopracitate, però, ci parlano anche di un autore che lavora consapevolmente su se stesso, che in qualche modo immagazzina una maniera e la fa sua, la rivive e la rielabora, la fa – insomma – materia autoriale sempre ripercorribile, avendo la capacità di improvvisare pur all’interno di un ampio spartito di conoscenze e di capacità acquisite. E che non si fa scrupoli a chiedere parere e consiglio a più anziani colleghi, come quando – sempre per Suspiria – chiamò Mario Bernardo (direttore della fotografia di film come Uccellacci e uccellini, morto lo scorso febbraio a quasi cento anni) per avere suggerimenti su come risolvere un problema luministico da Tovoli definito meliesiano; e dove dunque gli serviva la competenza di chi custodiva autentici segreti del cinema dei tempi andati (ed è questo un mirabile esempio di desiderio di trasmissione del sapere che sarebbe bello che fosse ancora vivo nel nostro cinema).

Racconta Tovoli che la sua passione per la fotografia – prima ancora che per la fotografia al cinema – nacque verso i sedici anni quando, per caso, arrivò in casa sua il volume Images à la sauvette di Henri Cartier-Bresson e che, per provare a riprodurre la bellezza di quelle foto, cominciò a sperimentare una serie di soluzioni visive insieme ai suoi amici dell’epoca. Ed è forse dunque da qui, da questa sua passione coltivata in un primo tempo da autodidatta, che nasce la voglia di provare soluzioni nuove e differenti dai canoni, anche quando questa passione diventerà studio organizzato, nel momento in cui negli anni Cinquanta si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, e anche quando ne farà la sua professione, a partire da Banditi a Orgosolo (1961) di Vittorio De Seta, regista che Tovoli – come ci dice nel libro – considera ancora oggi come suo maestro. E non è forse un caso che Tovoli si sia formato con un documentarista, e allo stesso tempo non è forse un caso che il suo primo film con Michelangelo Antonioni – dopo aver fotografato, sempre per De Seta, Diario di un maestro – sia stato il reportage Chung Kuo, Cina (1972), che è un film pressoché dimenticato del grande ferrarese, e che eppure ci sembra la fondamentale premessa – sia luministica che di approccio visivo, e di distanza e disperato senso di estraneità nei confronti dei personaggi – di Professione: reporter, sempre per l’appunto fotografato da Tovoli.
Non è un caso che la fotografia pensata sul campo e sul momento nell’ambito di un reportage/documentario, o di un film di finzione permeato di documentarismo come Banditi a Orgosolo, abbia poi spinto Tovoli a fregarsene delle regole e a cercare di rinnovare il modo di fotografare anche i film di finzione, come racconta benissimo proprio per Pane e cioccolata: «Questo mio tentativo di scrostamento di vecchie abitudini era in corso da tempo e aveva raggiunto il punto di non ritorno in Pane e cioccolata. Tornando a Roma dopo aver girato molti interni-esterni in Svizzera, mi trovai con un interno in teatro, un grande ristorante, totalmente pre-illuminato da luci direzionali piazzate sulle passerelle, opera del capo-elettricista più noto del momento. Naturalmente pretesi di ri-illuminare il set da zero». Questo in direzione di una illuminazione d’ambiente, diegetica, non esterna alla scena inquadrata, per un percorso probabilmente simile a quanto aveva già cominciato a fare Sven Nykvist per Bergman.

Tutto questo però non è in contraddizione con Suspiria, anzi. Il film di Argento del ’77 è la dimostrazione totale di come ci si debba liberare dei freni inibitori e di come si debba osare il più possibile, anche rischiando oltre il dovuto. Così l’illuminazione completamente irrealistica di Suspiria (in un film che è una fiaba nera, anzi rossa) è stata possibile grazie all’incontro tra Argento e Tovoli e grazie alla spinta dell’irrealtà portata in dono dal regista di Profondo rosso, cui il direttore della fotografia ha dato poi libero sfogo, eleggendo a suo mito e segreto protettore nientemeno che il già citato Georges Méliès, come dice nel volume qui presente, spingendolo a fare anche delle riflessioni teoriche in tal senso: «Credo che la “semplice” registrazione fotografica o cinematografica della realtà non esista. La sola scelta del punto di vista può generare mille visioni diverse dello stesso momento reale, ognuna con un significato differente. […] La vera essenza del cinema, inteso in senso primitivo, è l’illusione del reale. Illudiamoci di andare sulla luna a cavallo di un razzo con Georges Méliès, nel 1902, e sarà il più autentico dei film. Sarà altrettanto “cinema” l’illudersi di essere stati, con i fratelli Auguste e Louis Lumière, nel 1896, sulla banchina di un binario sul quale un treno sta arrivando in stazione. Sono convinto che anche quel celeberrimo L’arrivo di un treno a la stazione di La Ciotat rientri nel gioco della magnifiche illusioni cinematografiche. […] Non credo troppo alla possibilità di utilizzare la fotografia e la cinematografia come documento di verità ma piuttosto come strumento di analisi di una possibile verità». E queste ultime parole sembrano ancora una volta perfette proprio per un film come Professione: reporter.

Va dato dunque merito ad Artdigiland – che ormai si sta specializzando nell’analizzare la carriera di grandi direttori della fotografia, da La luce come emozione. Conversazione con Giuseppe Lanci a La luce necessaria. Conversazione con Luca Bigazzi, passando per Tonino Delli Colli, mio padre – per aver pubblicato questo libro su Tovoli, e una volta finito di leggere se ne vorrebbe sapere di più, si vorrebbe arrivare a conoscere tutti i segreti della sua straordinaria carriera – il che è, ovviamente, materialmente impossibile -, e si vorrebbe affrontare ogni recondito aspetto del suo percorso fotografico a partire da quel miracoloso catastrionfo che fu Il mistero di Oberwald (1980), dove insieme ad Antonioni portava alle estreme conseguenze – e anche oltre – il discorso sulla matericità quasi documentaria del colore, discorso che aveva avuto una prima, liberatoria e fondamentale tappa proprio in Suspiria.

Info
La scheda dedicata a Suspiria e dintorni. Conversazione con Luciano Tovoli sul sito di Artdigiland.

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