Escape Room

Escape Room

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Escape Room inocula nelle vene dell’horror e del thriller a tinte fosche la moda abbastanza recente dei giochi di logica da affrontare nella realtà, in una stanza chiusa dall’esterno. Solo che nel film Adam Robitel gli errori portano a conseguenze fatali…

Il tuo indizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave

Sei persone di diversa provenienza si vedono recapitare un misterioso pacchetto, che contiene un ancora più misterioso puzzle a forma di cubo. Una volta risolto, questo produce un biglietto d’ingresso per l’esclusivo complesso di escape room della Minos, stanze chiuse da cui si può uscire solo risolvendo un enigma. La Minos, mette inoltre in palio un premio di 10mila dollari per chi riuscirà a venirne a capo. C’è il maniaco delle escape room che parteciperebbe anche gratis, c’è la reduce delle guerre in medio Oriente segnata dalle cicatrici, il ragazzo che non capisce perché sia finito a partecipare, il genio della fisica timida al punto da sfiorare l’autismo, il camionista che teme di essere sostituito in futuro da un robot alla guida e il broker egoista, narcisista e arrogante: chi tra loro sopravvivrà a un gioco molto più mortale del previsto? [sinossi]

C’è modo di evadere da una escape room? Un paradosso che sembra quasi un gioco di parole, un calembour in piena regola, uno dei ghiribizzi mentali che avrebbe potuto produrre la fervida e matematica immaginazione di Lewis Carroll. E hanno qualcosa della piccola Alice anche i protagonisti del nuovo film di Adam Robitel, prodotto dalla Original Film di Neal H. Moritz che ha da poco festeggiato i venti anni di attività (nel catalogo tra i vari titoli anche il Laclos in salsa contemporanea di Cruel Intentions, il capostipite Fast and Furious e il solitamente sottostimato Il cacciatore di giganti di Bryan Singer). Sono curiosi e un po’ avventati, i sei giocatori/prigionieri di questo thriller che gioca con l’orrore, e le stanze dalle quali devono riuscire a uscire prima di morire si muovono tra il realistico e l’ultrafantastico. Nella sua voglia di giocare un gioco mortale attraverso un gioco reale – le escape room si stanno diffondendo un po’ ovunque, anche per la loro peculiarità di mettere insieme il gioco di ruolo, quello che si può tranquillamente giocare nel proprio salotto, con un’esperienza dal vivo, interattiva, reale – il film di Robitel esaurisce però la sua effettiva urgenza espressiva. Una volta decodificato il senso dell’insieme, vale a dire la necessità di far progredire l’azione morte dopo morte, ma senza sacrificare le singole stanze, Escape Room non ha davvero molto da dire al proprio pubblico. I problemi? La mancanza di una scrittura che se non si può pretendere sofisticata quantomeno avrebbe potuto incidere un po’ più a fondo nell’elaborazione psicologica dei personaggi in scena – che sono invece esattamente e in tutto e per tutto quello che appaiono a un primo sguardo, dal genio timido al ragazzo di buon cuore, dall’arrivista yuppie all’eroina tormentata –, e la povertà dell’immaginario.

Guarda ovviamente alla saga di Saw, Escape Room, e si augura di poter raggiungere i medesimi risultati al botteghino (intanto è stato già messo in cantiere il primo sequel, per non lasciare nulla di intentato), ma ogni volta che i giocatori si trovano a uscire da una stanza, piangendo la scomparsa di uno di loro, nella testa degli spettatori, perlomeno quelli sopra i trentacinque anni, risuona la musichetta dell’ultimo quadro di Super Mario Bros., quando una scritta informa il giocatore che “la nostra principessa è in un altro castello!”.
Questo carattere giocoso, che cozza profondamente con un film che vorrebbe apparire sadico o almeno angoscioso, è uno degli aspetti meno riusciti dell’intera operazione. O si prende la strada intrapresa per esempio dal dittico Auguri per la tua morte e Ancora auguri per la tua morte, oppure è consigliabile cercare di lasciare da parte l’ironia, e concentrarsi sui motivi per cui si dovrebbe empatizzare con dei condannati morte. Se infatti alcuni dei personaggi in scena risultano respingenti a livello epidermico – senza dubbio l’avvocato in carriera, ma anche il camionista che ha perso il lavoro – come si può pensare che la loro dipartita produca nello spettatore il benché minimo moto emotivo?

Per sopperire a questa mancanza Robitel avrebbe dovuto trasformare Escape Room in una sarabanda di invenzioni cruente, magari anche carnascialesche ma efficaci, dirompenti. Un grand guignol avrebbe giovato a una storia così asettica, che ha addirittura bisogno di sconfinare nel solito complottismo che sta diventando sempre più invadente e noioso (e che il sublime Shyamalan di Glass ridicolizza con evidente sagacia) pur di trovare una propria legittimazione. Peccato, perché il concetto di ricreazione di uno spazio chiuso per creare un luogo di morte apriva il campo a molte possibilità: si pensi al gioco tra reale e immaginario inscenato da Wes Craven in Scream 3, per esempio. Qui il set non viene però sfruttato fino in fondo nella sua componente scenica e dunque spaziale, e tutto si riduce a una scommessa infinita su chi sopravviverà più a lungo degli altri. Troppo poco per catturare l’attenzione, a meno che non si tratti di un pubblico in età prescolare, inadatto però al sangue per quanto finto esso sia. Dopotutto si sa, il gioco è bello quando dura poco.

Info
Il trailer di Escape Room.
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