Intervista a Benjamin Naishtat

Intervista a Benjamin Naishtat

Nato a Buenos Aires dove ha studiato alla Universidad del Cine, Benjamin Naishtat è autore dei corti Estamos Bien (2008) e El Juego (2010) che è stato presentato alla Cinéfondation del Festival di Cannes, e dei lungometraggi Historia del miedo (2014), in concorso alla Berlinale e selezionato poi al TFF, e Rojo (2018), passato a vari festival, Toronto, San Sebastián, Marrakech e ora al Bergamo Film Meeting. Abbiamo incontrato Benjamin Naishtat nell’ambito di quest’ultima manifestazione.

La presenza dell’attore Alfredo Castro in Rojo, nel ruolo di un ispettore cileno, richiama al cinema di Pablo Larrain con cui spesso ha lavorato. E, visto che Larrain si è focalizzato sulla dittatura cilena, mentre Rojo evoca il periodo antecedente il colpo di stato in Argentina, tutto fa pensare alle analogie tra i due spietati regimi. Era un legame che volevi sottolineare?

Benjamin Naishtat: Si, c’è una grande somiglianza del punto di vista storico tra Cile e Argentina. Tutta l’America Latina ha passato le stesse vicende negli anni Settanta, durante la guerra fredda, e tutto questo ha avuto conseguenze su quella che poi è stata la storia di queste regioni. La prima volta che ho visto Alfredo Castro è stata nel film Tony Manero, un film che mi ha fatto davvero bella impressione. Un gran film con un’ottima performance, molto fisica. Alfredo è soprattutto un attore teatrale, abituato principalmente a recitare sul palcoscenico. Per questo motivo, il suo modo di avvicinarsi al personaggio è più teatrale, come lo impersona, è un modo molto fisico di affrontare il personaggio, molto interessante per questo suo ruolo del detective. Questo è in opposizione con il protagonista, Darío Grandinetti, un attore che ha recitato in film di Almodóvar come Parla con lei e Julieta. Lui è un attore di cinema: da circa trent’anni si vede in diversi film, in Argentina e in Spagna, perciò è molto più famoso. Non si muove troppo, sa dov’è la cinepresa. Questi sono due diversi modi di lavorare e quando i due attori li combinano, riescono a dar vita a una chimica interessante. Sono due modi di dar vita all’immagine. È stata una bella esperienza, quando gli attori sono così bravi il lavoro del regista è reso più semplice, quasi inesistente. Ho avuto molta fortuna a lavorare con un cast simile.

Uno dei primi momenti del film è quella scena al ristorante, dove la borghesia viene interrotta nel suo quieto vivere dall’irruzione di quel personaggio. E il film si chiude con quella frase inquietante, «Stiamo combattendo il male maggiore, una terra senza Dio». Volevi in questo modo evidenziare il ruolo della borghesia nella cosiddetta ‘guerra sucia’, la preparazione del colpo di stato?

Benjamin Naishtat: Per quanto riguarda la borghesia, questa è un attore politico essenziale, ma allo stesso tempo è quella parte della nostra società che è messa da parte, non partecipe a quella tensione politica e storica che si stava sviluppando in quel periodo. Penso che questa fosse la parte più interessante da mostrare nel film. Queste persone che sono state messe da parte, che non hanno nulla da fare anche se sono al centro del processo decisionale e del corso degli avvenimenti. Credo che avvenga la stessa cosa anche in altri posti, ogni volta che è presente una forte tensione storica, la piccola borghesia è solitamente quella maggioranza che indirizza il corso politico degli avvenimenti. Tornando alla frase che hai citato, riguardo a un male più grande, l’ho usata nella sceneggiatura perché le forze di destra, sia civili sia militari, producono questa sorta di discorso tipico della guerra fredda, circa queste persone non religiose, non nazionaliste, persone che ci portano via la nostra identità e il nostro centro nazionale. Quindi si riferiscono a questo “elemento rosso” come a un male più grande, in modo quasi mistico. Perché si tratta di una questione di credo, puoi credere nel socialismo, puoi credere nel capitalismo e nello stile di vita occidentale, o quello che questo significa. Ho pensato che sarebbe stato giusto per il detective fare un discorso del genere, in modo da organizzare la sua visione delle cose e di salvare l’avvocato con il suo discorso.

L’altro tuo lungometraggio, Historia del miedo, è connesso in qualche modo con la crisi economica argentina di fine anni Novanta. Il tuo percorso cinematografico vuole esplorare i traumi della nazione?

Benjamin Naishtat: Non saprei, sono incuriosito ad esempio da un certo tipo di personaggio o dalla genesi della violenza. Uso i film come mezzo per farmi delle domande, penso che si facciano film perché si è curiosi. Un film è come un accademico che entra in un certo campo per poter fare nuove scoperte. Quando faccio un film è un modo per fare ricerca su qualcosa che non conosco, mi faccio delle domande; il film che hai menzionato Historia del miedo, che in italiano sarebbe “Storia della paura” ricrea una situazione in cui alcune persone vivono rinchiuse in comunità. Come un complesso chiuso, con muri, guardie di sicurezza e persone che si chiudono a chiave perché sono spaventate da quelli che sono all’esterno, nella periferia. Ero interessato a fare un film del genere, mi incuriosiva la tensione storica e politica. Ma in futuro cambierò tutte le domande, forse più in relazione all’idea contemporanea di apocalisse nei film, o qualcosa di simile.

Rojo funziona secondo un tipico meccanismo a incastro, con situazioni, come quella iniziale che si comprendono solo al dipanarsi della narrazione. Una struttura tipica del cinema di genere, e della letteratura, come nelle detective story e non solo. La tua idea è quella di usare un cinema di genere per veicolare messaggi sociali, politici, un po’ come faceva Costa-Gavras?

Benjamin Naishtat: Il film di genere mi piace, perché è popolare. È un metodo inconsueto di relazionarsi con il pubblico. Penso spesso a come fare, perché temo sempre che nessuno guarderebbe i miei film. È quindi un mezzo utile, una risorsa che utilizza il mondo conosciuto di un genere per raccontare storie, problemi o fare domande. In questo particolare caso, il genere del thriller è diventato utile per raccontare la storia della borghesia negli anni Settanta. Un po’ come Missing, è un buon thriller, mi piace molto. Per quanto riguarda il meccanismo narrativo a incastro, credo che di solito il pubblico abbia una certa aspettativa di comprensione, vuole una conclusione del film e non vuole uscire dalla sala senza aver capito, soprattutto se si tratta di un thriller. Un thriller è un genere riconoscibile dove finisci per avere un finale piuttosto sensato. Per cui penso che il copione, nell’ultima mezz’ora del film, sia designato per tirare le somme di tutto quello che era vago, e ricongiungere tutto in una sola storia che è quella che si propone, attraverso lo schermo della sala del cinema dove tutti sono riuniti a recepirne il racconto.

Già dal titolo è centrale nel film l’elemento cromatico, il rosso in cui il mondo vira quando i personaggi vedono l’eclissi con gli occhialini, ma che è anche il colore della scia di sangue lasciata trascinando il cadavere. Perché la metafora del rosso?

Benjamin Naishtat: Ci sono diverse interpretazioni. Siamo nel mezzo della guerra fredda per cui su tutto incombe la minaccia rossa, un colore temibile per i cattolici, per la borghesia e così via. Poi c’entra anche la questione del sangue e il gioco legato all’eclissi che sta accadendo durante il film. È diventato così una sorta di centro per la sceneggiatura. Ho cominciato a scrivere prima ancora di avere un titolo, avevo diverse idee ma a un certo punto ho iniziato a mettere questa parola, “rosso”, come centro per tutto l’universo al quale stavo lavorando. E aveva senso così, come un modo per condensare tutto quanto.

Info
Il trailer di Rojo di Benjamin Naishtat.

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