Campo

Presentato al Cinéma du Réel di Parigi, Campo di Tiago Hespanha si focalizza su una base militare nei dintorni di Lisbona, dove le esercitazioni coesistono con la pastorizia, l’osservazione degli astri, lo studio della natura, mentre un bambino compone musica al pianoforte. Un concentrato dell’umanità che il regista racconta con estatica contemplazione.

Il volo di Montauciel

Il campo di tiro di Alcochete con i suoi 7539 ettari è la più grande base militare in Europa, immersa tra i boschi nei dintorni di Lisbona. Qui le truppe militari si esercitano con missioni simulate, gli astrofili si trovano per scrutare la volta celeste, i naturalisti studiano gli uccelli, le rane e le api, le pecore pascolano e un ragazzo suona il piano per i cervi selvatici notturni. [sinossi]

Con immagini di un caos cromatico corrispondente a un vuoto primordiale che precede la creazione, comincia il film Campo di Tiago Hespanha, presentato al Cinéma du Réel. Sono immagini di alberi che si scorgono a fatica nel bianco di una fitta nebbia, secondo un’estetica minimale che ricorda la celebre opera giapponese, di pittura a inchiostro su paravento, del XVI secolo, Pini nella nebbia di Hasegawa Tohaku, la massima espressione artistica del concetto di vuoto della filosofia zen. Il vuoto rimanda a un pieno, e a questa immagine ancestrale si accompagna una voce off che tratteggia una cosmogonia, la genesi del mondo, delle creature, dell’uomo. Il disegno quasi astratto degli alberi che annegano nella nebbia si raccorda al mondo attraverso la trama creata sullo schermo dalla lana di una pecora. Vediamo subito un gruppo di militari, dove uno di loro per un istante guarda in camera, quasi impercettibilmente si rivela il dispositivo del cinema documentario.

Il termine “campo”, equivalente in italiano e portoghese, può avere un gran numero di significati e varie sono anche le ipotesi che si fanno circa la sua origine etimologica. Una di queste, riconducibile a Varrone, lo fa derivare da “càpere”, catturare, a indicare probabilmente lo spazio di contenimento del bestiame. Ma campo può voler dire tante cose, come un’indicazione toponomastica, una piazza, l’agorà, presente in portoghese e in italiano in forma residuale nell’urbanistica veneziana e in poche altre città (Siena, Roma). Uno dei più importanti concetti legati alla parola “campo” ha una connotazione militare, bellica: il campo da addestramento, ma anche il campo di battaglia, riconducibile all’antico Campo Marzio. Molti di questi significati coesistono nel microcosmo del film, il poligono militare di Alcochete, la più grande base militare europea, immersa nella vegetazione mediterranea di pini e sugheri. Campo che è un concentrato di tutto il mondo, di tutto il creato. L’uomo si esercita alla guerra, unico tra gli esseri viventi a praticarla. L’uomo che non ha avuto le armi naturali degli altri animali, corna, artigli, zanne, perché Epimeteo aveva già dato via tutte le buone qualità prima di arrivare all’uomo. L’essere umano ha così sopperito grazie all’aiuto di Prometeo, con l’intelligenza e la memoria e poi il fuoco, con le quali ha sviluppato la tecnologia. L’uomo non si è evoluto con un’inibizione all’uccisione dei suoi simili e parte del progresso è stata dedicata alla costruzione di armi. Nel campo coesistono, anche in forma conflittuale, queste diverse pratiche dell’umanità, oltre a quella militare, ci sono le arti, nella musica al piano del ragazzo, le scienze e l’osservazione della natura (registrare i canti degli uccelli, calcolare l’età di un albero contando i cerchi concentrici della sezione del tronco), la pastorizia e l’addomesticazione degli animali. E il compositore in erba, figlio di una segretaria dell’esercito, ha scritto una partitura musicale che ha intitolato “Battaglia tra le stelle”, derivazione di una cultura da film di fantascienza e videogiochi, che ripropone ancora due coordinate della storia umana, la guerra e l’anelito a conquistare il cielo.

Sembrano a volte patetici e ridicoli i soldati che simulano la guerra. Come quando fanno esplodere una porta nel vuoto, come in un teatro dell’assurdo, o in un’immagine magrittiana, come magrittiani sono quei cieli sempre pieni di oggetti, come paracaduti, aerei, stelle e pianeti. E del resto un grande anelito dell’uomo è sempre stato la conquista del cielo, l’espansione del proprio campo visivo, la conquista con macchine volanti, iniziando con i palloni aerostatici dei fratelli Montgolfier, presentati alla corte di Versailles, su cui il re Luigi XVI voleva confinare i criminali, ma che portarono degli animali, una papera, un tacchino e una pecora ribattezzata Montauciel. L’uomo tecnologico, e bellico, può entrare in conflitto con l’arte e la natura. Alberi che vengono abbattuti, api destinate all’estinzione, pecore morte forse per qualche forma di contaminazione, inquinamento acustico, vibrazioni, onde d’urto che pure non impediscono al bambino di comporre musica al pianoforte né, nella scena successiva al relativo racconto della madre raccordata con montaggio analogico, all’ornitologo di registrare i versi degli uccelli. Sorge il sospetto di un avvelenamento dovuto alle attività della base militare, come quello denunciato dai colleghi documentaristi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti nel documentario Materia oscura, sull’avvelenamento del territorio del poligono del Salto di Quirra in Sardegna. Ma Tiago Hespanha non è interessato alla forma del documentario-inchiesta quanto a un’osservazione, dall’alto, da quel cielo pieno di veicoli volanti, sul campo e sull’uomo. E la sua rivincita contro la parte oscura dell’umanità, avviene con il potere del medium cinema, nella scena della parata militare lasciata in secondo piano, fuori fuoco, con in primo piano un pino, e con la musica della fanfara ammutolita, coperta dal pianoforte del bambino.

Info
La scheda di Campo sul sito di Cinéma du réel.
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