Instant Family

Instant Family

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Finora anonimo shooter della commedia americana, Sean Anders tenta un progetto più personale – in parte autobiografico – con Instant Family: il tentativo ispira simpatia, malgrado i limiti di concezione e le ridondanze presenti nel film.

Istanti (e istinti) familiari…

Tormentati dai parenti, che li credono incapaci di avere bambini, Pete e Ellie decidono, in modo un po’ estemporaneo, di adottarne uno. Dopo aver frequentato un corso per aspiranti genitori, i due si imbattono nella più improbabile (e stimolante) delle opzioni: tre fratelli, di cui la maggiore, l’ombrosa Lizzy, già quindicenne… [sinossi]

Nel composito panorama della commedia americana dell’ultimo decennio, il nome di Sean Anders non aveva, finora, destato particolari attenzioni. Sceneggiatore e all’occorrenza regista, abile shooter di prodotti preferibilmente di grana grossa, tra poco efficaci revival (Scemo & + scemo 2, di cui è autore dello script) e seguiti superflui (Come ammazzare il capo 2), il fratello dell’attrice Andrea Anders è rimasto finora confinato in una comoda aurea mediocritas, contando più che altro sulla forza di nomi di richiamo della commedia di ieri e di oggi. Tra questi ultimi, gli ha portato fortuna in particolare quello di Mark Wahlberg, co-protagonista dei due Daddy’s Home e ora tornato a lavorare col regista in questo Instant Family. Di nuovo, a essere messa in primo piano è la famiglia borghese americana, con il desiderio di genitorialità, lo scarto tra aspirazioni e realtà, e gli equivoci, i disastri e le complicazioni che ne derivano. Il tutto, all’insegna di un generale, mai negato tono edificante e di celebrazione dell’istituzione borghese per eccellenza.

Considerati i trascorsi del regista, di Instant Family colpiscono da subito la schiettezza un po’ ruspante, l’assenza di compiacimento nel tono e la sostanziale credibilità dello svolgimento – almeno limitatamente alla prima parte. Una didascalia prima dei titoli di testa avverte lo spettatore che il film è ispirato a una storia vera: in realtà, il regista si sarebbe ispirato parzialmente alle sue vicende personali di padre adottivo, opportunamente rielaborate. Forse proprio questo radicamento nella realtà ha permesso a Anders di evitare tanto gli eccessi grotteschi dei suoi precedenti lavori, quanto – in parte – i cliché che il tema porta inevitabilmente con sé, offrendo un ritratto abbastanza credibile di una famiglia adottiva un po’ per caso, un po’ per malintesa scelta. Se, leggendo il plot, si poteva temere che il film avrebbe preso la comoda strada delle gag “generazionali”, favorite dall’eterogeneità anagrafica dei piccoli protagonisti (guidati dalla teenager col volto della cantante/attrice Isabela Moner), si apprezza invece lo sforzo dello script di mantenere un tono realistico e abbastanza sobrio, esplorando tanto il desiderio di genitorialità della coppia, quanto il difficoltoso contatto dei tre ragazzini con un mondo adulto inevitabilmente sprovveduto.

L’umorismo sopra le righe che ci si aspetta, più che da un’interazione domestica che il regista si sforza di delineare nel segno del realismo, arriva invece dalle divertenti riunioni del gruppo di supporto per genitori adottivi, oltre che dalle interazioni della coppia protagonista con le rispettive famiglie (specie quella – allargata – di lei, composta da caratteri macchiettistici ma a a loro modo efficaci). Tutta la prima parte del film si caratterizza, invero, per un tono da commedia abbastanza lieve, in cui il pedale del grottesco viene calcato solo in poche occasioni (tra queste, una surreale cena di Natale), e in cui lo script tende a tenere a bada gli stereotipi e le possibili virate nel melò. Un po’ sbilanciato sulla figura della teenager Lizzy, il racconto mostra in modo credibile una serie di fughe, riavvicinamenti e prese di misura, in cui le trappole del buonismo, anche laddove si presentano nel modo più insidioso (la sequenza dell’ospedale) vengono dribblate in modo abbastanza agevole. Coerentemente con la sua scelta di fare del film una sorta di dramedy, Anders cerca di adottare uno sguardo multifaccia su una realtà complessa come quella dell’adozione, senza calcare la mano sulle differenze sociali (tema comunque presente) né adottando uno sguardo semplicisticamente “a misura di bambino”.

La scelta di ancorare il tutto a un tono edificante, e di celebrazione semplicistica dell’istituzione-famiglia (scelta in certa misura inevitabile, visto il target) porta comunque il film a virare sempre più verso i buoni sentimenti, scivolando alla fine verso il ricatto emotivo; mettendo, altresì, tra parentesi i lati spigolosi e potenzialmente più interessanti del soggetto (il rapporto con la madre biologica dei tre, risolto in modo insoddisfacente). Se la coppia protagonista, composta da Wahlberg e dalla vispa Rose Byrne, mostra un buon affiatamento e una efficace gestione dei tempi comici, la già citata Isabela Moner è inquieta e fragile quanto basta, pur nei limiti di concezione del suo personaggio. Alla fine, gravato anche da un minutaggio un po’ eccessivo, ridondante e poco centrato in diversi passaggi, Instant Family arriva alla sua conclusione un po’ col fiato corto, lasciando parzialmente l’amaro in bocca per le buone premesse che erano state poste nella sua prima metà: ma, in fondo, non si può fare a meno di continuare a guardare al prodotto con un minimo di simpatia. In fondo, in un panorama come quello della commedia americana mainstream, in cui pochissimo è dato osare, Anders prova qui almeno a dire qualcosa di interessante: magari lo fa balbettando, ripetendosi e chiamando spesso alla lacrima facile, ma il tentativo resta comunque da non disprezzare.

Info
Il trailer di Instant Family.
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