Dafne

Dafne, portatrice della sindrome di Down, è una trentenne esuberante, libera, cocciutamente abbarbicata alla vita. Alla sua opera seconda Federico Bondi traccia un delicato e dolcissimo ritratto umano, la cui sincerità riesce a superare anche qualche limite strutturale. Con una splendida Carolina Raspanti nel ruolo della protagonista.

In viaggio con papà

Dafne è una trentenne esuberante, portatrice di sindrome di Down: ha un lavoro che le piace, amici e colleghi che le vogliono bene, sa organizzare da sola propria vita ma vive ancora insieme ai genitori, Luigi e Maria. L’improvvisa scomparsa di Maria manda in frantumi gli equilibri familiari: Dafne, che trova nell’affetto di chi le sta intorno la forza per affrontare il lutto con l’incoscienza di una bambina e il coraggio di una giovane donna, tenta invano di scuotere il padre, sprofondato nella depressione. Finché un giorno accade qualcosa di inaspettato: decidono di affrontare insieme un trekking in montagna, diretti al paese natale di Maria. Lungo il cammino scopriranno molte cose l’uno dell’altra e impareranno entrambi a superare i propri limiti. [sinossi]

Sono dovuti passare dieci anni tra Dafne e l’opera prima – rimanendo nel campo del cinema “di finzione” – di Federico Bondi, e l’impressione è che del suo esordio Mar Nero in pochi serbino davvero memoria. Era un film piccolo, gentile e prezioso (aggettivi da non sottostimare in un palcoscenico italiano in cui la prosopopea è un atteggiamento piuttosto diffuso), Mar Nero, e si poneva il limite di raccontare le solitudini umane, facendole scontrare tra loro e obbligandole in qualche misura alla dialettica. Andò a Locarno, dove venne apprezzato, per poi uscire alla chetichella in sala all’inizio del 2009, in una sorta di autodistribuzione messa in piedi da una delle realtà che l’avevano prodotto, la Film Kairòs. Il risultato? Poche migliaia di euro raggranellate e l’oblio. Ovviamente immeritato, ma la memoria è esercizio troppo quotidiano per pretenderlo da una cinefilia sempre più accartocciata su se stessa. C’è da augurarsi che le cose vadano diversamente in questi primi mesi del 2019, a primavera appena iniziata, anche se la concorrenza è agguerrita – una ventina i film in uscita solo in questa settimana – e la guerra tra poveri è sempre dietro l’angolo. C’è da augurarselo non solo perché Dafne rapisce con una certa nonchalance il cuore degli spettatori, grazie a una naturalezza mai ricattatoria su cui si tornerà tra poco, ma anche per la qualità di Bondi di muoversi in territori solo all’apparenza di prammatica, ma alla prova dei fatti diversi da quelli nei quali è sprofondato accomodandosi il nucleo principale del cinema italiano contemporaneo.

Parla ancora di solitudini, Dafne, di elaborazione del lutto e di diversità, ma lo fa stravolgendo ogni luogo comune, voltando le spalle all’abitudine, cercando di spingere lo sguardo verso orizzonti mai piatti, mai ovvi, mai consueti. C’è la provincia, ma non ha né il pittoresco bagliore melanconico di Virzì & co. né la grigia composizione di parte consistente del dramma sociale; c’è il lutto, raccontato attraverso una continua ma mai pedante astrazione, in un ritmo che predilige il levare rispetto al battere. Lavora di sottrazione, Bondi, ma non dimentica mai la necessità di parlare al cuore del suo pubblico: ne fuoriesce un racconto epidermico ma che evita le secche della superficialità. Epidermico e vitale come la sua extra-ordinaria protagonista. Dafne è una trentenne pulsante, che non ha alcuna voglia di chiudersi in una sofferenza che la strazia, ma ne condivide i traumi con l’umanità che la circonda, a partire ovviamente dal padre, il punto fermo rimasto a deprimersi dopo l’improvvisa morte della moglie (“che scherzo che c’ha fatto” è l’unico commento dello zio di Dafne quando raggiunge l’ospedale: ancora una volta il circolo vizioso della retorica viene tenuto a debita distanza). La sua vita quotidiana è senza dubbio il valore aggiunto del film, come testimoniano le sequenze a lavoro – la ragazza è assunta in una sede locale della COOP –, quel lavoro che è il simbolo di una voglia continua di emancipazione, di liberazione dai vincoli.

Laddove la maggior parte dei registi si sarebbe accontentata di utilizzare un canovaccio per sfruttare la sindrome di Down e tematizzarne la diversità, Bondi si fa beffe di qualsivoglia esigenza spudoratamente sociale per mettere in scena un’Italia che si muove a un’altra velocità dal pensiero egemone, in cui ogni singolarità è accettata e valorizzata per la propria unicità, e non ridotta a stereotipi stantii. Uno sguardo politico invece che sociale. Ma come si accennava dianzi è soprattutto la dolcezza priva di compromessi a rubare gli occhi, quella dolcezza che gronda a ogni inquadratura, e che si percepisce in ogni dialogo. L’elegante dolcezza che resiste ai tempi e alle crudeltà della vita. Il merito per la creazione di un simile mood Bondi lo deve condividere col suo cast, costruito con intelligenza: non si saprà mai se dietro la scelta di far lavorare insieme Antonio Piovanelli e Stefania Casini ci fosse l’intenzione di omaggiare Bernardo Bertolucci – i due erano entrambi sul set di Novecento, oltre quarant’anni fa –, ma a pochi mesi dalla dipartita del regista gli occhi tornano a luccicare. Allo stesso modo è un piacere vedere di nuovo sullo schermo Francesca Rabbi, ammirata sette anni fa in Padroni di casa di Edoardo Gabbriellini, altro film che è stato dimenticato troppo in fretta. Ma è Carolina Raspanti, a dir poco dirompente nei panni di Dafne, a rubare la scena a chiunque: un’interpretazione sublime, ricca di sfumature, in grado di riempire i vuoti ma anche di generare emozionanti silenzi. E di fronte a un palloncino, e al contenuto che lo rende così prezioso, a livelli incommensurabili, è difficile o forse impossibile trattenere delle calde, vitali, dolcissime lacrime. La speranza – la stessa che accompagna anche il nome di Valerio Mieli, che curiosamente raggiunge a sua volta le sale oggi con Ricordi? – è che non si debba aspettare un altro decennio per vedere il nuovo film di Federico Bondi.

Info
Il trailer di Dafne.
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