La gabbianella e il gatto

La gabbianella e il gatto

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Torna nelle sale, a distanza di vent’anni dalla prima uscita, La gabbianella e il gatto di Enzo D’Alò, tra i titoli più significativi dell’animazione italiana, industria che a più riprese ha tentato di decollare. Senza mai riuscirci. Fiabesco, didattico, dal character design sinuoso e dai morbidi cromatismi, accompagnato da una colonna sonora plasmata per il box office, il film di D’Alò è un piccolo classico dell’infanzia.

Volere volare

Amburgo. I gatti del porto si sono intrufolati in un cantiere e stanno spiando i malvagi topi di fogna, determinati a impadronirsi della città. Tra i felini spiccano Diderot, gatto intellettuale che possiede un’enciclopedia, e il coraggioso e generoso Zorba, oltre al piccolo e indifeso Pallino. Intanto, al largo della costa, una motovedetta si schianta contro una petroliera provocando uno sversamento di petrolio: la mattina seguente la gabbiana Kengah, col suo uovo in grembo, resta intrappolata in questa macchia nera, maleodorante e melmosa. Kengah riesce a salvarsi, ma il petrolio l’ha irrimediabilmente avvelenata. Il suo ultimo volo la porta fino al giardino di Zorba, al quale riesce a strappare tre promesse: non mangiare l’uovo, averne cura e insegnare al nascituro a volare… [sinossi]

A mancare è sempre stata la base d’appoggio. Non i talenti, non le idee, non la passione. Anzi, di idee (e di linee) l’animazione italiana ne ha sempre avute, purtroppo mal ripagate, persino accantonate e dimenticate. In questo senso, la carriera di Enzo D’Alò, dalle alterne fortune, è la calzante cartina tornasole di un’industria balbettante, perennemente in bilico tra fatale stallo e speranzosa rinascita. È così da sempre, dai primi vagiti dei lungometraggi La rosa di Bagdad e I fratelli Dinamite, passando per le gloriose pellicole di Bruno Bozzetto, fino al primoLa freccia azzurra, La gabbianella e il gatto, Momo alla conquista del tempo, Opopomoz – e il secondo D’Alò, coi recenti Pinocchio e Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite.

Potremmo facilmente sbirciare dalle parti dei cugini transalpini per cogliere le mastodontiche differenze tra un’industria che funziona e un’impalcatura che non regge. Bastano pochi titoli, recenti, mentre molti altri sono in lavorazione, regalando continuità, tempo e budget a registi, animatori, sceneggiatori e tutto quel che segue: La jeune fille sans mains, La mia vita da zucchina, Avril et le Monde truqué, Le stagioni di Louise, Sasha e il Polo Nord… la lista è lunga, un intreccio che pare interminabile. La differenza è tutta qui, nella continuità. Nelle possibilità della continuità. Perché, in fin dei conti, proprio le linee, le idee e l’afflato de La gabbianella e il gatto ci ricordano che le potenzialità sarebbero simili, che le collaborazioni avrebbero senso (Pinocchio), che a mancare non sono i talenti – qui apriamo una piccola e doverosa parentesi su Walter Cavazzuti, scomparso troppo presto, animatore e character designer che ha lavorato con Bozzetto, Manuli e Nichetti e che ha impreziosito i lavori del primo D’Alò, contribuendo in maniera fondamentale al successo de La gabbianella e il gatto. Cavazzuti, come molti altri, avrebbe meritato di più.

Si diceva della Francia, ma in fin dei conti non serve. Altre industrie cinematografiche, sulla carta minori, garantiscono ai loro autori quella continuità che qui ci sogniamo. Pensiamo al danese Jannik Hastrup, che ha più di un punto in comune con D’Alò e con l’estetica e il target de La gabbianella e il gatto. Il suo Samson et Sally (1984), ben più crudo, anticipa di molti anni lo spirito e le riflessioni ecologiste della Gabbianella, ma la sostanza grafica e narrativa dell’animazione è la stessa, con qualche punto a favore dell’autore italiano. Grazie anche a Cavazzuti.
Più morbido rispetto al pragmatismo nordico, il cinema animato di D’Alò è ambizioso, guarda anche alla Disney, alla fluidità di quelle animazioni che scalano il box office, ai siparietti musicali, al successo de Il re leone (1994). Le musiche invasive, la derivazione disneyana e le scelte commerciali figlie di altri tempi risultano oggi un po’ stantie, ma ci restituiscono la dimensione della prima stagione di D’Alò, dal successo de La freccia azzurra alla brusca frenata di Opopomoz – eppure, visivamente, la pellicola napoletana regalava squarci ancora oggi ammirevoli.

L’ambizione de La gabbianella e il gatto passa anche attraverso le scelte di doppiaggio – Carlo Verdone, Antonio Albanese, Luis Sepúlveda e una serie di solidissimi professionisti – e la cura della colonna sonora, che riponeva in Ivana Spagna (Canto di Kengah e So volare) le speranze di un successo dai contorni disneyani. Nel suo piccolo, fu così: successo in patria e oltre i confini, tanto da sopravvivere al passare degli anni e dei decenni. Una pellicola anche da riascoltare: Non sono un gatto di Leda Battisti, Siamo gatti di Samuele Bersani, Duro lavoro e Noi siamo i topi di Gaetano Curreri. Artisticamente e tecnicamente non priva di difetti, La gabbianella e il gatto è stata un’operazione commerciale encomiabile. A mancare, dopo, è stata la rete di salvataggio, quella benedetta industria che avrebbe dovuto attutire i contraccolpi di Momo alla conquista del tempo e Opopomoz.

Non priva di difetti, certo, ma è soprattutto un problema di budget, di tempo, di forze in campo. Basta osservare le linee morbide e tondeggianti di Cavazzuti in azione, soprattutto nelle sequenze più fluide e ispirate: si vedano, ad esempio, le evoluzioni di Pallino nella breve e simpatica sequenza dei congiuntivi. Un compendio di potenzialità, di quello che sarebbe potuto essere.
Vale la pena soffermarsi sul mare in tempesta, con l’efficace realismo grafico e cromatico che riesce a integrarsi in un più che apprezzabile patchwork stilistico – nella sequenza successiva, accompagnati dal danzante volo di uno stormo di gabbiani, sorvoliamo una campagna che ha abbandonato i contorni della precedente burrasca, affidandosi totalmente a tratti e colori impressionisti. Oppure il design stilizzato, quasi fanciullesco, che accompagna la prima canzone di Spagna.

Come detto, D’Alò ha uno sguardo più indulgente di Hastrup, più poetico, modellato anche su un pubblico diverso, meno abituato a certe tematiche e a un approccio realistico, persino cupo. Resta il merito della messa in scena di un tema importante, se non fondamentale: in questo senso, tra buoni sentimenti e smancerie, La gabbianella e il gatto possiede un gradevole afflato educativo, ben veicolato per una giovanissima platea. Il tutto in settantacinque minuti, dato non secondario.
Lo schema musicale mutuato dalla Casa del Topo si adagia su snodi narrativi già ampiamente allentati dal target di riferimento: una scelta, condivisibile o meno, che ancora oggi ha parecchie frecce al proprio arco. I bimbi gradiranno, soprattutto con l’amabilissima gabbianella e il paterno gatto in campo.

Info
Il trailer de La gabbianella e il gatto.
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