Casa propia

Casa propia

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Presentato al Festival de cine de Las Palmas de Gran Canaria 2019, Casa propia del regista argentino Rosendo Ruiz è il ritratto di una crisi esistenziale di un mediocre quarantenne, un film senza un vero e proprio sviluppo narrativo, che si mantiene in una stasi da cui è difficile vedere uno sbocco.

Nido familiare

Alejandro, sulla quarantina, è un professore di lettere che condivide una casa con sua madre Marta, malata di cancro. La relazione d’amore conflittuale che ha con Verónica, una donna di forte indipendenza che lavora come assistente sociale, rivela la sua latente immaturità e scopre traumi edipici irrisolti. [sinossi]

Alejandro non è un uomo particolarmente avvenente, curvo, non curato, quarantenne, non uno dei quei fisici fotogenici che interessano al cinema. Il regista Rosendo Ruiz in Casa propia lo mostra da subito seduto sul letto, sfatto, trasandato, quasi repellente, in una scena che poi verrà ripresa. Ne esibisce la fragilità, la vulnerabilità, ma anche la mediocrità, il peso della vita. Il personaggio rappresenta il prototipo del piattume contemporaneo, dell’esistenza metropolitana squallida. Insegnante di lettere nella scuola secondaria, vive con l’anziana madre, sia perché questa è malata di cancro ai polmoni, sia per le sue difficoltà economiche. Ha una relazione complicata con una donna divorziata che vive con il figlio, e frequenta prostitute. Anche con la sorella, con la quale deve gestire la madre, i rapporti non sono idilliaci. Ha un solo amico, uno scrittore più giovane dalla vita più spensierata.

Con Casa propia, presentato al Festival de cine de Las Palmas de Gran Canaria 2019, Rosendo Ruiz racconta di una generazione in crisi, sia per motivi esterni che interni. Una condizione esistenziale che è oggetto di un racconto statico, dove a fatica emergono sviluppi narrativi. Con un’unica via di sbocco, ricercata ma sempre ostacolata dalla precarietà, rappresentata dall’indipendenza, da una casa propria, che il protagonista cerca tra annunci e agenzie immobiliari nella città argentina di Córdoba. Il regista traduce questa angoscia esistenziale, questa impotenza con uno stile cinematografico adeguato, ricercato e raffinato. La prima scena è un piano sequenza dove succedono molte cose contemporaneamente con montaggio interno. Ci sono ragazzi sul ciglio della strada, bambini che giocano e il protagonista che cerca di farsi aprire chiamando alle vetrate di casa. L’inquadratura rimane fissa salvo un piccolo avanzamento che segnala un galleggiamento, una precarietà di fondo. In una scena di poco successiva c’è una panoramica a 360° dentro un appartamento che si chiude su una finestra dietro cui sta un gigantesco occhio. Si tratta in realtà di un plastico che sta guardando il protagonista, in un’agenzia immobiliare. L’illusione creata e spiegata con linguaggio cinematografico ma anche il senso di girare a vuoto, connesso proprio alla casa che rappresenta l’ossessione per Alejandro, la risoluzione dei suoi problemi, come quella sagoma a forma di casetta che si vede poi, appesa a un muro. E ancora la panoramica a 360° viene usata da Rosendo Ruiz proprio a inquadrare i personaggi riuniti in cerchio, un gruppo di lavoro per scrivere un soggetto. E l’amico spensierato di Alejandro è uno scrittore nullo, come a rappresentare una crisi della sceneggiatura, della narrazione lineare che il film vuole evitare per partito preso. Rosendo Ruiz lavora anche per asciugare, raffreddare, con sottrazione, il dramma, come quando lascia fuori campo il malore della madre e i relativi soccorsi con ambulanza che la portano in ospedale. E il film si chiude con i titoli di coda scritti come annunci immobiliari su un giornale, quelli che Alejandro deve aver sempre consultato.

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