Noi

Jordan Peele torna alla carica con Noi dopo il successo planetario ottenuto con Get Out un paio di anni fa. Una nuova incursione nell’orrore (del) quotidiano, nella paranoia, nelle dinamiche sociali irrisolte. Con Lupita Nyong’o, Winston Duke ed Elizabeth Moss.

Hands Across America

Adelaide Wilson torna nella sua casa d’infanzia in California per trascorrere le vacanze estive assieme al marito e ai loro due figli. Ma ben presto un trauma irrisolto del suo passato torna a galla, che sfocia nella paranoia dopo aver trascorso una giornata al mare con la famiglia Tyler. Tornati nella loro casa di villeggiatura, durante la notte i Wilson vedono le sagome di quattro figure che si tengono per mano sul loro vialetto. Ben presto faranno la terrificante scoperta che le quattro misteriose figure sono dei doppelgänger di se stessi. [sinossi]
Perciò, così parla l’Eterno:
Ecco, io faccio venir su loro una calamità,
alla quale non potranno sfuggire.
Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò.
La Bibbia, Geremia 11:11.
Close my eyes, she’s somehow closer now
Softly smile, I know she must be kind
When I look in her eyes
She goes with me to a blossom world.
The Beach Boys, Good Vibrations.
Fuck the police comin’ straight from the underground
A young nigga got it bad ‘cause I’m brown
And not the other color so police think
They have the authority to kill a minority
Fuck that shit, ‘cause I ain’t the one.
N.W.A., Fuck the Police.

Noi è la traduzione letterale dell’originale Us, e pure al contempo ne disperde gran parte del potenziale. Us è “noi”, ma funge anche inevitabilmente da acronimo di United States, vale a dire gli Stati Uniti. Non ha timori il quarantenne Jordan Peele a prendere di petto questioni sociali tra le più rilevanti per utilizzarle a mo’ di grimaldello e scassinare il marchingegno infernale del cinema di genere, della narrazione popolare. Era così già in Scappa – Get Out, il brillante esordio con cui Peele convinse un po’ tutti, dalla critica al pubblico fino ai membri dell’Academy che gli consegnarono addirittura il Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Originale, che aggettivo desueto nell’industria cinematografica hollywoodiana… Sta proprio nella capacità di Peele di creare ex novo situazioni in grado di misurarsi con l’orrore e con l’abisso insondabile della mente gran parte della forza che viene propagata dalle immagini di Noi, il film che sta stracciando una serie di record significativi, e che dovrebbero essere analizzati con attenzione: secondo miglior giorno d’esordio d’incassi negli Stati Uniti per un film live action “originale” dai tempi di Avatar di James Cameron, e terzo miglior incasso nel primo giorno per un horror dopo It di Andrés Muschietti e il remake di Halloween. Dati che certificano sia l’interesse nei confronti di un regista che ha dimostrato di muoversi in territori selvaggi rispetto alla comodità prammatica del genere, sia la voglia spasmodica di potersi imbattere in qualcosa di nuovo.
In realtà, come molti altri prodotti nel corso di questi anni, il secondo lungometraggio da regista di Peele si apre su una voragine spaziotemporale che riporta la narrazione indietro di un trentennio, nel cuore degli anni Ottanta. Ma non c’è vertigine di nostalgia, nelle inquadrature e negli anfratti narrativi di Peele, e così il 1986 a Santa Cruz, nel piccolo e un po’ miserando luna park a due passi dalla spiaggia non rifulge di luci spielberghian-lucasiane: solo una ragazzina con una madre irritata e un babbo un po’ alticcio, che vince per lei una maglietta di Thriller di Michael Jackson al tiro al bersaglio. L’ambiente è squallido, come quella casa degli specchi in cui Adelaide – questo il nome della bambina – si perde ritrovandosi davanti a un riflesso. Ma è un riflesso?

Era tempo che il cinema dell’orrore, e in particolar modo quello statunitense, aspettava un cineasta in grado di coniugare un preciso utilizzo delle geometrie del genere a un afflato filosofico e di lettura sociale. L’era del cosiddetto horror politico sembrava oramai essere stata accantonata, tra maestri deceduti – e Larry Cohen se n’è andato solo poche ore fa, tanto per rimanere in tema – e altri ridotti al silenzio da un sistema produttivo crudele. In qualche modo un film come Noi assume i contorni di un urlo di liberazione, la rivendicazione dell’orrore come mappatura tanto dell’anima quanto della società, scandaglio della realtà e suo ribaltamento. Di nuovo il riflesso, dunque. Ed è tutto costruito sull’immagine speculare questo viaggio nel cuore di un’America che ha accettato il sistema dominante e fa a gara – una gara mortale – per trovare la propria collocazione all’interno dello scacchiere. Il proprio ruolo è anche quello che vogliono poter svolgere i tethered, come si autodefiniscono i doppelgänger omicidi che emergono dal sottosuolo per spazzare via i propri “originali” e prendere il loro posto. Una sostituzione in piena regola, senza che nulla realmente cambi. Un rinnovamento del sistema, quel sistema che si è sempre riprodotto accumulando copia su copia, senza sentire la necessità di evadere dalla gabbia, di spaziare altrove: una riflessione che potrebbe benissimo allargarsi anche alla produzione seriale cinematografica, alla comodità della replica, del gioco insistito sul medesimo schema, e che è sintetizzata fin dalle primissime inquadrature, con quello zoom a retrocedere che parte da un coniglietto in gabbia per svelare agli occhi del pubblico altre centinaia di gabbie, tutte uguali, tutte con un roditore come ospite. Un movimento ottico che in un cortocircuito cinefilo fa tornare alla mente quello maestoso che concludeva Una donna in carriera di Mike Nichols.

Anche Peele, dopotutto, parla dell’America in carriera e del suo rampantismo – che di questi tempi viene naturale apostrofare come trumpismo, ma ha radici assai più profonde di quelle che abbarbicano alla Storia l’attuale presidente degli Stati Uniti – quasi naturale. Lo fa alzando l’asticella dell’ambizione rispetto a Get Out, dove esibiva un conflitto di classe che era già – e forse ancora prima – conflitto razziale, con i wasp ricchi ed ex padroni che “rubavano” il corpo agli afrodiscendenti poveri ed ex schiavi. Un circolo vizioso dal quale si può uscire solo rompendo lo schema, e uccidendo. Il conflitto di classe è la radice attorno alla quale si sviluppa l’albero ramificato Noi, ma il passo ulteriore è stato compiuto, e così i protagonisti possono essere afrodiscendenti, una famiglia dell’alta borghesia che può permettersi una barca, anche se non di primissimo livello, e un’auto (anche se la famiglia amica e bianca ne possiede una di modello superiore). Il conflitto razziale è stato superato. Perché quando si è nella parte di società al riparo dai rovesci dell’economia fluttuante la pigmentazione della pelle conta in maniera solo relativa. Peele radicalizza il discorso: ci sono i ricchi, cui tutto è concesso – diventare ballerine, provare a essere attrici ma poi abbandonare il campo per sopravvenuta gravidanza, possedere prodotti del tutto inessenziali ma così spudoratamente moderni da giustificare la spesa –, e ci sono i poveri. A questi ultimi nulla viene concesso, neppure la dignità di vivere allo stesso livello. Prendendo spunto dalla metafora mai invecchiata dei morlock che abitano il sottosuolo ne La macchina del tempo del socialista H.G. Wells, Peele divide le classi tra sopra e sotto, rinnovando la speculazione sul riflesso e la sua essenza. Le divide e allo stesso tempo le moltiplica, perché la classe sociale sotterranea è la copia esatta di chi vive al sole della California e ascolta a tutto volume I Got 5 on It dei Luniz in macchina.

Proprio l’utilizzo della cultura pop e dei suoi feticci rappresenta uno degli aspetti più affascinanti e stratificati di Noi. Peele non è un regista citazionista, e non gli interessa sfruttare un’immagine iconica per snaturarne il senso o riscriverlo in corso d’opera: non era così nell’esordio, che guardava allo sci-fi sociale degli anni Settanta, con la sua critica alla borghesia come qualcosa di innaturale, e lo è ancor meno in questo caso. Ci si può lasciar abbindolare dalla presenza delle t-shirt de Lo squalo e dei Black Flag, ma sarebbe un errore madornale: tutti gli elementi della cultura popolare servono al regista newyorchese per ribadire l’essenza sistemica tanto della Settima Arte quanto di ogni singolo aspetto della vita quotidiana, di quella prassi costruita giorno dopo giorno. Se la già citata sequenza in macchina, così come l’inquadratura a piombo, riportano alla mente Shining e quella in barca, con Gabe inguainato in una busta della spazzatura e il suo doppio che lo sta portando al largo, guarda invece in direzione di Funny Games di Michael Haneke, non si tratta di innamoramento cinefilo. Peele utilizza i codici totemici del genere – scegliendo sempre prospettive d’autore, un dettaglio da non sottostimare – perché solo attraverso loro si rinnova il discorso sulla copia, sull’accettazione dell’ordine precostituito e sul gioco (la corsa di Zora, la “magia” di Jason, le piroette dell’ex ballerina Adelaide) che è l’asse portante di una narrazione divertita, ricca di colpi di scena mai pretestuosi. Peele riesce nel difficile compito di mettere in scena una durissima rappresentazione degli Stati Uniti e della loro base ideologica costruendo allo stesso tempo un meccanismo spettacolare perfettamente funzionante, raffinato e in grado di catturare lo sguardo. Un’impresa quasi titanica, che riesce a scoperchiare una volta di più l’ipocrisia di una società benpensante e falsamente progressista. Così se in Get Out c’era la messa alla berlina dei democratici clintoniani, in realtà mostri assetati di sangue afro, in Noi lo schema si rinnova con la rispolverata di Hands Across America, l’evento benefico che in una domenica di maggio del 1986 circa sei milioni e mezzo di statunitensi tenersi per mano da Santa Monica a New York, toccando decine di città attraverso il grande corpo elettrico che è il territorio americano. Quindici minuti in piedi, mano nella mano, per testimoniare un generico rifiuto della povertà e vicinanza ai milioni di senzatetto. Per poi tornare alla vita di tutti i giorni e magari disinfettare quelle mani, che chissà quali germi possono propagarsi attraverso l’epidermide. Parte e arriva a Hands Across America, Noi, e in poco meno di due ore taglia in due le doppiezze di una società iniqua e destinata a restare tale, a meno che non scoppi una rivoluzione. Ma l’idea di possedere Ophelia, il cubo che propaga nell’aria canzoni rispondendo a un ordine vocale, può essere più forte di qualsiasi velleità riformatrice.

Info
Noi, il trailer.
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