Love Me Not

Love Me Not

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Presentato al Festival de cine de Las Palmas de Gran Canaria 2019, dopo l’anteprima a Rotterdam, Love Me Not, secondo lungometraggio di finzione da regista del produttore catalano Lluís Miñarro, adatta la storia biblica di Salomè, rifacendosi anche alla lettura di Oscar Wilde, in uno scenario da Guerra del Golfo. Il risultato è però un po’ raffazzonato.

Una rondine non fa primavera

Il mito biblico di Salomé trasposto in Medio Oriente in un campo militare occidentale, con una Salomè soldatessa e il profeta Jokanaan prigioniero con l’uniforme arancione di Abu Ghraib o Guantanamo. [sinossi]

Dopo Stella cadente, il produttore catalano Lluís Miñarro, cui si devono in tale veste opere nientemeno che di Manoel de Oliveira, Albert Serra e Apichatpong Weerasethakul, torna a dirigere un lungometraggio di finzione trasponendo il mito biblico, passando anche per Oscar Wilde, di Salomè. Il risultato è Love Me Not, presentato in anteprima all’IFFR Rotterdam e ora al Festival de cine de Las Palmas de Gran Canaria. Siamo in un campo militare nel deserto, in un punto imprecisato del Medio Oriente, come ci informa la didascalia iniziale che specifica anche l’anno, il 2006. La collocazione è volutamente indeterminata, nonostante i tanti riferimenti alla seconda guerra del golfo, a partire dall’uniforme arancione del prigioniero Jokanaan, che richiama i detenuti a Guantanamo ma c’è anche un esplicito riferimento alle immagini iconiche delle torture di Abu Ghraib e ai combattenti martiri con le cinture esplosive. La bandiera del campo è poi un vessillo di fantasia. Si tratta comunque di un contesto che riprende l’estetica comune delle prime guerre del XXI secolo, oltre all’Iraq, l’Afghanistan e la Siria.

Scopo dichiarato da Lluís Miñarro è quello di attualizzare il mito di Salomè, che tanto lascito ha già avuto in letteratura, teatro e cinema, dove massimo è l’intreccio tra Eros e Thanatos, tra sensualità e potere, tra desiderio sessuale e morte. Il richiamo teatrale è anche dato dalla suddivisione in due atti, anche se ancora, come per l’ambientazione, il regista gioca a sviare perché il testo di Oscar Wilde è un atto singolo. Miñarro mette in scena una Salomè particolarmente androgina che è vista da subito nuda, mentre fa la doccia, aiutata da un soldato di provenienza catalana. Nonostante la sensualità della scena, la donna rifiuta le profferte sessuali del militare: per il momento la sfera erotica viene annullata e repressa in nome degli ideali militareschi e bellici. Ma tutto il film si giocherà sulla sensualità latente in un universo chiuso, machista, dove i soldati si allenano a braccio di ferro, grondante di tensioni erotiche, omoerotiche con un senso di ambiguità di genere che arriva a contemplare l’ermafroditismo. L’immaginario di Lluís Miñarro è tuttavia piatto, monocorde, semplice, non raggiunge le vette di estetica carnale di Aubrey Beardsley, lo scenografo della Salomé di Oscar Wilde, di Pasolini o Fellini cui vorrebbe ammiccare, nel secondo caso con il richiamo all’ermafrodita del Satyricon. E nemmeno possiede l’immaginazione perversa dei sadici aguzzini di Abu Ghraib. Ha anche l’ambizione di citare altri autori, Buñuel con una carica surrealista sopra le righe, con il deserto messicano in cui il film è girato (mentre la parte finale si svolge esplicitamente a Città del Messico), e Douglas Sirk cui va la dedica finale del film. Ma proprio quest’ultimo autore giocava giocoforza su quella distruzione che Fassbinder definiva gentile, implicita, mentre Miñarro può permettersi di stare sopra le righe.
Cinematograficamente Love Me Not si situa tra due film non citati alla lettera, quali Furyo e Starship Troopers. Più intrigante il giochino metacinematografico di nominare Kubrick, richiamato esplicitamente in un dialogo sul montaggio osso/astronave di 2001: Odissea nello spazio, che poi si verifica in alcuni stacchi netti del film, uno dei quali vede però l’immagine di un capezzolo.

Semplicistico anche l’aspetto politico. I soldati del campo parlano espressamente di importare la democrazia e la civilizzazione a quei popoli barbari, richiamando la dottrina di George W. Bush, e ci sono personaggi che si chiamano, in modo risibile, Hiroshima e Nagasaki come a connotare un modello di imperialismo americano che si ripete. Non giova nemmeno l’eccesso di metafore, la donna con tanti seni che allatta come la lupa, la grande lucertola con il rospo, che appare ridondante. Indubbiamente Lluís Miñarro è persona di grande cultura, ma l’ambizione di toccare i massimi sistemi gli è sfuggita di mano.

Info
Love Me Not sul sito del Festival di Las Palmas.
Il trailer di Love Me Not.
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