Il professore e il pazzo

Il professore e il pazzo

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Una curiosa storia vera che s’interroga sul confine tra lingua e scienza, tra follia e ossessione per la ricerca. Il professore e il pazzo spreca però quasi tutto il suo potenziale a causa di un sceneggiatura approssimativa e di due interpreti di lusso, Mel Gibson e Sean Penn, alle prese con due prove d’attore deficitarie (soprattutto il secondo).

Elogio della follia (accademica)

Dopo anni di stallo, nel 1879, la grande impresa di redazione dell’Oxford English Dictionary, trovò nuova linfa, e vide più tardi la luce della pubblicazione, grazie al lavoro infaticabile del professor James Murray e dei volontari di tutto il mondo a cui si era appellato, nel tentativo di individuare e spiegare ogni parola della lingua inglese. Tra questi, il più solerte e affidabile mittente di schede, era un uomo che si firmava W.C. Minor, che Murray scoprì risiedere nel temibile manicomio di Broadmoor. Anni prima, infatti, vittima di una gravissima paranoia, Minor aveva ucciso per errore un passante, scambiandolo per il suo persecutore immaginario, e lasciando la moglie della vittima vedova con sei figli da sfamare. [sinossi]

Quella portata avanti dal professor James Murray, interpretato ne Il professore e il pazzo da Mel Gibson, fu un’impresa titanica e si prefiggeva di redigere il primo dizionario al mondo che racchiudesse tutte le parole della lingua inglese. Un’ossessione per la parola, ma anche per i suoi traumi e per le conseguenze e le zone d’ombra di ogni smania che si rispetti, che trova posto anche nel film in costume diretto da Farhad Safinia, collaboratore dello stesso Gibson che aveva contribuito alla scrittura di Apocalypto.
Siamo nella Londra di fine ‘800, in u’ambientazione accademica e professorale in cui le parole fluiscono senza sosta e si tenta di farle convivere con una messa in scena che sottolinei il peso della missione, la responsabilità di una mappatura onnicomprensiva, la compresenza di ragione e follia, di raziocinio scientifico e sregolatezza pronta a scompaginare le carte in tavola. Premesse che però non trovano mai il giusto peso né la doverosa misura, visto che il copione si limita a lavorare attraverso una verbosità sovrabbondante e quasi sempre stonata (oltre che molto poco eloquente) e a far girare a vuoto le interpretazioni di Gibson e Penn, che gigioneggiano come non mai.

I due personaggi sembrano calzare in maniera piuttosto sinistra a due interpreti che non hanno mai nascosto, tanto in pubblico quanto in privato, le loro intemperanza e spesso e volentieri hanno fatto parlare di sé in quanto teste calde. L’attore due volte premio Oscar veste i panni di William Chester, ex professore ricoverato in un manicomio perché giudicato malato di mente, che però svolse un ruolo decisivo nella compilazione del dizionario e fu legato a Murray da un’amicizia singolare ma, va da sé, difficilmente gestibile. La sua interpretazione col passare dei minuti si fa sempre più caricaturale e sopra le righe, man mano che il suo personaggio si scarnifica e perde contatto col mondo per ancorarsi alle proprie devianze, mentre dal canto suo Gibson cerca di spingere sul pedale dell’immedesimazione e dell’emotività, con risultati altrettanto rivedibili e grossolani.

Il professore e il pazzo nell’insieme non si discosta affatto da quella tipologia di produzioni dal sapore biografico in cui il soggetto narrato è così ingombrante da divorare la rappresentazione cinematografica che se ne vorrebbe fornire. La redazione del prima edizione dell’Oxford English Dictionary avvenuta a metà del XIX secolo dopotutto si commenta da sé in termini di proporzioni, date le oltre 10.000 voci previste, così come troppo smaccato è il tentativo, enfatico e maldestro, di generare un’empatia tra James e William, specie nelle sequenze destinate alla sua prigionia nel manicomio criminale di Broadmoore.
I nodi più oscuri e rimossi delle psicologie di entrambi sono condonati e banalizzati attraverso puntuali colpi di spugna, svicolando da ogni elemento connotativo attraverso il salvacondotto del (presunto) coinvolgimento di pancia che si vorrebbe imporre allo spettatore di pari passo alle scomposte prove d’attore di Gibson e Penn. Non viene restituita a fondo nemmeno la fatica e il lavorio di una sfida culturale senza paragoni, durata addirittura 70 anni, e ciò che emerge, in definitiva, è solo un blando e telefonato elogio della follia accademica, della quale si perdono tuttavia per strada tanto il furore quanto la nitidezza.

Info
Il trailer de Il professore e il pazzo.
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