Dolceroma

Dolceroma

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Dolceroma è il primo film diretto “in solitaria” da Fabio Resinaro. Un’opera barocca che gioca col cinema, il suo immaginario, e allo stesso tempo traccia uno spietato resoconto dell’industria italiana. Con un luciferino Luca Barbareschi a cannibalizzare (Deodato docet) la scena.

Cinema Holocaust

Andrea Serrano è un aspirante scrittore che è costretto a lavorare in un obitorio in attesa della grande occasione della sua vita. Che finalmente arriva. Un grande produttore cinematografico, Oscar Martello, ha deciso di portare sul grande schermo il suo romanzo Non finisce qui. Ma i capitali a disposizione sono modesti, il regista è incompetente e il risultato è disastroso. La protagonista, Jacaranda Ponti istigata dalla sua agente Milly, temendo ripercussioni alla sua carriera, distrugge tutti gli hard disk che contengono il montato del film. Ma Oscar Martello non può permettersi un fallimento… [sinossi]
Brucia Roma, brucia Roma
co’ li romani
brucia Roma, brucia Roma
co’ li cristiani
brucia Roma, brucia Roma
er parlamento
brucia Roma, brucia Roma
cor Papa dentro.
Antonello Venditti, Brucia Roma, 1973.

“Ti devi suicidare per il bene del cinema italiano!”, urla un furibondo Oscar Martello, produttore nella città del cinema (la magna Roma, ma anche e forse soprattutto la Roma che magna) al regista che si crede un autore e vorrebbe creare una sequenza con uno zoom che parte dalla parete centrale del Monte Bianco e attraversando chilometri, città, palazzi e mura arriva diritto diritto sul capezzolo di una ragazza. È a ben vedere tutto in questa sequenza di vendetta – sana vendetta – Dolceroma, l’esordio in solitaria in cabina di regia per Fabio Resinaro, dopo quel Mine che lo fece notare in coppia con l’altro Fabio, Guaglione. Tratto dal romanzo Dormiremo da vecchi, che Pino Corrias diede alle stampe neanche un lustro fa, Dolceroma è uno sguaiato e imputridito ma sincero sguardo sul cinema italiano contemporaneo, e non solo. Probabilmente è sincero proprio perché sguaiato e imputridito, come le melmose umanità che attraversano un racconto che gioca col cinema stesso, con i codici del suo immaginario, e li ribalta. Ma allo stesso tempo, cucito addosso a un protagonista/produttore come Luca Barbareschi, le inferenze si moltiplicano quasi all’infinito, con il film che sgambetta avanti e indietro tra falso e vero, in un’escalation sorprendente.
Andrea Serrano, che è anche voce narrante – un po’ posticcia da principio, prima che il racconto si incanali in una precisa dissezione di se stesso –, è uno scrittore abituato a stare tra i morti, visto che per sbarcare il lunario dà una mano in un obitorio. Così abituato a sguazzare tra cadaveri, liquidi organici e decomposizioni varie che accetta come vivo il baraccone del cinematografo in cui lo coinvolge Martello, proprietario dell’Incudine Film, casa di produzione con molte amicizie, tante almeno quante i debiti accumulati nel corso di una vita fraudolenta, sia verso lo Stato che verso la moglie, la ricchissima Helga, che tradisce con la giovane e bella attricetta Jacaranda Ponti. A quest’ultima ha promesso un salto di qualità rispetto alle fiction televisive nelle quali si è incastrata la sua carriera: cosa di meglio del brillante script desumibile dal romanzo privo di alcun successo di Serrano?

Resinaro, anche autore della sceneggiatura – per la stesura del soggetto ha collaborato anche Fausto Brizzi, innervando un potenziale thriller con bordate di commedia grossolana quanto precisa per ridicolizzare un mondo di per sé non troppo serio – sembra muoversi da principio nella prassi: c’è il produttore pieno di debiti, l’attrice di (non troppo) belle speranze, lo sceneggiatore squattrinato, il regista megalomane, la moglie ricca. La Roma bene che è poi la culla di ogni male. Ma se Paolo Sorrentino con La grande bellezza ne aveva cantato le strutture inamovibili e dunque attratte solo dall’onanismo intellettuale auto-assolutorio, e Paolo Virzì nel recente Notti magiche si era limitato al bozzetto dell’esistente, omaggiando/dileggiando/motteggiando il cinema-che-fu, quello dell’età dell’oro supposta o meno che fosse della produzione nazionale, Resinaro scavalca a pie’ pari il buon gusto per gettarsi nella fossa dei leoni del trash, o di qualcosa che vi si avvicina molto.
Così facendo ovviamente si assume dei rischi, sbandando a tratti paurosamente – gli effetti digitali, che prorompono in particolar modo nell’incipit e nel finale, ciclicamente uniti tra loro, sono ai limiti del pauperistico, ma paradossalmente funzionano proprio per questa loro deficienza tecnica – ma in realtà tenendo ben saldo il timone dell’intera vicenda. Se la sottotrama noir appare un po’ pasticciata non è certo per incuria, ma perché tutto, anche il marchingegno criminale più stratificato, nasce e si irrobustisce in un territorio paludoso, abitato da anfitrioni tronfi e privi di scrupoli, magnaccia sotto falsa identità.

È il territorio dell’immaginario depauperato, in cui tutto deve sempre essere ricondotto alla nobiltà d’animo – il film che viene girato e attorno al quale ruota tutta la vicenda, è “importante” e tratta un tema “sensibile”, per utilizzare un gergo fin troppo quotidiano nella critica italiana – e le pinze e le tenaglie la fanno da padrone. Senza rincorrere Boris, che pure inevitabilmente un paio di volte fa capolino nella memoria dello spettatore, Dolceroma è uno spaccato sarcastico ma incredibilmente veritiero del grande calderone del cinema italiano di oggi – di ieri? Forse. Di domani? Probabile. La sequenza in cui dapprima si visualizza la scena d’azione del film nel film, con Valentina Bellè che combatte armata di tutto punto, così come sarebbe in sceneggiatura per poi vederla nella sua realizzazione reale sul set, con la pioggia e la notte eliminate per risparmiare sul budget, così come la scenografia, basta da sola a chiarire a chiunque la prospettiva dalla quale si muove Resinaro, che firma un’opera a tratti estremamente divertente, quasi sempre brillante, e che ha la sfrontatezza di sfondare i limiti del consentito, tra bagni di miele e case incendiate, combattimenti a colpi di katana e via discorrendo.
In questo bailamme multiforme trova ovvia residenza il cinema, e la sua memoria, mai ridotta ad atrofizzato cimelio nostalgico. Ecco dunque che Sunset Boulevard e Fight Club vanno a braccetto, così come Il lungo addio (il commissario interpretato da Francesco Montanari è la versione ottusa di Marlowe) fa con L’avvocato del diavolo e perfino Beowulf che sembra apparire in controluce quando Claudia Gerini esce dal bagno di miele e Il silenzio degli innocenti, nel finale. Tutto in un unico calderone. Lo stesso calderone dal quale risorge a nuova vita il luciferino Barbareschi, ottimo mattatore di un cast in forma, che sembra tornare alle origini: dopotutto in Dolceroma la strategia per salvare un film altrimenti destinato al massacro è quella di fingere che la camorra abbia rapito l’attrice protagonista e la tenga prigioniera. Non ricorda forse questo passaggio il vero lancio di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, che contribuì a far sviluppare la carriera dell’attore, regista, produttore e perfino ex-deputato? Lì al macello si mandavano alcuni animali esotici, qui una giovane attrice di fiction. Dov’è la verità?

Info
Il trailer di Dolceroma.
Dolceroma sul sito della 01 Distribution.
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