Intervista a Rita Azevedo Gomes

Intervista a Rita Azevedo Gomes

Una carriera che inizia negli anni Settanta, tra cinema, teatro e opera. Rita Azevedo Gomes è stata vicina a Manoel de Oliveira, collaborando a Francisca in qualità di costume designer, film tratto da un romanzo di Agustina Bessa-Luís con cui lei avrebbe poi collaborato. Esordisce alla regia con O Som da Terra a Tremer, dopo il quale scrive e dirige diversi cortometraggi, fra cui A Conquista de Faro, e lungometraggi quali Frágil Como o Mundo e A Vingança de Uma Mulher. Omaggia ancora il grande maestro del cinema portoghese De Oliveira in A 15ª Pedra, la ripresa di un suo dialogo con João Bénard da Costa, storico direttore della Cinemateca Portuguesa, ente per cui Rita Azevedo Gomez lavora come programmatrice. La sua nuova opera, A Portuguesa, è stata presentata al Forum della Berlinale 2019 e ha vinto il primo premio al Festival de cine de Las Palmas de Gran Canaria 2019. Abbiamo incontrato la regista a Berlino.

Perché hai scelto di adattare la novella di Musil con questo stile statico, fatto di tableau vivant?

Rita Azevedo Gomes: Non è qualcosa a cui avevo pensato subito, non mi sono detta «Voglio realizzare un tableau vivant». Innanzitutto avevo in mano il testo e questi dialoghi scritti da Agustina Bessa-Luís, così ho cercato di realizzare qualcosa che veicolasse parole che per me sono importanti. Altrimenti non avrei avuto bisogno di Agustina o di seguire Musil. E non penso ci fosse la necessità di muovere troppo la camera ma piuttosto di concentrarsi sul lavoro degli attori in modo da rendere meno rigidi, istrionici i loro gesti. Ma non ero molto convinta, stavo cercando di rappresentare il tutto nel modo più naturale possibile, come se si trattasse della vita reale, perché gesti e sguardi sono un linguaggio, e tu sei molto conscio del perché muovi la tua mano. In un film questo è un elemento forte, nella vita reale possiamo semplicemente gesticolare ma in un film distrae dal testo che c’è dietro. Così il risultato è come dici tu, lo possiamo definire un “tableau vivant”. Non sentivo il bisogno di svolazzare con la camera, non che io sia contraria a questo, ma quando ho un buon testo, come penso di aver avuto, probabilmente è esso stesso a dirigermi.

Come sei arrivata alla novella di Musil? Perché hai deciso di adattarla in un film?

Rita Azevedo Gomes: Perché no? Avevo già incontrato Agustina Bessa-Luís, aveva scritto per me un copione per un corto, A Conquista de Faro, che ho presentato a Faro Capital Nacional da Cultura nel 2005. Dopodiché ci siamo avvicinate e ogni tanto ci incontravamo, parlavamo anche di Musil e di questa novella che aveva scritto, intitolata Die Portugiesin e le piaceva molto. Avevo un vecchio libro a casa che comprai in una bancarella all’aeroporto anni fa e non avevo mai letto, l’avevo comprato solamente perché mi piaceva la copertina, sono cose che capitano, e l’ho tenuto. Ma poi ho letto questo libro, Drei Frauen (Le tre donne), raccolta di cui fa parte Die Portugiesin e ho pensato che fosse una storia incredibile. La scrittura di Musil è molto enigmatica, a volte dice qualcosa e tu pensi «Ma perché ha scritto così? È completamente fuori contesto». Non è logico, e mi piace per questo. Ci siamo quindi entusiasmate, e Agustina ha accettato di scrivere il copione e all’inizio mi ha dato circa otto pagine, principalmente dialoghi. Tutto ciò è successo intorno al 2006/2007 ma c’è voluto molto tempo per fare il film. Nel frattempo, ho iniziato altri lavori, ho realizzato A Vingança de Uma Mulher e poi Correspondências. Questo stava lì in attesa, e quando l’ho riletto durante l’estate mi sono detta: «Devo assolutamente farlo!». Perciò ho iniziato a pensarci sopra e a cercare una casa di produzione, ne avevo bisogno; questo tipo di cose non si possono fare in sei giorni con gli amici e a volte ho dovuto lavorare senza soldi. Ad esempio, c’erano molti animali, complicando la gestione. Non è stato un lavoro eccessivamente costoso ma serviva tempo, ci occorreva un po’ di tempo per girare e non potevamo far lavorare gratis la gente per più di cinque giorni. Ho chiesto alla produzione e fortunatamente mi hanno aiutato, probabilmente è stata la prima volta che hanno acconsentito subito, di solito devo chiedere dall’una alle dieci volte. Quindi è successo tutto in sequenza, terminato un film ne ho iniziato un altro; è fantastico ma stancante. Normalmente non sono abituata a questo ritmo, ma ho tenuto duro.

Mi puoi dire qualcosa delle location del film? Sono veri castelli e residenze storiche. Come le hai scelte?

Rita Azevedo Gomes: Il mio primo pensiero è stato quello di girare a Trento, avevo visto alcuni castelli che erano perfetti. Ovviamente non è stato possibile, tutto sarebbe stato estremamente costoso, non avevamo una tale somma di denaro e in più c’era un altro motivo. Ho pensato che se fossi andata in Italia non mi sarei potuta orientare così facilmente come in Portogallo. Qui conosco dov’è il tabaccaio, dove posso comprare le pitture, dove comprare questo o quello, so dove chiedere per cavalli, anatre o maiali. Sono a casa. E questo è un limite, se provassi a farlo in un paese straniero probabilmente non ci riuscirei allo stesso modo. Pertanto, abbiamo girato tutto in Portogallo, ma abbiamo dovuto girare in qualcosa come sei differenti location in tutto lo stato, e inoltre spostandosi da un posto all’altro si perdevano almeno due giorni, uno per il viaggio, l’altro per l’allestimento. Quando hai circa sei settimane per fare il film, in queste condizioni, hai molta pressione addosso. Ci ho provato, ma non è stato facile quindi ho “imbrogliato” il pubblico. Ad esempio, quando riprendevamo l’entrata della casa eravamo vicino a Lisbona, mentre nel corridoio eravamo a 600 chilometri più a nord e poi nella sala da pranzo eravamo in un’altra casa ancora. Quindi abbiamo creato dei falsi luoghi, evitando il più possibile i grandi spazi.

Per quanto riguarda la fotografia, mi pare di capire che è stata fatta in luce naturale. Anche negli interni sembra che le fonti di illuminazione siano quelle in scena, candele, candelabri. Come mai questa scelta?

Rita Azevedo Gomes: Ho cercato il più possibile di fare così. Mi fa piacere che tu dica così, non ho nulla contro ciò che è artificiale, ma penso che non era ciò che servisse a questo film. Per questo motivo abbiamo cercato di realizzarlo in modo che lo spettatore abbia l’impressione che non ci siano luci esterne. Ma non sempre è stato possibile. Siamo in un posto scuro, il Nord del Portogallo, fuori piove spesso e alla fine avevamo poco tempo per riprendere con la luce. Era tra la fine di settembre e ottobre e giravamo prima gli esterni e poi gli interni fino alla fine delle riprese. E sì, non volevo che la luce risultasse artificiale. Non avevamo una grande attrezzatura, per quella servono soldi, ma abbiamo cercato di “salvare” il risultato e di mantenere tutto il più naturale possibile.

Perché hai scritturato Ingrid Caven in quel ruolo?

Rita Azevedo Gomes: Non direi che ha un ruolo preciso. Non ha un ruolo, è semplicemente lì. Per fare un film voglio cercare di fare qualcosa, penso che sia più interessante se sorvoli un attimo sulle altre cose. Se vuoi fare un film in costume, e sulla belle epoque, più tradizionale e blablabla, al Covent Garden e altre cose così, chiunque lo potrebbe fare meglio di me, come il signor Visconti. Ma io non sono quello. Voglio dire, io preferisco deviare un poco. Penso però che sia perfetto, come immaginare che stai dipingendo, hai la tua tela, stendi i colori e hai fatto un bel dipinto, però puoi anche prendere un coltello e fare come Fontana. Inoltre, penso che questo collochi un po’ più il film nel presente, per quanto riguarda la sua figura. Un po’ come ascoltare della musica e poi intrattenersi guardando Ingrid Caven, perché no?

E perché usare la poesia Unter den Linden di Walther von der Vogelweide?

Rita Azevedo Gomes: Ho cercato di capire se ci fosse della musica e in caso che tipo di musica avrei sentito. Se c’è la musica va bene, mi colpisce dritta al cuore. Per cui stavo ascoltando varie cose e mi sono imbattuta in questa canzone. Ciò che mi ha toccata sono state le parole. Le ho cercate, ho trovato il poema e sono approdata a Walther von der Vogelweide. Ho realizzato che quelle stesse parole sarebbero state perfette per il film. È un poema che parla di perdita e felicità, del tempo passato quando c’è piacere dei corpi e l’ozio nel tempo libero, il divertimento e tutto è un po’ perso. Tutti viviamo queste situazioni. La ragazza portoghese aveva qualcosa del genere perché lei, durante il viaggio verso la sua nuova casa, aveva l’aspettativa di un nuovo mondo, un nuovo marito, pensava di vivere un sogno una sorta di sogno ad occhi aperti che poi si è infranto.

E per la fotografia hai avuto dei riferimenti pittorici?

Rita Azevedo Gomes: Non direttamente ma è ovvio che quando fai qualcosa, la fai e basta, non ci pensi troppo, non hai un’immagine dipinta nella tua testa. Altrimenti penso che tu finisca per bloccarti, a me non capita, non ho un riferimento preciso. Ho cercato di fare quello che potevo con ciò che mi era concesso, di trarne il massimo, dai materiali agli scenari. Faccio un po’ di tutto, scene, trucco, costumi. È inevitabile. Se mi dai un pezzo di tessuto ed è tutto quello che ho allora devo lavorare con quello. Penso che sia una cosa positiva, a volte devi improvvisare all’ultimo minuto con quello che hai a disposizione. Forse non è la stessa idea che avevi in mente ma è più vicina alle cose originali. A volte si fa tutto all’ultimo che ti viene una nuova ispirazione, un’altra visione delle cose. Devi essere all’erta, è come andare a caccia e non devi farti scappare la preda, devi prestare attenzione a tutto quanto. Per spiegare meglio cosa intendo c’è un dettaglio. Una volta mentre stavamo girando presso le rovine di un convento, con i cani – è sempre difficile girare con gli animali –, con i rovi, precipitazioni, il freddo e tutto il resto. Mi guardo attorno e vedo tra rovi qualcosa che brilla, era un vecchio ombrello, completamente rovinato dal sole e dalla pioggia e il materiale sintetico era stupendo. Non avevo idea di cosa avrebbe dovuto utilizzare Clara Riedenstein, l’attrice protagonista, nella scena successiva per cui l’ho fatto ripulire, l’ho unito ad altre cose ed è diventato un bellissimo vestito. Quando sta suonando il flauto, quello che ha è quel vecchio ombrello. È fortuna, perché sei così concentrato, è come andare a caccia e improvvisamente trovi questo strano materiale che si scopre essere un ombrello. Aveva quel colore bruciacchiato dal sole, così particolare, un po’ arrugginito e a tratti bluastro e dorato. Era perfetto. Quindi ho lavorato con qualcosa del genere. Non hai un’immagine precisa nella tua testa, hai un ombrello. È tutto accidentale ma devi prestare attenzione anche a tutto il resto se ti piace qualcosa. Poi vorrai seguirlo, lo vorrai nel film al punto da chiederti «Perché ne ho bisogno? Ne ha bisogno il film?». Devi tirare fuori tutto.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Rita Azevedo Gomes.

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