Lo spietato

Lo spietato

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Raccontando in modo basicamente coreografico e senza drammaturgia ascesa e caduta di un criminale calabrese a Milano, Renato De Maria in Lo spietato scimmiotta maldestramente lo Scorsese di Quei bravi ragazzi. In sala per tre giorni e poi su Netflix.

Lo s-poliziottesco

Dalla Milano del boom a quella degli yuppies. Santo Russo, calabrese cresciuto nell’hinterland, dopo i primi furti in periferia e il carcere minorile, decide di intraprendere decisamente la via della criminalità. [sinossi]

Come insegna anche di recente il Giovannesi de La paranza dei bambini, la scelta della criminalità nasce da un senso di emarginazione, dalla voglia di riscatto sociale, dal desiderio sfrenato di arricchimento. Nasce sostanzialmente da un dolore, e dunque dacché esiste il cinema gangsteristico – da Piccolo Cesare a Scarface, passando per Carlito’s Way o per Quei bravi ragazzi – l’eroe, o per meglio dire l’antieroe, vive una condizione eternamente scissa tra piacere e senso di colpa, tra onnipotenza e fragilità emotiva. Questo è un nucleo drammaturgico ineludibile e che permette normalmente di essere affrontato sotto diversi punti di vista.
Ebbene, questo punto il Renato De Maria di Lo spietato lo salta a pie’ pari, pur avendo la storia da lui scelta tutte le potenzialità del caso: il protagonista del nuovo film del regista di La prima linea, infatti, è ispirato a un personaggio realmente esistente, un calabrese che si è fatto strada a colpi di pistola nella Milano che va dagli anni Sessanta agli Ottanta. Dunque, un immigrato che ha voluto averla vinta sui bauscia, che ha finito per essere rispettato da loro.

Ma questa leva non viene usata da De Maria, e anzi gli serve solo per far partire il racconto e per dirottarlo immediatamente su strade improntate alla faciloneria: totalmente disinteressato a conflitti interiori, a ogni tipo di questione drammaturgica, ma anche impossibilitato – crediamo soprattutto per questioni di budget – a ricostruire un affresco storico degno di questo nome (il film, stranamente per essere un thriller o uno pseudo-action, è spesso girato in interni), De Maria costruisce con Lo spietato un gangster movie meramente coreografico, tra pistole, macchine, abiti d’epoca e musiche che riecheggiano debolmente il nostro poliziottesco. Non c’è nient’altro, purtroppo, nonostante gli attori si affannino in scena – dal protagonista Scamarcio alla moglie di lui incarnata da Sara Serraiocco – per cercare di trovare una qualche chiave interpretativa. Perché anche loro appaiono nelle mani di De Maria solo basico strumento scenografico.

Liberamente ispirato a Manager calibro 9 di Pietro Colaprico e Luca Fazzo, Lo spietato passa in rassegna le attività criminali del suo protagonista senza provare minimamente a farci capire, o almeno intuire, il meccanismo che permetteva di metterle in atto: rapine in banca, sequestri di persona, furti d’auto, droga; tutto passa senza lasciare traccia, senza spiegazioni o motivazioni, raccontato velocemente dall’onnipresente voice-over di Scamarcio che prova a tenere unito un racconto slabbrato e maldestramente episodico.
Va a finire allora che il centro narrativo del film è sempre il solito: l’amore, o almeno una sua pallida rappresentazione. E dunque Scamarcio si innamora di una francese, interpretata da Marie-Ange Casta (sorella minore di Laetitia), e tradisce la moglie, e comincia a vivere una doppia vita sentimentale. Questo binario finisce per mangiarsi tutta la seconda parte del film attraverso reiterate e ripetitive scenette con la donna d’oltralpe, attraverso ridicole gag verbali (visto che il personaggio di Scamarcio non capisce una parola di francese) e attraverso – persino – una satira dell’arte contemporanea (la donna si occupa di questo), satira che – se aveva senso nella commedia all’italiana degli anni Sessanta – adesso fa strabuzzare gli occhi per quanto appare datata e fuori tempo massimo. Ma, soprattutto, non c’entra niente con il film che ci è stato promesso e proposto.

E così, quando nel pre-finale, l’amico di una vita del protagonista mostra di aver perso definitivamente il controllo, provocando una decisiva svolta narrativa, noi facciamo persino fatica a ricordare chi fosse, visto che è sempre stato una insignificante figurina sullo sfondo; eppure tutta l’ascesa criminale era iniziata con lui, eppure in voice-over ci viene detto che era una presenza fondamentale, ma noi non l’abbiamo quasi mai visto parlare. E così, ugualmente, quando il padre – accanito oppositore della vita criminale del protagonista, anche per vie non troppo chiare, visto che lui stesso per primo aveva aderito alla ‘ndrangheta in Calabria -, ebbene quando quel padre sparisce completamente di scena, senza alcun tipo di spiegazione, viene a mancare anche un altro elemento imprescindibile nella vita di un criminale, qualcuno che gli dica che sta sbagliando, qualcuno che faccia il grillo parlante. E così, allo stesso modo, quando De Maria inscena almeno un inseguimento, lo costruisce in maniera estremamente grossolana, non innescandone a dovere l’incipit e non rispettando le meccaniche basilari di un inseguimento (far vedere contemporaneamente le due macchine, far capire perché una riesce a seminare l’altra, ecc.). E tutto questo perché, nello svolazzare da un elemento all’altro, non ci si riesce a concentrare su nulla, se non per l’appunto sulla già citata – e totalmente esornativa – questione di corna.

Persino, dal riferimento principale di Lo spietato, vale a dire lo Scorsese di Quei bravi ragazzi, De Maria non riesce a cogliere neppure le regole più elementari di costruzione e di messa in scena: quando ci presenta i vari gangster in rapida rassegna, imita spudoratamente la stessa sequenza del bar in steadycam e in voice over del film di Scorsese, ma lo fa con un approccio estremamente pauperistico, in un parcheggio, con i personaggi che guardano quasi in macchina, ma senza giocare con la soggettiva libera indiretta di Scorsese e senza fare leva sulla fascinazione della vita criminale; anzi, quei presunti modelli appaiono involontariamente grigi e tristi, appaiono degli sfigati e dei perdenti, mentre agli occhi di Scamarcio dovrebbero essere dei vincenti.
Se c’è un qualcosa che resta ne Lo spietato è forse la riscoperta di una vecchia canzone del dimenticato Enzo Carella, una canzone del ’77 di cui Riccardo Sinigallia fa la cover, Malamore. Ma, anche qui, il piacere viene smorzato dal momento che il brano viene usato per ben tre volte nel film, decisamente troppe.

Insomma, se questo deve essere il cinema – o il post-cinema – italiano medio targato Netflix, che in questo caso comunque distribuisce soltanto e non produce, non ci siamo proprio. E, anzi, siamo sempre dalle parti dei problemi tipicamente italici: noi che abbiamo inventato il poliziottesco non sappiamo più farlo, ormai da tempo immemore. E allora forse è proprio inutile continuare a cercare di farlo, di tanto in tanto, senza la necessaria convinzione.

Info
Il trailer di Lo spietato.
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