Norie

Presentato al Visions du Réel Film Festival 2019, Norie del giapponese Yuki Kawamura è un documentario biografico sulla madre del regista, morta molto giovane di cancro, che diventa da un lato un documentario sulla morte tout court, nella concezione tradizionale giapponese, da un altro lato il diario di un riavvicinamento tra padre e figlio.

Fiori fluttuanti

Yuki ha perso sua madre dopo una lunga malattia, quando sua sorella e lui erano ancora bambini. Per i propri cari ora è solo una voce lontana, un fantasma che li visita nei loro sogni, una memoria sempre più sfocata. Ma chi era veramente Norie? Per rispondere a questa domanda, il regista Yuki chiede a suo padre Munemitsu di accompagnarlo al festival annuale dei morti, per ricostruire il ritratto di questa donna, per lui madre e oggetto di un amore folle per il padre. Durante questo viaggio epifanico, Yuki e Munemitsu si scoprono. Non sono più solo padre e figlio ma due uomini che affrontano il dolore della perdita. [sinossi]

«Dalla mia finestra d’ospedale, vedo cadere i petali dei fiori di ciliegio con la pioggia»: diceva Norie in una lettera all’amica, mentre era ricoverata per la malattia che a breve l’avrebbe portata via. Un’immagine struggente, quintessenza della filosofia giapponese e orientale. La bellezza estrema di un ciliegio in fiore che dura pochi giorni per poi sfiorire, rappresenta la vita e la sua estrema precarietà, la caducità, il pathos delle cose. Nel caso di Norie l’esistenza terrena è stata particolarmente breve, morta a soli 32 anni, nel 1985, portata via da un tumore, lasciando il marito e due bambini piccoli. Uno dei due è Yuki Kawamura che decide di affrontare l’elaborazione del proprio lutto, come lo concepiremmo in occidente, attraverso un documentario.

Norie, presentato in concorso al Visions du Réel Film Festival 2019, segue il canovaccio di un documentario biografico classico, tant’è che vedendo il film, non sapendone nulla, si è indotti a credere che si stia celebrando qualche vita illustre. Chi era, o meglio chi è, Norie? Le aspettative spettatoriali di vederne decantate le abilità tecniche, scientifiche o artistiche, evaporano ben presto. Norie era sì un’artista, lavorava alla ceramica e aveva anche un certo talento. Ma non si è distinta, elevata sopra gli altri, non ha meritato quello status di celebrità che sembra essere la condizione indispensabile per poter essere commemorati in un documentario. Norie è semplicemente una donna, una moglie e una madre, una persona comune, ma ogni vita contiene elementi di complessità, validi per una sua celebrazione.

La serena rassegnazione giapponese pervade i sentimenti del film, e si celebra nella tradizionale festa di Obon, dove si commemorano gli antenati, con momenti anche di danza, in una dimensione di armonia. Ci sono anche momenti di kagura in palcoscenici di piazza, la danza degli dei shintoista cui si attribuisce una valenza ancestrale, imparentata con il teatro noh, quella forma di rappresentazione antica che mette in relazione i vivi con i morti come viene detto nel film L’uomo che dorme di Kōhei Oguri. E nei ricordi, nelle testimonianze di amiche e parenti, trapela questa visione trascendentale giapponese. Si parla di morti che vengono a visitarci, di chi ha visto distintamente Norie durante uno stato di dormiveglia, da chi l’ha riconosciute nelle sembianze di farfalla.

Yuki Kawamura traduce in immagini questa essenza metafisica, questa poesia zen. Alternando colore e bianco e nero e con immagini della natura, di farfalle, fiori galleggianti su una superficie d’acqua, bagni termali, riverberi e con lunghi silenzi. Un iniziale montaggio fa diradare un momento estatico, a colori, di una distesa d’erba increspata dal vento con nella superficie di un corso d’acqua, con i suoi riflessi, in bianco e nero. Segno di una fluttuazione che pervade tutto. E nella parte finale ancora una lettura di Norie in voce off, di una sua lettera scritta quando ormai aveva capito di non avere che una breve aspettativa di vita. Su una carrellata di alberi immersi nella nebbia, che richiamano un’immagine cardine dell’iconografia zen, che diradano in un puro bianco, la donna dice di sentirsi fluttuare in un mondo senza forme, in una nuvola, in un prato senza fiori. Un documentario sulla morte e sulla sua accettazione? Non del tutto. Questa concezione di pacificazione si interrompe con i rimorsi di un padre che dice da subito di non credere pienamente alla concezione sottesa nella festa dei morti. I rimpianti e il ricordo di non aver taciuto alla moglie la diagnosi del male di cui soffriva (cosa ammessa in Giappone come si vede nel film The Last dance di Juzo Itami). Momenti di dolore che incrinano la tenuta stessa del film, con il padre che chiede al figlio più volte di interrompere le riprese. Ma questo fa parte della riscoperta del rapporto padre/figlio, di due uomini che si ritrovano uniti in un’assenza, nel ricordo di un congiunto.

Info
La scheda di Norie sul sito di Visions du Réel.
  • Norie-2019-Yuki-Kawamura-01.jpg
  • Norie-2019-Yuki-Kawamura-02.jpg

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