Torna a casa, Jimi!

Torna a casa, Jimi!

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L’annoso problema cipriota, quello di un fazzoletto di terra spezzato in due da decenni, viene affrontato in Torna a casa, Jimi! con gli strumenti della commedia, in una quest lieve ed efficace, seppur non priva di schematismi.

Creature di confine

Musicista spiantato, residente nella frazione sud di Nicosia, in procinto di lasciare per sempre la capitale cipriota, Yiannis smarrisce casualmente il suo cane Jimi, che ha attraversato il confine finendo nella zona occupata dalla Turchia. Quando infine raggiunge l’animale, il giovane ha un’amara sorpresa: Jimi, infatti, non può essere riportato nella zona meridionale, a causa di una legge che vieta il trasporto di piante o animali, considerato alla stregua di contrabbando… [sinossi]

Usa gli strumenti della commedia, Torna a casa, Jimi!, esordio nel lungometraggio del greco Marios Piperides, per raccontare la difficile situazione cipriota. Una questione internazionale sclerotizzata, consumatasi a pochi chilometri dalle nostre coste, in un contesto tanto vicino geograficamente quanto apparentemente alieno per la sua (de)composizione sociale: alieno almeno quanto lo è, per lo spettatore occidentale, lo spiantato Yiannis (personaggio che ha il volto di Adam Bousdoukos, attore feticcio di Fatih Akin), un biglietto aereo per l’Olanda, un mare di debiti da saldare, una storia finita male e un’esistenza interamente da ripensare. E, su tutto, un souvenir vivente della vita cipriota, quel Jimi che, come il suo omonimo musicista, non sta a preoccuparsi troppo di restrizioni e confini: lui, al contrario, la zona cuscinetto la attraversa indifferentemente in entrambe le direzioni, facendosi beffe della paradossale normativa che vieta di portare oltre il confine animali o piante. Forse ne sorride segretamente, riflettendo sull’assurdità delle leggi umane, e sull’irragionevole protrarsi di uno stallo ultradecennale. Ma il suo attraversamento servirà a Yiannis (e ai suoi improvvisati, improbabili compagni di viaggio) per riflettere una volta di più sul concetto, geografico e politico, di appartenenza e cittadinanza.

Arrivato in un periodo storico in cui, più che mai, il concetto di confine mostra tutto il suo carico di violenta chiusura all’alterità, Torna a casa, Jimi! potrebbe essere bollato superficialmente come film buonista. E va detto che l’opera prima di Piperides, regista con già un documentario e alcuni corti al suo attivo, si prende tutti i rischi di un approccio edificante, e potenzialmente sbilanciato sul lato emotivo, all’annoso problema cipriota: in un ideale spettro che va dalla rappresentazione pseudonaturalistica della marginalità del cinema di Aki Kaurismaki – trasfigurata quel tanto che basta per conferirle il suo tocco lirico – e la commedia sociale un po’ programmatica e di plastica del già citato Fatih Akin, quest’opera oscilla più volte verso il secondo terminale. Le spigolosità della trama, pur presenti, restano quasi sempre fuori campo, mentre tutti i personaggi hanno un che di studiato e volutamente semplificato: il protagonista in particolare, ragazzone che incarna in modo quasi letterale lo stereotipo del rocker mai cresciuto, che dribbla (male) i guai per non accettare le responsabilità della vita adulta, è costruito dalla sceneggiatura come una summa di tratti con cui lo spettatore occidentale possa essere in grado di empatizzare; lo stesso attaccamento per il quadrupede Jimi, con la smaccata dialettica tra la società animale e quella umana, rivela la voluta semplicità dell’approccio alla materia.

Eppure, col suo passo e la sua levità di tono, con le sue semplificazioni di sguardo sui personaggi (ma non sulla tematica più generale) Torna a casa, Jimi! trova il suo modo di funzionare. Se è vero che il regista fu indotto a dirigere il film dopo un giro nella metà settentrionale di Nicosia, con l’attraversamento di un paesaggio che gli appariva tanto familiare quanto alieno, questo mood viene colto efficacemente e restituito dallo schermo, nella rappresentazione di un’alterità che è specchio deformante in cui il protagonista (e con lui, dall’altra parte, i suoi due compagni) ha paura a guardarsi. Il viaggio alla ricerca di Jimi, e la piccola odissea per il suo ritorno, divengono occasione di riflessione – fortuita quanto provvidenziale – su un senso di appartenenza che Yiannis aveva fatto di tutto per elidere; una messa tra parentesi di una parte dell’identità, che viene irrisa nel momento stesso in cui il richiamo della casa natale, usurpata da un’altra presenza apolide (e da un’altra identità incompleta), si fa sentire con tutta la sua urgenza. Il confronto forzato coi due compagni di ricerca, persino quello con l’improbabile spacciatore che traffica in uomini, animali e droga al confine, diventa riappropriazione del sé e insieme voglia di guardare oltre: poco importa che la sceneggiatura, per descriverne gli esiti, ricorra a qualche schematismo, a un umorismo a tratti sopra le righe, a qualche quadretto fin troppo ben confezionato (il dialogo tra i tre sul tetto).

Il ritorno a casa di Jimi, che nel titolo internazionale è espresso con un più calzante Smuggling Hendrix, mantiene la sua doppia natura di quest ironica e lieve, da fiaba contemporanea, e di divertita e un po’ amara ricognizione su un mondo che costringe paradossalmente a farsi smuggler (contrabbandieri) di ciò che già si possiede: che sia ciò un cane, un amore perduto, o un’identità difficile da ricomporre. E nella conclusione, fortunatamente, il fuori campo viene usato con sorprendente consapevolezza, in una scena il cui carattere fiducioso e quasi “liberatorio” non disturba affatto.

Info
Il trailer di Torna a casa, Jimi!
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