Il ragazzo che diventerà re

Il ragazzo che diventerà re

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Il ragazzo che diventerà re è il secondo lungometraggio diretto da Joe Cornish, a otto anni di distanza da Attack the Block; un’avventura fantasy ad altezza bimbo per tornare una volta di più sul mito di Re Artù. Forse un’occasione sprecata, ma con momenti godibili.

La spada nel cantiere

Alex è un ragazzo di dodici anni che scopre la spada di Excalibur. Il potere che gli dà la spada è qualcosa di straordinario e cerca di sfruttarlo per risolvere i problemi quotidiani della sua vita. I guai iniziano quando Morgana arriva direttamente dal Medioevo per distruggere il mondo. [sinossi]

Il ragazzo che diventerà re, nonostante un utilizzo tutt’altro che parco degli effetti digitali, possiede un’anima artigianale che resiste con strenuo orgoglio all’avanzare della modernità. È questo l’aspetto più interessante, e anche il più filologico sotto certi punti di vista, del secondo film da regista di Joe Cornish. Un film sul quale era lecito riporre ben più di un’aspettativa visto e considerato che otto anni fa, nel 2011, Attack the Block – Invasione aliena mandò in sollucchero la critica in ogni angolo del globo. Da allora però sembrano essere trascorse intere ere geologiche, anche per quel che concerne l’immaginario fantasy. Ed ecco che Il ragazzo che diventerà re si rivela un clamoroso insuccesso al botteghino anglofono, con una trentina di milioni di dollari raggranellati, un’inezia rispetto ai sessanta che la produzione aveva allestito per quello che doveva essere un successo annunciato, in grado di portare in sala frotte di adolescenti e bimbi in fase pre-puberale. Previsione dunque non rispettata, e che potrebbe aprire riflessioni anche non banali sull’immaginario contemporaneo, sulle attese/pretese del pubblico adolescente, sul concetto sempre in via di evoluzione del film “per bambini”.
Cornish, rispetto anche alla sua precedente regia – nel corso degli anni ha collaborato alla stesura degli script de Le avventure di Tintin – Il segreto dell’unicorno di Steven Spielberg e Ant-Man di Peyton Reed –, sembra sentirsi meno a suo agio nel fondere tra loro anime cinematografiche così diverse come l’action, l’horror, il fantasy e il film per i più piccoli. Non osa più di tanto, tenendosi in disparte e riservandosi di fatto solo qualche colpo di testa, improvviso quanto spesso improduttivo.

Non è male l’idea di riappropriarsi del mito fondativo dell’intera Britannia, quello di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda (La spada nella roccia ed Excalibur restano un mondo a parte), ed è ancora più brillante l’intuizione di sradicare la leggenda dalle brume del tempo per trascinarla all’oggi, in un mondo di plastica in cui il vecchio è un disvalore. L’occhio di Cornish si aggira dalle parti di Sam Raimi, ma il regista inglese non sa scrollarsi di dosso con forza le scorie delle produzioni odierne, e il suo racconto finisce per fermarsi a metà del guado, smarrendo sia il potenziale strettamente cinefilo – con gli effetti speciali succitati che avrebbero meritato un trattamento diverso, più materico e meno immateriale – sia parte consistente dell’epica. Resta il sottotesto suburbano e sottoproletario, la narrazione di una Gran Bretagna multiculturale ma impoverita da scelte sociali e politiche deteriori.
Il ritorno al mito di Artù è nei fatti una messa alla berlina della classe politica attuale ma anche e soprattutto della monarchia, che potrebbe (dovrebbe?) essere spazzata via dal piccolo e bullizzato Alex, in grado di ripetere l’atto mitico ed estrarre la spada nella roccia, per l’occasione in un cantiere dove verranno costruiti alloggi di lusso che il ragazzino e i suoi compagni di classe potranno vedere solo a debita distanza.

C’è dunque un’idea anche politica – seppure un po’ confusa, a ben vedere: non si potrebbe auspicare una democrazia che superi una volta per tutte l’immagine della monarchia, per di più per elezione “superiore”? – che però come il resto si annacqua in gran parte in un racconto un po’ paludoso, dal ritmo scostante e dall’ispirazione ballerina, ondivaga, episodica. La verità è che nonostante tutte le buone intenzioni e alcune sequenze ben calibrate Il ragazzo che diventerà re gira a vuoto, semplificando sempre la matassa per venire incontro al pubblico dei più piccini. Di fatto sottostimandone le capacità di stratificazione. Come già scritto non mancano i momenti godibili, ma si finisce per confonderli con il resto. Con la sua secchezza espositiva, e la sua postura punk, Attack the Block era su un altro livello, meno mitico ma ben più cinematico.

Info
Il trailer de Il ragazzo che diventerà re.
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