Cyrano mon amour

Cyrano mon amour

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Una levigata ma piacevolissima ricostruzione della genesi del Cyrano de Bergerac, opera teatrale più rappresentata e amata di tutta la storia francese, il cui spirito rivive in Cyrano mon amour, un film garbato e divertente, aperto alle sorprese che solo l’arte immortale può portare con sé.

L’effimero e il concreto

Dicembre 1897, Parigi. Edmond Rostand è un giovane drammaturgo dal talento geniale, ma sfortunatamente tutto ciò che ha scritto finora è stato un flop e da due anni a questa parte è afflitto dal blocco dello scrittore. Ma grazie alla sua ammiratrice Sarah Bernhardt, Rostand conosce il più celebre attore del momento, Constant Coquelin, che insiste nel voler recitare nella sua prossima commedia e vorrebbe farla debuttare in sole tre settimane. C’è però un piccolo problema: Rostand non l’ha ancora scritta! La sola cosa che conosce è il titolo: «Cyrano de Bergerac». [sinossi]

Edmond Rostand è un nome che probabilmente dirà poco a una grossa fetta di pubblico italiano e non è affatto un caso se il titolo originale del film d’esordio di Alexis Michalik (semplicemente Edmond) sia stato tradotto in italiano con il più eloquente ed empatico Cyrano mon amour. La storia dell’uomo dietro il più celebre e rappresentato successo teatrale francese, una figura ovviamente popolarissima tra i cugini d’Oltralpe, ha però dell’incredibile e questa ricostruzione degli eventi che portarono alla genesi dell’immortale Cyrano de Bergerac, collocata nella Parigi della fine dell’Ottocento, gli rende appieno giustizia (la commedia in cinque atti sul celebre spadaccino dal naso enorme fu inscenata per la prima volta il 28 dicembre del 1987, al Théâtre de la Porte-Sain-Martin di Parigi).

Cyrano mon amour può ricordare da vicino Dickens – L’uomo che inventò il Natale, per modalità espressive ed esigenze esplicative, si muove in un contesto storico in cui il teatro viene definito prossimo alla sparizione e il cinema è ancora un vagito lontanissimo, un marchingegno considerato precario, sulla cui longevità in pochi sono disposti a scommettere. In tale momento di transizione si muove Rostand, senza una lira in tasca da puntare su niente e su nessuno (men che meno su se stesso) e con addossi i dubbi e l’insoddisfazione tipiche di tanti artisti che non immaginano nemmeno cosa li aspetta dietro l’angolo: il suo ultimo spettacolo, La princesse lontaine, è stato un fiasco colossale a dispetto della presenza della diva Sarah Bernhardt, sua grande amica, e la sua vita privata e professionale è affogata nei debiti e nell’indigenza.

Il Rostand interpretato dal giovane Thomas Solivérès è un poeta che si cimenta nel Cyrano senza troppe attese, pur sapendo che quest’opera rappresenta per lui l’ultima spiaggia e che molto probabilmente non avrà altre possibilità per sfondare e far parlare di sé. Ondeggia in un universo caotico e poco accogliente, a dispetto della leggiadria con cui il film lo rappresenta: un sottobosco di uomini di teatro e figure di contorno che si susseguono senza soluzione di continuità sullo schermo, delineando un panorama multiforme e vanesio, in cui le parole scorrono senza sosta e la volatilità dell’arte s’impone in tutta la sua frammentaria, per quanto ritmata, incertezza.

Ha una confezione in tutto e per tutto levigata e accogliente, Cyrano mon amour: anche i contrasti più evidenti sono smussati dal garbo e dall’ironia e il racconto della vita di Edmond, a cavallo della scrittura del testo che diventerà il più rappresentato e replicato della storia di Francia, è restituita con una semplicità che limita gli svolazzi e preferisce il dettaglio curioso, la piccola battuta in grado di sintetizzare un’idea molto più grande con brio ed efficacia e naturalmente anche la raccolta di figurine d’epoca: dalla già citata Bernhardt interpretata da Clémentine Célarié al “più grande attore del momento”, quel Costant Coquelin che ha il volto di Olivier Gourmet e scalpita per prendere parte al Cyrano, probabilmente intravedendo qualcosa che a molti altri, Edmond compreso, sfugge ancora.

Nella corsa contro il tempo che è stata la scrittura del Cyrano si respira a pieni polmoni tutta l’imprevedibile eccitazione del fare arte, ben rappresentata dalla dolce frenesia del film: un’equazione d’impossibile risoluzione, in cui i conti (anche e soprattutto quelli in tasca) non sembrano mai tornare e l’irruzione del fantastico è sempre dietro l’angolo, magari acquattata dietro il sipario di un teatro, pronta rimescolare le carte e a intrecciare gli equilibri della vita e della scena.

Si può pensare anche a Shakespeare in Love di John Madden, vedendo Cyrano mon amour, ma la cifra che Michalik sceglie, adattando la sua stessa pièce teatrale del 2016 di grande successo in Francia, è quella della piacevolezza e della schermaglia, della capricciosità e del salutare imprevisto. I suoi eroi del palcoscenico, a cominciare da Edmond per arrivare ai faccendieri e ai mestieranti più minuscoli, sono all’apparenza sgangherati e male in arnese, ma ad animarli c’è una passione buffa e irriducibile, così profonda da riuscire a rovesciare perfino la componente effimera che ogni gesto creativo porta con sé, da sempre e per sempre.

Info
Il trailer di Cyrano mon amour.
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