La caduta dell’impero americano

La caduta dell’impero americano

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Mix sagace di commedia e caper movie, La caduta dell’impero americano segna il ritorno di Denis Arcand – premio Oscar per Le invasioni barbariche – e della sua indomita verve polemica.

Pecunia non olet

Pierre-Paul ha 36 anni e nonostante un dottorato in filosofia deve lavorare come fattorino per tirar su uno stipendio appena decente. Un giorno, durante una consegna, si ritrova suo malgrado sulla scena di una rapina finita male, che lascia sull’asfalto due morti e altrettanti borsoni pieni di soldi. Cosa fare? Restare a mani vuote o prenderli e scappare? Il dubbio dura una frazione di secondo, giusto il tempo di caricare il malloppo sul furgone. Ma i guai sono appena iniziati: sulle tracce del denaro scomparso, infatti, ci sono due agenti della polizia di Montreal ma soprattutto le gang più pericolose della città. Per uscire da un sogno che rischia di diventare un incubo, Pierre-Paul dovrà fare gioco di squadra con un team di improbabili complici: una escort che cita Racine, un ex galeotto appena uscito di prigione e un avvocato d’affari esperto di paradisi fiscali. Insieme, scopriranno che i soldi non danno la felicità… o forse sì? [sinossi]

Difficilmente una persona colta e intelligente raggiunge il successo e con esso la correlata ricchezza. Inizia così, con questo assioma, accompagnato da una documentata serie di esempi – tra i citati figurano Trump e Berlusconi -, La caduta dell’impero americano, terzo capitolo, dopo Il declino dell’impero americano (1986) e il premio Oscar Le invasioni barbariche (2002) della trilogia dedicata al capitalismo statunitense (e non solo) firmata dal regista quebecois Denis Arcand.

Protagonista di questa nuova declinazione delle conseguenze del sistema economico imperante è Pierre-Paul Daoust (Alexandre Landry) un giovane laureato in filosofia che per campare dignitosamente fa il corriere, professione tra le più richieste e sfruttate nell’era delle consegne a domicilio sempre più rapide e appaganti. Dopo essersi lasciato con la fidanzata cassiera in un istituto bancario – la donna anela a un compagno di vita meno petulante e più “concreto” -, il ragazzo, proprio durante una consegna, è testimone di una rapina. Le persone coinvolte nel fattaccio muoiono o fuggono via, lasciando sulla scena del crimine due borsoni carichi di denaro. Pierre-Paul non esita a lungo: carica il malloppo sul suo camioncino e si allontana. E non ha dubbi nemmeno sulla prima cosa da fare con quei soldi: assoldare una escort d’alto bordo che si fa chiamare Aspasia e cita Racine (Maripier Morin), dalla quale non si separerà più. Per gestire poi la refurtiva arruola un ex truffatore motociclista appena uscito di prigione (Rémy Girard). Mentre una coppia di sbirri sempre più sospettosa inizia a pedinarlo senza sosta. Per risolvere la situazione e ripulire il denaro che scotta, Aspasia si rivolgerà poi a un suo vecchio amante, il banchiere Taschereau (Pierre Curzi) che fornirà all’insolito terzetto, e allo spettatore, una rapida spiegazione di come far rimbalzare dei soldi da una nazione all’altra, fino a farli diventare così lindi che più lindi non si può.

Apologo morale, seppur dagli esiti incerti e contraddittori quanto a rettitudine etica, sulla pecunia e il sistema finanziario che la muove, shakerandola senza sosta per la gioia di una fortunata oligarchia, La caduta dell’impero americano mescola con sagacia commedia e caper movie, scorrendo rapido e con verbose staffilate di brillante satira sociale. Il ritmo appare a tratti forsennato e vive al suo interno di un gioco ben calibrato di cliché e contro cliché, per cui la prostituta non si rivela, come è lecito aspettarsi, un’infida dark lady, il criminale non ha voltafaccia, il banchiere non è un delatore.
L’unione degli individui può redimere il denaro (tra l’altro sottratto a losche attività malavitose), questo sembra volerci dire Arcand, il cui reale obiettivo è però quello di scatenare riflessioni sulla contemporaneità e le sue contraddizioni, mentre ci elargisce il suo neo-moralismo, severo ma anche guascone, di certo ben documentato per quanto pertiene il versante dell’alta finanza, ma privo di un tedioso indottrinamento proprio perché animato da una costante vis polemica.
E così, inanellando citazioni filosofiche, ora da Aristotele «La fortuna è correlata alla felicità», ora da Wittgenstein «Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere», La caduta dell’impero americano punta a mostrare, attraverso le vicissitudini scaturite da un casuale esproprio proletario, una strada possibile al socialismo. Certo la meta è lontana, tanto vale ripartire da un fattorino, una escort e un truffatore.

Questa cellula del neo socialismo postulato da Arcand poteva in fin dei conti avere anche una differente composizione e il senso sillogistico della sua parabola non sarebbe cambiato. Perché se la prostituta e il criminale rimandano a un immaginario western, da sempre – specie nella cultura statunitense, ma per traslato anche in quella canadese – metafora di una purezza perduta, l’antieroe che fa il corriere a sua detta «per poter guadagnare di più rispetto a un docente universitario», avrebbe potuto benissimo fare proprio quest’ultima professione o magari anche il giornalista, il poeta, o il cineasta o qualsiasi altra professione di un settore in crisi, e il senso del film non sarebbe cambiato.

E d’altro canto anche questa scelta della professione assegnata al protagonista avrebbe poi meritato maggiore spazio, e persino un film a sé, in questi tempi un cui il corriere rappresenta il vero motore, proprio in senso fisico, reale, e talvolta quasi “cristologico” di un’economia di mercato che pare vivere oggi soprattutto di ordini on line e consegne a domicilio.
Quanto poi alla “caduta” a cui fa riferimento il titolo, Arcand sembra voler suggerire, forse occhieggiando troppo fugacemente a movimenti come il metoo, che questa possa avvenire in seguito a uno scandalo sessuale. Ma data la brevità con cui il tema appare sullo schermo, non è dato saperlo con certezza.

Nonostante il suo spirito analitico così accurato e pungente La caduta dell’impero americano nelle conclusioni sembra dunque mancare il bersaglio, perdere l’equilibrio, nascondendo il suo basculare dietro l’esibita superiorità intellettuale.
Ma è forse futile criticare La caduta dell’impero americano per ciò che non è, meglio invece apprezzarne quel tentativo di razionalizzare la contemporaneità nel suo svolgersi, lasciando elucubrazioni teoriche più articolate ai posteri. La contraddizione d’altronde fa parte della dialettica e questo film, sembra volerci dire Arcand, è solo uno dei possibili sillogismi sul mondo di oggi. Quanto alla dialettica, così come le possibili evoluzioni del capitalismo, essa può continuare. Anche in eterno.

Info
Il trailer di La caduta dell’impero americano.
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