Ancora un giorno

Ancora un giorno

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Ispirato a un reportage sulla guerra civile in Angola scritto nel ’76 dallo scrittore polacco Ryszard Kapuściński, Ancora un giorno mescola documentario e animazione con una certa inventiva, rischiando però di incappare in superficialità coreografica.

La guerra è finita

«Fai in modo che non ci dimentichino». È questo l’imperativo che risuona nella mente del reporter Ryszard Kapuściński mentre percorre le strade sterrate e i villaggi dell’Angola in piena guerra civile per raccontare al mondo le storie di chi sta vivendo quei tragici giorni… [sinossi]

Lavorare sulla memoria è un compito tutt’altro che agevole e sempre, in qualche modo, generoso. Così non si può negare allo spagnolo Raúl de la Fuente e al polacco Damian Nenow il merito di essersi assunti l’onere con Ancora un giorno di raccontare una pagina dimenticata della storia recente, quella della guerra civile in Angola, che vide contrapporsi forze comuniste locali alleate con Cuba e con l’URSS a quelle capitaliste foraggiate dagli Stati Uniti e dal Sud Africa dell’apartheid. Il tutto filtrato dalla penna del reporter e scrittore Ryszard Kapuściński, anche lui polacco, che scrisse all’epoca un celebre reportage dal fronte, e messo in scena in un curioso e interessante esperimento in cui i due registi hanno mescolato – e, in qualche modo, volutamente fatto confliggere – reportage, documentario, interviste filmate e virtuosistiche animazioni. Ma, in casi come questi, in cui le dinamiche storiche sono state rimosse e immediatamente rilette, come sempre accade, dai vincitori, riprendere in mano delle pagine sbiadite dal tempo – anche se ciò viene fatto con tutta la creatività audiovisiva che mette a disposizione il cinema – è impresa ben ardua.

Così, de la Fuente e Nenow scelgono in Ancora un giorno di sottacere il più possibile le dinamiche e i conflitti politici, in modo del tutto legittimo, sia chiaro, ma esagerando forse un po’ troppo nei sottintesi, visto che solo dopo un po’ di tempo diventa chiaro da quale parte dei due fronti contrapposti si sia trovato Kapuściński, e cioè da quello comunista. E, data la situazione politica mondiale in cui sostanzialmente il comunismo è criminalizzato un po’ ovunque (ed è in ogni caso il vinto per eccellenza), questa reticenza pare quantomeno leggermente sospetta, perlomeno non obiettiva. Ma, si dirà, il cinema ha bisogno di uomini e di corpi, di lacrime e sangue, di sentimenti e di storie, più che della didattica, come d’altronde anche la letteratura, e infatti in Ancora un giorno, sulla scorta proprio dello stile giornalistico e narrativo di Kapuściński, queste caratteristiche le si ritrovano, soprattutto nella figura della coraggiosa e tragica figura dell’eroina Carlota, decisa e imperiosa, ma dal cuore tenero, che purtroppo morì troppo giovane. Quel che un po’ manca, sotto questo aspetto della ‘carne’ viva del racconto, è proprio il protagonista, la voce narrante, vale a dire lo stesso Kapuściński, che viene presentato all’inizio del film, nella parte in animazione, come una sorta di anti-eroe hard-boiled e il cui peso evapora troppo presto per strada, sia per una scrittura filmica indecisa sulle direzioni da prendere (al di là della morte di Carlota, che tra l’altro arriva ben presto, sono pochi gli eventi su cui costruire una narrazione), sia per una introspettività poco sviluppata. E allora anche le testimonianze reali – e qui siamo sul lato documentaristico e da reportage -, chieste a chi conobbe lo scrittore all’epoca, spostano un po’ troppo il discorso sull’agiografia dell’uomo Kapuściński finendo così per tralasciare lo sviluppo del suo personaggio.

In questa sua esibita generosità, Ancora un giorno finisce per essere dunque un po’ troppe cose, senza mai trovare davvero una chiave, se non forse nella bellezza dell’animazione e in certe soluzioni totalmente visionarie, come ad esempio quando il corpo di Carlota si fa madre terra martoriata. E non aiuta, anzi debilita ulteriormente il risultato la scelta dell’inglese come lingua comune, quando meglio sarebbe stato rispettare la filologia linguistica, il polacco per il reportage di Kapuściński e il portoghese per gli angolani, scegliendo magari di utilizzare l’inglese solo nei momenti in cui l’uno si relazionava con gli altri. Ed è curioso che l’internazionalismo di un tempo, qui identificabile nelle lotte di liberazione e auto-determinazione africane tipiche degli anni ’70, si traduca oggi in una co-produzione internazionale, come è quella alla base di Ancora un giorno (non solo Polonia e Spagna, ma anche Belgio e Germania sono i paesi produttori del film), che rischia di appiattire troppo il discorso, sia usando l’inglese come presunta lingua madre del linguaggio cinematografico (perché ormai nei pitch, nei workshop e nei festival si usa solo l’inglese), sia facendo ricorso a così diverse tecniche di racconto che, se da un lato possono incuriosire, dall’altro potrebbero anche essere il risultato di un’indecisione espressiva.

Info
Il trailer di Ancora un giorno.

 

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