Sarah & Saleem

Sarah & Saleem

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Sarah & Saleem è l’opera seconda del trentaquattrenne palestinese Muayad Alayan; uno sguardo sul conflitto israelo-palestinese da un’angolazione insolita, che parte dall’intimità per allargare il discorso fino a sfiorare dimensioni kafkiane. Vagamente didascalico, ma non privo di forza espressiva.

Non drammatizziamo… è solo questione di corna

Sarah, israeliana, gestisce un bar a Gerusalemme, ha una figlia piccola di nome Flora e un marito nell’esercito. Saleem, palestinese, fa consegne di pane, ha una moglie incinta e problemi ad arrivare a fine mese. I due s’incontrano, si piacciono, intraprendono una relazione clandestina che si consuma con cadenza settimanale nel furgone di lui. Basta una rissa in un pub a Betlemme ad accendere la miccia, ne esploderà un’indagine più politica che privata in cui tutti sono contemporaneamente colpevoli e innocenti. [sinossi]

Sarah & Saleem è il secondo lungometraggio diretto dal palestinese Muayad Alayan, classe 1985; il suo esordio del 2015, Amore, furti e altri guai, trovò anche una rapida distribuzione in Italia dopo essere stato presentato alla Berlinale, grazie a Cineclub Internazionale. Per quanto siano diversi il budget a disposizione e ancor più la maturità espressiva del regista, i due film hanno in comune la volontà evidente di ragionare sul conflitto israelo-palestinese da una prospettiva se non nuova almeno non usurata. Nel suo esordio Alayad inscenava il tragico microcosmo mediorientale attraverso suggestioni di genere, giocando col buddy movie e con l’action, col thriller e con la commedia rocambolesca e al limitar del picaresco. In Sarah & Saleem, invece, il discorso si fa più sfumato, complesso, e meno ludico. Il giovane regista palestinese parte dalla più canonica delle situazioni melodrammatiche: un uomo e una donna, entrambi sposati (lei con una figlia, lui con la moglie in piena gravidanza), sono impegnati in una relazione extraconiugale. Saleem, che è palestinese, lavora come facchino e consegna le merci nel bar gestito da Sarah, israeliana; i loro rendez-vous erotici si risolvono tutti nel furgoncino con cui lavora l’uomo, in incontri serali abbastanza rapidi per quanto metodici e strutturati. Ovviamente la differenza etnica, che è anche differenza di censo e di possibilità, di per sé allarga la visuale a scenari prossimi al mood shakespeariano. Ma Alayan ha l’intelligenza di rifuggire ben presto le lusinghe classiche, e di evitare di trasportare la “bella Verona” dalle parti di Gerusalemme. Non è in quella direzione che si articolerà il discorso di Sarah & Saleem, perché non è d’amore che si sta discettando.

Quando a Saleem viene la non troppo brillante idea di andare a bersi una birra con l’amante in un pub di Betlemme, al di là del muro costruito sotto l’egida di Ariel Sharon, e quest’ultima nonostante il goffo tentativo di farsi passare per olandese viene scoperta, la situazione precipita rapidamente. Non tanto per via del fatto che i rispettivi coniugi potrebbero venire a conoscenza del tradimento subito, ma perché il tutto si trasforma in un vero e proprio affare di Stato, con Saleem che si vede “trasformato” in spia al servizio dell’intelligence palestinese e arrestato, e Sarah che viene posta dal marito (militare che sta cercando di scalare le posizioni di comando e che è completamente dedito alla causa) di fronte a un dilemma morale. Sceglierà di voltare le spalle a Saleem, che rischia molti anni di carcere senza colpa alcuna se non quella di possedere un’intelligenza limitata, o metterà a rischio il suo benessere familiare?
Tra queste due opzioni si muove la narrazione orchestrata in fase di sceneggiatura dal fratello del regista, Rami: ne viene fuori un vero e proprio inferno kafkiano, fatto di accuse risibili e risposte altrettanto deliranti. È qui che Sarah & Saleem dimostra le sue migliori potenzialità, come la grottesca escalation che fa dell’adultero Saleem un eroe popolare per la popolazione palestinese, che vede in lui il simbolo della resistenza contro le angherie israeliane.

Là dove il film si inceppa è semmai nella ricerca sistematica di una messa in scena che racconti la quotidianità di Gerusalemme e della Cisgiordania a uso e consumo della borghesia occidentale, e in particolar modo europea. Non è ovviamente un caso che il film sia stato reso possibile dai fondi di investimento sul cinema europei, a partire da Rotterdam ma anche dalla Mostra di Venezia. Non si tratta di colonialismo culturale – problema riscontrabile altrove, in altre operazioni produttive – ma di un livellamento della proposta possibile. Una standardizzazione dei temi e dei modi attraverso cui rappresentarli che produce a lungo andare un’autocensura permanente, con i registi che seguono percorsi simili tra loro perché sanno in quel modo di poter intercettare l’interesse di chi può venir loro in soccorso elargendo denaro. Un corto circuito che avviluppa anche Alayan e il suo film, per quanto non manchi l’ispirazione e non si avverta la tensione verso una maggiore e più concreta libertà espressiva.

Info
Il trailer di Sarah & Saleem.
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