Promise of the Flesh

Promise of the Flesh

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Promise of the Flesh è uno dei capolavori di Kim Ki-young, un viaggio nella psiche femminile e in una società maschile e violenta. Nella retrospettiva “I Choose Evil” al Far East di Udine.

Istinti e istituzioni

Corea del Sud, anni Settanta. Come ogni anno una donna prende un treno per recarsi nella città costiera di Yeousu con la vana speranza di incontrare un uomo che, però, non si presenta mai. Durante uno di questi viaggi la donna ricorda la sua storia e il suo tormentato rapporto con il mondo maschile, che l’hanno portata a scontare sette anni di galera… [sinossi]

Affilato e durissimo, Promise of the Flesh (1975) è il ventesimo titolo della filmografia del regista Kim Ki-young, storico cineasta sudcoreano morto nel 1998, il cui lavoro più noto resta probabilmente The Housemaid (1960) e che molto si è concentrato sul ruolo della donna nel suo Paese e, più teoreticamente, sulla femminilità in relazione alla mascolinità, sulla riscrittura dell’istinto e degli impulsi, differente per i due generi a causa delle convenzioni che li avviluppano quando non delle ferali regole che li costringono. Promise of the Flesh è un esempio fulgido sia della capacità concettuale del regista sia della sua potenza espressiva, che il pubblico del Far East di Udine ha avuto la possibilità di ammirare all’interno della retrospettiva “I Choose Evil” dedicata ai film che, durante gli anni più bui della dittatura militare in Sud Corea, si sono occupati di “fuorilegge”, di outsider, di non allineati.
Istintivamente non allineata è infatti la protagonista del film, Hyo-soon (Kim Ji-Mi), che non riesce proprio ad aderire a quel che la società chiede a una donna: essere oggetto sessuale, sposarsi, riprodursi e dedicarsi ai figli. Magari prendere un po’ di botte. Gli assalti erotici di uomini sempre volgarissimi e animaleschi la disgustano, le menzogne profuse in continuazione per possederla in un modo o nell’altro la umiliano, gli obiettivi matrimoniali più prossimi all’accoppiamento di due bestie che alla cura tra due persone la disorientano. Del resto, in Promise of the Flesh il regista molto sapientemente non rappresenta null’altro che questo nella prima disturbante parte del film, in cui Hyo-soon ricorda attraverso un monologo interiore e le proprie immagini mentali il percorso assai accidentato che l’ha portata a prendere, come ogni anno, un treno per raggiungere Yeosu sperando di incontrare un uomo che, evidentemente, per lei significa qualcosa di più di un tentato stupro. Il film è un lungo flashback, inizialmente strutturato per episodi/memorie che la protagonista ritiene salienti (forse perché particolarmente brutali) fino a ricomporsi in una seconda parte completamente differente visto che si tratta di una lunga, splendida, sequenza prevalentemente ambientata su di un treno. In questa parte la psicologia della donna si approfondisce, le relazioni sociali si esplicitano attraverso pochi indizi di pregevole acume, la trama si chiarisce totalmente. All’inizio, mentre Hyo-soon sale sul treno come ogni anno nello stesso giorno, non sappiamo che è un’ex detenuta, finita in galera per aver ucciso un uomo durante un rapporto sessuale. Solo in seguito, nella parte più unitaria e internamente composita, capiremo il significato delle sordide sortite gettate in scena nella prima metà di Promise of the Flesh. Che dunque, così, rivela pienamente la sua solidissima compiutezza narrativa.

La dicotomia strutturale trova una rispondenza molto precisa nelle relazioni rappresentate: la prima parte mostra una donna destinata a essere sottomessa da una sistema di uomini dominanti per consuetudine, tutti comunque ridotti a un ammasso di impulsi bestiali e bisogni primordiali, poco evoluti e mai educati a evolversi, destinati semmai a congiungersi in matrimoni che assomigliano a modalità di difesa per bestie spaventate; la seconda parte chiama in causa invece la società regolatrice che “guida” dall’alto, i rappresentanti dell’ordine che devono ricondurre alla norma i casi divergenti, gli spostati e forse anche i sognatori. La seconda lunga sequenza è infatti il viaggio che Hyo-soon fa con la sua guardia carceraria, dopo 5 anni di galera, per andare a Yeosu sulla tomba della madre morta. In un certo senso è proprio la sua accompagnatrice, una donna che a differenza di Hyo-soon lavora ed è sposata, a tessere i giochi che porteranno la protagonista a conoscere un giovane e a fidarsi di lui, tornando così a ritrovare un bandolo di speranza nel suo rapporto con il mondo maschile. La sinfonia orchestrata da Kim Ki-young nella seconda metà del film coinvolgerà poi altri tutori dell’ordine, per un momento tutti “uniti” e concordi nell’ordire una relazione tra la protagonista e un uomo, tale da ripristinare nella donna un meccanismo che si era inceppato, spingendola tra le braccia di un ritrovato “sogno”. E poco importa che il gioco sia autentico o meno: quel che conta per il corpo sociale, rappresentato non a caso dalle istituzioni punitive – il carcere e la polizia –, è che la protagonista ritrovi un proprio ordine nel caos del desiderio, una menzogna accettabile per poter uscire dalla galera quarantenne e magari diventare la brava moglie di un vedovo con prole. Per tornare, insomma, a rivestire il proprio compito di donna nella società. Nella prima parte di Promise of the Flesh l’impulso sessuale è messo in scena come un mai progredito istinto animale; nell’altra il lavorio della repressione sociale riporta alla regola il desiderio e alla mansuetudine chi non si è conciliato. Se le prima parte di Promise of the Flesh potrebbe sembrare un susseguirsi di scene degne di un nipponico pinku o persino di un “eroticarello”, alla fine il film si rivela una tragica parabola (che, facendo un parallelismo con il cinema europeo, può portare alla mente persino il coevo cinema di Fassbinder) sulla repressione dell’individualità in una struttura sociale che non vuole alcun elemento dissonante, alcuna fuga dal tracciato. Splendido, in questo senso, è il modo con cui il regista gestisce il rapporto tra Hyo-soon e la sua guardia carceraria, capace con pochissimi elementi di costruire una relazione psicologica che va dallo stretto controllo del carnefice a forme di pelosa benevolenza e solidarietà, ugualmente volte a indurre la protagonista alla calma. Mirabile e desolante l’insistente dettaglio delle caramelle che la guardia continua a offrire a Hyo-soon per tutto il viaggio in treno, e che conducono quella che potrebbe apparire una relazione amichevole a una forma di subalternità simile in tutto al padrone che dà una zolletta di zucchero al cavallo, un premio al cane, per ridurlo alla tranquillità e dominarne la natura animale.

Remake di Late Autumn (1966) film perduto e invisibile di Lee Man-hee, il bellissimo Promise of the Flesh è solo apparentemente bizzarro o rapsodico: al contrario è un lavoro puntualissimo sul rapporto tra istinti e istituzioni, e sul difficile addomesticamento di chi non aderisce a una norma accettata. Inserito nel contesto dell’epoca, ovvero in quegli anni Settanta in cui la dittatura militare sudcoreana raggiunse un notevole livello di repressione, il lavoro di Kim Ki-young assume anche una valenza politica, nel suo sguardo pessimistico rivolto a una società totalmente asfissiante dai vertici al pullulare dei bassifondi. Film di notevole vivacità espressiva, Promise of the Flesh inquadra sia all’inizio che alla fine i tetri e grigi binari ferroviari di Seul, con gli altrettanto tetri palazzi che li circondano, come se ogni movimento fosse destinato a ritrovare una staticità mortuaria. La fotografia si immerge nelle situazioni della vita di Hyo-soon con colori saturi, particolari che esplodono in percezioni spaventate o distorte, luci soffuse in squallidi bar e rari momenti di esterni giorno, senza preoccuparsi mai di condurre per mano lo spettatore in una narrazione lineare o in una messa in scena naturalistica. Zoom, cromatismi impossibili, treni in corsa e battute che sembrano non trovare una collocazione, convergono invece a disegnare un’opera strutturatissima e teorica, puntualissima in ogni dettaglio e in cui davvero niente è lasciato al caso ma tutto rientra nella ben chiara volontà del regista di scandagliare il proprio oggetto, realizzando un lavoro di grandissimo valore cinematografico.

Info
Promise of the Flesh sul sito del Far East.
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