Return to Mount Kennedy

Return to Mount Kennedy

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Presentato in concorso al Trento Film Festival 2019, Return to Mount Kennedy di Eric Becker racconta una scalata che ne rievoca un’altra di cinquant’anni prima, che vide protagonisti l’alpinista Jim Whittaker e il senatore Robert Kennedy, alla conquista di una vetta nello Yukon intitolata al presidente Kennedy a pochi anni dalla sua morte. Un film dove rivive il mito della nuova frontiera, insieme all’amore per la wilderness e alla cultura grunge.

La nuova frontiera sulle montagne

Nel 1965 Jim Whittaker, il primo americano ad aver raggiungo la vetta dell’Everest, condusse il senatore Robert Kennedy alla prima salita di una remota montagna nello Yukon, intitolata al defunto presidente John Fitzgerald Kennedy, suo fratello. Cinquant’anni dopo, i figli dei membri del team originario – uno sguaiato ex manager di gruppi musicali come Mudhoney e R.E.M., un candidato alla carica di governatore e un giovane alpinista – si imbarcano in una spedizione per tornare su quella montagna e celebrare il legame speciale che li unisce. [sinossi]

Una lunga linea dritta che divide due nazioni, l’unica frontiera non difesa del mondo, una separazione tracciata sulla mappa e stipulata con una semplice stretta di mano. Così si dice nell’incipit del film Gli invasori (49th Parallel) di Powell e Pressburger, su titoli di testa che compaiono su un paesaggio di alte montagne, per celebrare l’amicizia e il buon vicinato tra Stati Uniti e Canada. Proprio in nome di questi storici rapporti di alleanza che, nel 1964, il primo ministro canadese Lester Pearson decise di intitolare una montagna dello Yukon al presidente statunitense assassinato a Dallas l’anno precedente. Il ribattezzato Mount Kennedy rappresentava, con i suoi 4250 metri d’altezza, la più alta vetta non ancora conquistata del Nord America. Nel 1965 venne organizzata una spedizione per risalirla, composta dal grande scalatore Jim Whittaker, il primo americano a salire sull’Everest, cui partecipò anche il fratello del presidente scomparso, il senatore Robert F. Kennedy. Cinquant’anni dopo i figli di coloro che fecero l’impresa decidono di rievocarla e replicarla, come racconta il documentario Return to Mount Kennedy di Eric Becker, presentato in concorso al Trento Film Festival 2019.

Più che documentare l’impresa, nello stile dei grandi documentari del genere, il regista racconta quei personaggi, di due generazioni diverse, che a modo loro hanno perpetuato un mito, il cui portato simbolico travalica quello meramente tecnico della scalata. Solo dopo due terzi del film infatti inizia l’arrampicata, dopo averne raccontati gli antefatti e la preparazione, che comunque non sarà seguita nel dettaglio. Mentre di quella storica, del 1965, Return to Mount Kennedy recupera sì qualche immagine inedita, con momenti conviviali di Bob Kennedy durante la scalata, che diversi dalle immagini ufficiali dei cinegiornali d’epoca commentati da una voce pomposa, che il film recupera.
Return to Mount Kennedy racconta prima di tutto di uomini, di personaggi e della loro amicizia. E racconta di due generazioni di americani che hanno, nei rispettivi tempi e nelle rispettive culture, cercato e assaporato la libertà. Jim Whittaker, provetto scalatore, primo americano a raggiungere la vetta dell’Everest, che diventa amico di RFK con cui condividerà momenti di vacanza con le rispettive famiglie. E che verrà pure coinvolto in una breve carriera politica: lo vediamo mentre dà il mesto annuncio, durante una convention, dell’omicidio dell’amico, avvenuto all’Ambassador Hotel di Los Angeles, solo tre anni dopo la scalata. E poi i figli a cominciare da Bobby Whittaker, nome importante nella scena musicale di Seattle, che fu tour manager dei Mudhoney, che i filmini privati mostrano in tanti atteggiamenti da mattacchione fuori di testa, e che ora è un grande cultore di trekking ed esplorazioni naturalistiche. E c’è Chris Kennedy, figlio di RFK, un membro un po’ sfigato della famiglia che riesce a perdere le primarie democratiche dell’Illinois nonostante il cognome altisonante.

Spaziando tra epoche diverse, mescolate e alternate nel film, con i rispettivi supporti, Return to Mount Kennedy diventa un patchwork di formati, grane, colori diversi. Eric Becker realizza anche un paradossale campo controcampo con Jim Whittaker che in un filmato in bianco e nero, scatta una foto a RFK e quella stessa foto, con il volto del senatore, la vediamo a colori. E nelle immagini contemporanee, della scalata rievocativa del 2015, il regista non si preoccupa di occultare il riflesso dell’operatore negli occhiali neri degli alpinisti. Un’estetica frammentata che corrisponde a un’opera dove convergono il mito kennedyano della nuova frontiera che corrisponde all’esaltazione della natura incontaminata, della bellezza della wilderness, in quelle alte vette innevate, come una sospensione di un mito che sarebbe finito a breve con l’uccisione anche di RFK, e tutto ciò con la cultura grunge, la scena musicale alternativa di Seattle. Non a caso nella colonna sonora compaiono tanto la strofa «Glory, glory, hallelujah!» di The Battle Hymn of the Republic, nella scena del treno che porta le spoglie di Bob Kennedy, e brani dei Pearl Jam.

Info
La scheda di Return to Mount Kennedy sul sito del Trento Film Festival.
Il sito ufficiale di Return to Mount Kennedy.
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