Attacco a Mumbai

Attacco a Mumbai

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Celebrazione un po’ retorica, ma anche macchina cinematografica pregevole sul piano spettacolare, Attacco a Mumbai di Anthony Maras sceglie la cifra del realismo, per mettere in scena uno dei più cruenti attacchi terroristici della recente storia indiana.

Trappola d’oro e di piombo

26 novembre 2008: a Mumbai, un gruppo armato jihadista prende di mira alcuni punti nevralgici della città, tra cui la stazione ferroviaria, un ristorante e tre hotel di lusso. I morti si contano a decine, la polizia è impotente. All’interno di uno degli hotel, il Taj, un gruppo di persone è asserragliato insieme ai terroristi, dando luogo a una spietata lotta per la sopravvivenza. [sinossi]

Film d’intrattenimento, tributo un po’ retorico, o resoconto cronachistico di due giornate da incubo che hanno visto decine di persone perdere la vita e una città sprofondare nel terrore: Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio può essere definito un po’ di tutto questo. Ci si può sicuramente interrogare – ed è giusto farlo – sul senso di un’operazione come quella del film di Anthony Maras, che prende uno degli eventi più drammatici della storia indiana degli ultimi due decenni e lo dà in pasto a un’industria cinematografica bulimica, che con la coproduzione hollywoodiana celebra una “vittoria” sul terrorismo islamico che è tale solo nella fantasia e negli auspici della politica occidentale; si può riflettere sulla scelta di una collocazione (uno dei tre esclusivi hotel che furono presi di mira dagli attentati) che non è certo casuale, a ribadire la celebrazione di una società classista – e di un suo singolo emblema – le cui basi vengono rafforzate dal film e dalla sua costruzione. Considerazioni extra-filmiche, che tuttavia non cancellano l’efficacia della messa in scena del film di Maras, e l’indubbia abilità della regia nella costruzione di un senso di tensione che chiama persino al coinvolgimento fisico.

Le pallottole uccidono sul serio, in Attacco a Mumbai, ogni colpo che va a segno provoca danni mortali; e il corpo individuale, di fronte all’attacco, è ben più fragile di quello sociale, capace invece di assorbire i colpi e rigenerarsi. È un concetto, questo, che il film sottolinea da subito, fin da dopo la presentazione – un po’ sbrigativa – dei vari subplot, tesa principalmente a introdurre i personaggi che saranno al centro del racconto: quando l’attacco entra nel vivo, la spietata concretezza di ciò che ci viene mostrato (a partire dalla prima sventagliata di mitra nella stazione, innegabilmente pesante pur nel suo restare fuori campo) irrompe con una forza quasi selvaggia. Le pause, con i profili degli aggressori ben visibili negli sconfinati spazi dell’albergo, rivelano la concretezza dell’orrore ancor più che i momenti di mattanza: dal momento in cui l’azione si concentra all’interno della struttura, il film dipinge un’animalesca lotta per la sopravvivenza, in cui a dominare è la consapevolezza (istintiva, presente nei nervi e nei gangli del racconto, come in quelli dei suoi protagonisti) che ogni istante può essere l’ultimo. La cifra del realismo, nella messa in scena dello scontro all’interno dell’hotel – così come nel lungo, simbolico assedio della sua area più esclusiva – è quella che più di tutte caratterizza il film, trascendendo lo schematismo dei suoi personaggi.

E non c’è, in effetti, molto spazio per le storie personali, in Attacco a Mumbai; e quel poco spazio racconta cose risapute. Un giovane cuoco (col volto dell’immancabile Dev Patel) che mette in atto azioni di eroismo fragile, con la testa sempre rivolta alla famiglia, ma il cuore capace di farsi carico delle altre vite presenti nell’albergo; il suo burbero principale, che non dimentica neanche di fronte al pericolo che “al Taj il cliente ha sempre ragione”; la coppia di ricchi turisti stranieri, incredula di fronte all’orrore ma pronta a tutto pur di proteggere il proprio bambino; il respingente uomo d’affari proveniente dall’Europa orientale, rivelatosi inaspettatamente (ma neanche tanto) capace di compiere atti di impavido altruismo. Il tutto è schematico, accennato, poco credibile nella sua esclusiva propedeuticità alla macchina emotiva messa in campo dalla regia; uno schematismo che trova l’ideale contraltare – del tutto coerente, in questo senso – nella descrizione dei giovani terroristi, a cui il film si sforza (senza riuscirci) di dare una caratterizzazione. L’aver voluto inserire nel racconto anche il punto di vista degli attentatori (di fatto, i primi soggetti mostrati in tutto il film), la scelta di non ritrarli meramente come macchine di morte senza volto – come pure sarebbe stato lecito – necessitava un minimo di caratterizzazione, che andasse oltre la stereotipata visione occidentale del jihadismo e delle sue manifestazioni.

Macchina cinematografica efficace, diremmo persino pregevole nella sua messa in scena della morte al lavoro, Attacco a Mumbai trova i suoi limiti in una costruzione narrativa fragile, figlia di un progetto che, nella sua concezione di base, voleva essenzialmente celebrare l’inamovibilità di un simbolo. Simbolo/cattedrale, quello dell’hotel Taj Mahal, rimasto in piedi nonostante le fiamme, tornato “in vita” a sole tre settimane dall’attentato; e capace, come ci avvisano le didascalie sui titoli di coda, di compiere annualmente il suo memoriale in ricordo dell’attacco, a esorcizzarne l’orrore. Orrore rievocato non a caso a dieci anni di distanza dagli eventi, proprio quando il mondo occidentale (guidato dall’amministrazione Trump) sembra celebrare una temporanea vittoria sulla galassia jihadista. Il cinema, anche stavolta, si accoda alla realtà e cerca di (ri)plasmarla, coerentemente con le esigenze dei tempi. Riuscendoci anche, in questo caso, almeno sul piano strettamente spettacolare.

Info
Il trailer di Attacco a Mumbai.
La pagina dedicata ad Attacco a Mumbai sul sito della M2 Pictures.
La pagina Facebook di Attacco a Mumbai.
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