Jam

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Presentato al Far East Film Festival 2019, Jam è il nuovo lavoro da regista di Sabu, una commedia nera che funziona con un meccanismo a incastro perfetto, intrecciando tre storie e varie parodie cinematografiche.

Hiroshi non deve morire

Hiroshi è un cantante di enka (ballate giapponesi) che si esibisce davanti a un gruppo ristretto ma devoto di appassionate attempate in una sala decrepita. Quando, finito lo spettacolo, prende la strada di casa, la zelante fan Masako esce dalle tenebre per offrirgli della zuppa fatta in casa, che lui ingurgita diligentemente. Tetsuo, un ex detenuto, spinge la sedia a rotelle dell’anziana madre dentro un centro commerciale abbandonato, dopo essersi vendicato dei colleghi malavitosi che lo hanno fatto mettere dietro le sbarre. I sopravvissuti, però, stanno pianificando la vendetta. Takeru, un serio giovanotto alla guida di una vecchia Nissan President Sovereign va alla ricerca di persone a cui prestare aiuto, nella convinzione che compiere tre buone azioni al giorno lo aiuterà a far risvegliare la sua fidanzata in coma. [sinossi]

Avevamo lasciato Sabu, prolifico regista, e attore, giapponese con Mr. Long, film dove il cibo, nello specifico il ramen, assume il ruolo di collante e veicolo di dialogo tra due culture tradizionalmente avverse, come quelle cinese e giapponese. Il cibo torna anche nel nuovo film del regista, Jam, presentato al Far East Film Festival 2019, quando la signora Masako offre un suo terribile intingolo al suo idolo, il cantante enka Hiroshi che cerca di trangugiare quella sbobba. Il salto di registro tra i due film è simboleggiato in questa scena: con Jam siamo giunti nel territorio della farsa e della parodia, la gastronomia non è più cultura ma oggetto di disgusto offerto a un protagonista della sottocultura. Del resto il film è concepito come un ripiego. Sabu deve posticipare quello cui stava lavorando per l’intervenuta indisponibilità dell’attore protagonista e concepisce nel contempo Jam. Film che avrebbe in effetti tutte le carte del divertissment, ma siamo di fronte a un qualcosa di per niente sterile, dove dal profondo grottesco gronda l’umanità di personaggi borderline, marginali, di cui il regista è sempre stato un cantore.

Sabu prende così tre nuovi interpreti, costruisce una storia attorno a ciascuno di essi, almeno in due casi in forma di parodia di altri film, e rimescola i tre subplot per produrre la marmellata del titolo. La storia del cantante popolare trash Hiroshi, che canta canzoni dai testi elementari, i cui raduni di fan sono composti da signore da club della terza età, in visibilio, catturato e legato da una di queste che gli impone la scaletta del prossimo concerto, è chiaramente ripresa da Misery non deve morire. Il subplot di Tetsuo è altrettanto mirabile in una sintesi di bene e male, eroismo e antieroismo. Il personaggio è uno di quei sicari/samurai invincibili, capaci di sgominare orde intere di nemici che giungono a ondate progressive, sempre aumentando di numero. Nonostante le sue frequentazioni criminali conserva un amore per madre, inferma sulla sedia a rotelle e affetta da demenza senile, che porta con sé e protegge, mentre lei non si rende conto dell’estremo pericolo che sta vivendo. La situazione ricalca il rōnin della saga di Lone Wolf and Cub, popolarissima in manga, cinema e serie tv, che si porta appresso il bambino in carrozzina. Infine c’è Takeru che porta d’urgenza la sua fidanzata in ospedale, dopo che è stata colpita per errore da un proiettile e che, fintanto che la prognosi rimane riservata, si impegna a fare buone azioni con la sua automobile, perché possa diventare un buon auspicio, secondo precetti buddhisti, per la sua guarigione. In questo subplot, Sabu regala una straordinaria sequenza mozzafiato, la corsa disperata in macchina con la ragazza che in preda al delirio distoglie Takeru dalla guida, sequenza che apre il film e che ritorna funzionando come raccordo di chiusura di uno dei loop narrativi.

Le parabole umane di questi personaggi si intersecano in una piccola città in un intreccio che diventa esso stesso una follia stravagante. Ma il meccanismo perfetto, l’amalgama degli ingredienti di una marmellata, non elimina lo spessore dei personaggi e Sabu, ricordiamolo, è anche un attore che ha attraversato il cinema giapponese contemporaneo (lavorando con Kiyoshi Kurosawa come con Takashi Miike) passando anche per un ruolo nel Silence di Scorsese. Sabu che sa costruire universi amorali postmoderni degni del maestro Kitano, che spesso produce i suoi film attraverso l’Office Kitano, alla fine riesce a far emergere la dignità dei suoi personaggi, feriti, illusi, tristi, marginali.

Info
Il trailer di Jam.
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