Le iene

Le iene, l’esordio alla regia di Quentin Tarantino. La teoria di Like a Virgin, mr. Orange sanguinante a terra, l’orecchio mozzato, lo stallo alla messicana. A quasi trent’anni dalla sua realizzazione la conferma di un film rivoluzionario, che mescola epos tragico e Ringo Lam. Al Far East, in double bill con City on Fire.

Nell’attesa della morte

Il colpo a cui hanno preso parte si è trasformato in una carneficina, e ora Mr. White sta conducendo al punto d’incontro (un capannone industriale) un agonizzante Mr. Orange, colpito da una pistolettata alla pancia. Lì arriva anche Mr. Pink, a sua volta sopravvissuto. È chiaro che qualcuno ha teso loro una trappola, e che c’è una talpa che li ha traditi. Di chi fidarsi? Conviene attendere l’arrivo di Joe, che ha ordito il piano con suo figlio Eddie il Bello? [sinossi]

Le iene è il titolo italiano scelto per tradurre l’originale Reservoir Dogs, che secondo un chiacchiericcio avallato dallo stesso Quentin Tarantino sarebbe dovuto alla sua incapacità figlia della dislessia di pronunciare il francese Au revoir, les enfants. Che sia vero o meno è cosa di poco conto, in realtà. È invece indubbio che il film in Italia sia stato distribuito in un primo momento come Cani da rapina, per far riecheggiare l’inglese Dogs e allo stesso tempo evidenziare al di là di ogni dubbio la profonda radice noir della narrazione. Nonostante il cambio di titolo, che poco o nulla attecchì sugli spettatori, “cani da rapina” è rimasto come sottotitolo (abitudine tutta italiana), collocando Le iene nel solco della tradizione “nera” italiana degli anni Settanta, dominata tra le altre correnti da titoli quali Cani arrabbiati di Mario Bava (e per quanto risulti improbabile che Tarantino abbia potuto vedere il film prima della metà degli anni Novanta c’è una curiosa similitudine nella morte di un autista, colpito in volto da una pistolettata) o Come cani arrabbiati di Mario Imperiali. Non è un mistero l’amore incondizionato di Tarantino per l’exploitation all’italiana, così come in molti e con cognizione di causa tirarono in ballo il nome di Jean-Pierre Melville, maestro indiscusso del polar transalpino. Tutti appartamenti logici, credibili. Dopotutto Le iene gronda letteralmente di umori di Di Leo, in un gioco di specchi tra le rispettive inquadrature. Ma allora perché l’esordio di Tarantino, tra le non molte opere prime dell’ultimo trentennio in grado di scuotere le fondamenta del cinema mondiale, viene presentato sul grande schermo all’interno del programma del Far East Film Festival di Udine?

C’è un perché, ovviamente, e quel perché ha un nome, un volto e un titolo. Lo scorso dicembre, mentre si stava per festeggiare l’inizio dell’anno, è venuto a mancare Ringo Lam, figura centrale – e un po’ dimenticata – per cercare di comprendere lo sviluppo del noir e del poliziesco nelle dinamiche produttive di Hong Kong. In Italia in pochi si sono premurati di tornare con la mente a Lam, e all’epoca d’oro del cinema della città Stato, un po’ per ignoranza e un po’ per pigrizia. Eppure quando nel 1987 fece la sua apparizione City on Fire apparve evidente che si era superato un punto di non ritorno per il genere. Lo comprese anche Tarantino che attinse all’immaginario del film di Lam per irrobustire le fondamenta della sua prima avventura dietro la macchina da presa.
È indubbio che alcuni passaggi de Le iene paghino un forte debito nei confronti di City on Fire: cionondimeno appare fortemente limitante, se non proprio castrante, fermarsi a un gioco di similitudini, sottolineando affinità e divergenze tra i due film. Operazione piatta sotto il profilo intellettuale e che non giova né a una analisi de Le iene né a una reale riscoperta di City on Fire, ridotto al mero ruolo di stampino. La domanda che ci si dovrebbe porre, tornando con la mente alla rapina andata a scatafascio per colpa di una talpa infiltrata dalla polizia nella banda dai nomi colorati (mr. Pink, mr. Orange, mr. Blue, mr. Brown ecc. ecc.), è semmai quale eredità concreta abbia lasciato Le iene, in primo luogo nella filmografia di Tarantino e in seconda battuta nella prassi del noir contemporaneo.

Se non ci si ferma allo stallo alla messicana che mette (quasi) la parola fine al film, e che deve molto a Lam – non solo nell’atto in sé, ma per il senso che questo climax emotivo assume all’interno della narrazione – è possibile leggere in filigrana ne Le iene l’esperienza autoriale di Tarantino nel suo complesso. Un’esperienza stratificata, ma “semplificabile” facendo ricorso a reiterazioni, suggestioni ripetute, tic. Pur potendo contare su un budget neanche lontanamente paragonabile a quello che avrà a disposizione nel proseguo della carriera [1], il regista statunitense riesce a lavorare sulla narrazione e sullo stile delineando da subito alcune assi portanti. Il tempo, per esempio, e la sua riscrittura. Lo spazio chiuso. La demitizzazione del genere portata a termine facendo ricorso a nuove strade per l’epica. L’elemento dialettico, che diventerà vezzo nelle mani di una generazione di suoi coetanei del tutto incapaci di scendere in profondità e destinati dunque ad aggrapparsi solo ed esclusivamente alla punta dell’iceberg. Tutti dettagli, quelli citati, che evidenziano anche la netta distanza tra Le iene e City on Fire, qualora qualcuno continuasse a nutrire dubbi in riguardo. Al punto che non sbaglia affatto chi torna con la memoria cinefila al già citato poliziottesco nostrano, o si muova nell’universo hongkonghese anche oltre Ringo Lam: la mise dei rapinatori (e che poi sarà ripresa da Tarantino nel successivo Pulp Fiction per rimarcare l’appartenenza al sottobosco criminale di Vincent Vega, Jules Winnfield e mr. Wolf, in un’opera già dalla marcata iconicità) non è forse quella sperimentata in A Better Tomorrow II da John Woo?

Il tempo, si diceva. Tarantino gioca per l’intero svolgimento del film con il concetto di tempo, di durata. Lo dilata e lo riduce, per poi dilatarlo di nuovo. Costruisce un incipit maestoso e di gruppo – una delle pochissime sequenze davvero corali di un film per il resto spesso ricondotto a uno schema a due o tre personaggi – e vi si perde all’interno, dirazzando immediatamente, lanciandosi in digressioni che sviano da subito lo spettatore, sgravandolo dal peso della scelta morale relativa all’adesione o meno nei confronti di chi è in scena. I rapinatori de Le iene non li si vedrà praticamente mai all’opera (Tarantino segue solo le loro azioni nella disperata fuga dalla gioielleria trasformata in una shakespeariana trappola per topi), ma è possibile vederli parlare di mance da dare alle cameriere o del significato intrinseco di Like a Virgin di Madonna. Un modo per prendere tempo. Molta critica, anche plaudente, articolò discorsi a partire dal rispetto delle regole aristoteliche che Tarantino avrebbe messo in scena. Ma Le iene è un gorgo, un vortice in cui il tempo entra ed esce dal contemporaneo per perdersi nella memoria, nella ricostruzione dell’unico vero evento drammaturgico, la rapina, che però è celata agli occhi degli spettatori. Tutto il resto è ricostruzione. Ricostruzione che non può che procedere verso l’annichilimento, la distruzione, la fine di ogni relazione umana per quanto labile e labilmente “vera”.
Per donare l’illusione di un tempo uniforme Tarantino utilizza prevalentemente un ambiente, il magazzino dismesso in cui i rapinatori si erano dati appuntamento dopo il colpo. Lì, in uno spazio chiuso, che ingabbia i dialoghi, può creare le dinamiche tra i personaggi, senza mai venire meno però alla costruzione del quadro, al senso del montaggio, alla perdurante sensazione che sia il tempo il vero nemico contro cui tutti stanno combattendo. Perché ovviamente la polizia arriverà, e perché ovviamente uno di loro ha tradito i compagni. Lo spazio chiuso diverrà vero e proprio topos narrativo del cinema di Tarantino, come dimostrano alcune delle sequenze più celebri della sua filmografia e l’intero The Hateful Eight, che è senza dubbio il titolo più avvicinabile a Le iene.

Conscio di maneggiare un noir, e sempre perfettamente consapevole degli “obblighi” che la scelta di un genere porta con sé – per quanto la riscrittura sul corpo vivo delle dinamiche narrative del cinema popolare sia uno degli aspetti dominanti della sua autorialità – Tarantino lavora di fino, pur senza dover abbandonare di troppo la superficie, sulle psicologie dei personaggi, sulla febbre del chiuso (per rubare il termine allo Shining di Stanley Kubrick), sull’incapacità di superare la propria condizione. Il mr. Orange di Tim Roth è il personaggio più tragico perché non ha più una vera collocazione: non è un poliziotto, perché è infiltrato in una banda di criminali, e non è un criminale perché non è venuto meno al suo compito e ha “tradito”. Si lacera non solo il suo stomaco durante lo sviluppo de Le iene, ma anche e soprattutto la sua morale. Allo stesso tempo è altrettanto tragico il mr. White di Harvey Keitel, che vorrebbe far parte di un’epoca in cui la morale era un valore indispensabile per chi operava al di fuori della legge. Un’epoca che forse però non è mai esistita. Nella dialettica tra queste due disperazioni, destinate ad avvicinarsi solo per scoprire quanto il tradimento sia insito nella natura dell’uomo, Le iene compie la sua ultima e potentissima parabola. A distanza di quasi trent’anni dalla sua realizzazione è difficile pensare a un esordio più sorprendente, clamorosa rivendicazione di una poetica che si muove attraverso gli insegnamenti del cinema e della sua storia per irrobustirsi.

NOTE
1. Le iene costò 1,2 milioni di dollari (una cifra comunque abnorme rispetto ai trentamila dollari che erano previsti da principio, quando ancora non era stato scritturato Harvey Keitel), un’inezia rispetto ai successivi Pulp Fiction (8,5 milioni), Jackie Brown (12 milioni), i due Kill Bill (60 milioni complessivi), Death Proof – A prova di morte (67 milioni per il progetto Grindhouse, che condivide con Planet Terror dell’amico Robert Rodriguez), Bastardi senza gloria (70 milioni), Django Unchained (100 milioni), The Hateful Eight (44 milioni).
Info
Il trailer de Le iene in occasione del ventennale dall’uscita.
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