Lovers in Woomukbaemi

Lovers in Woomukbaemi

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Lovers in Woomukbaemi fu, all’epoca della sua diffusione in Corea del Sud, la conferma del talento anticonformista di Jang Sun-woo. Ora questa strana commedia dalla vitalità traboccante rivive al Far East di Udine nella retrospettiva I Choose Evil.

Romanzo popolare

Bae Il-do si trasferisce con la compagna e il figlio poco più che neonato a Woomukbaemi, una periferia sottoproletaria vicino a Seul, dove inizia a lavorare in una piccola fabbrica di abiti. Qui conosce Min, graziosa giovane donna e sposa infelice con prole. Tra i due nasce subito un interesse destinato a sfociare per entrambi in adulterio… [sinossi]

All’interno della bella retrospettiva dedicata dal XXI Far East Film Festival al cinema della Corea del Sud durante la dittatura militare si inserisce anche Lovers in Woomukbaemi di Jang Sun-woo: le prime elezioni democratiche dal golpe guidato da Park Chung-hee si tennero nel 1987, ma il notevole film di Jang, che è del 1990, risulta efficacissimo nel descrivere le contraddizioni e i detriti lasciati da lustri di repressione. Commedia ricca di tonalità e capace di grande empatia, Lovers in Woomukbaemi racconta infatti la generazione nata a ridosso o durante gli anni della dittatura e cresciuta sotto un regime, la massa indigente (come canta la canzone che accompagna i titoli di coda) già pronta a inebriarsi delle promesse della piena occidentalizzazione. In questa storia di corna si può infine aggiungere che l’adulterio, in Corea del Sud, era reato (è stato pienamente depenalizzato nel 2015…) dunque lo sciupafemmine Il-do (Park Joong-hoon) gioca un po’ col fuoco seducendo la timida e graziosa Min (Choi Myeong-gil): entrambi sono già impegnati e hanno dei figli, ma la noia e il desiderio di cambiamento avranno la meglio su ogni paura. Almeno fino a un certo punto.

Il regista (di cui si ricorda Bugie, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1999) in Lovers in Woomukbaemi usa con maestria più registri catturando sempre l’attenzione dello spettatore. Il film spazia da una buffa vicenda romantica, con l’infatuazione goffa tra i due fedigrafi, a momenti passionali e sentimentali, alla comicità vera e propria – grazie soprattutto alla coppia formata da Il-do e dalla sua donna (Yu Haei-ri), che danno vita a scene spassose di minacce e botte inflitte al traditore – per arrivare a episodi drammatici e patetici che mettono in evidenza come dietro ai quadri bozzettistici e alle farse famigliari ci celino risvolti tristi o ferite impossibili da rimarginare. Proprio perché – ben al di là della legge sull’adulterio che nel film non viene neppure citata – per dei poveracci nella periferia di Seul non è proprio facile rifarsi una vita o essere “liberi”: che l’esistenza sia cambiamento o evoluzione risulta alla fin fine una velleità decisamente inadeguata alle precarie condizioni degli abitanti dell’immaginaria Woomukbaeni. Il protagonista è un simpatico cretino che da tre anni sta con un’ex prostituta (di certo lieta di non dover più battere) ma non ha mai smesso di fare il farfallone con le donne che gli capitano a tiro: senza arte né parte, Il-do coltiva un immaginario da night club condito di musica americana, ama ciondolare in giro con un abbigliamento più trendy di quello cencioso indossato un po’ da tutti e si percepisce un po’ diverso dai “vecchi”. Le donne non più giovani (colleghe nella fabbrica di abiti) e in generale i tanti personaggi “anziani” di contorno – quindi la generazione precedente a quella dei protagonisti – sono un elemento dialettico indispensabile in Lovers in Woomukbaemi portando con sé non tanto una misteriosa e senile saggezza, quanto la semplice accettazione della propria condizione, della possibilità dell’adulterio (che non è mai considerato un problema morale) e la constatazione che non ci si può far prendere da tante fregole quando si ha giusto ciò che occorre per mettere assieme il pranzo con la cena. Il fatto di far mangiare due volte al giorno mogli e figli è citato più volte come un buon traguardo da raggiungere nella vita che invece, per il resto, va come va e come è sempre andata. Di sogni di libertà, inedite possibilità, ricerca della felicità, sembrano invece vivere i più giovani: molto superficialmente Bae Il-do, più intensamente Min che, dopo tante ritrosie prima di concedersi all’uomo, vorrebbe poi raggiungere una soddisfazione maggiore rispetto a quella che ha conosciuto con il marito. Ma attorno a loro restano sempre e solo catapecchie, calzini da lavare e riso bollito.

Se il film fa comunque parecchio ridere, un po’ alla volta Lovers in Woomukbaemi esplicita dunque una vocazione di maggior respiro allargando lo sguardo dalla vicenda di tradimento a quella comunitaria, in maniera trasversale e mai minimamente pedante (il film riesce a coniugare storie intime e contesto sociale in una maniera non troppo distante da alcune commedie italiane degli anni Settanta). Il simpatico sbruffoncello Bae, più che incarnare il “nuovo coreano”, è un misero retaggio del passato, che guarda un avvenire cui non è destinato ed è riottoso a vivere come i propri genitori: lui e le sue donne, per età e ceto, sono a ben vedere designati solo a essere schiacciati dalla storia e dalla modernità che si sta per affacciare. Il regista Jang Sun-woo – nato nel 1952, quindi più o meno coetaneo dei “suoi” personaggi – riesce brillantemente a suggerire tutto questo in una commedia popolare, in cui ogni situazione è messa in scena col tono giusto e i personaggi sono tratteggiati con acuti dettagli, dimostrando notevole capacità di gestire sfumature complesse all’interno di una struttura molto semplice.

Info
Lovers in Woomukbaemi sul sito del Far East.
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